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L’uomo che piantava gli alberi

“Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole”. Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani 1996.

Questo libro breve e semplice, adatto anche a un bambino di quarta elementare, ambientato nelle vicinanze del Mont Ventoux (nella Provenza che amo), scritto da un autore autodidatta, lettore della Bibbia e di Omero, è un piccolo gioiello. Tratta un tema che per me ha un grande fascino: quale traccia può lasciare un uomo solo, quando si impone di agire secondo la propria forza morale? Che effetto ha sul mondo un solo spirito libero, un solo gesto generoso, per quanto nascosto esso rimanga?

Quale eco ha nell’economia generale delle cose un solo atto di giustizia?

E ancora, scendendo nel dettaglio, quali sono i miei gesti destinati a restare? A modificare di una virgola il mondo che ho trovato?

Il male non ha consistenza, non ha peso ontologico, solo il bene è destinato e rimanere per sempre.

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Una parabola discendente


Ieri era San Giovanni Battista, festa patronale a Torino. Ne abbiamo approfittato per fare una gita in una delle nostre mete estive favorite, il monastero di Novalesa, in val di Susa.

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Il senso del cibo

In famiglia sono un po’ la barzelletta di tutti, da quando recentemente ho avuto una svolta “bio”.
Ad ogni boccone o sorsata che ingeriscono, mi chiedono in coro scherzosamente “è bio?”.
Devo dire che ritengo l’alimentazione uno dei molti modi di “fare attenzione”, “essere concentrati”, “avere cura”. Pur avendo in passato acquistato occasionalmente cibi biologici, non ne avevo mai fatto una questione di scelta esclusiva. Fino a che, come spesso capita, una piccola cosa mi ha fatto riflettere.
Il cibo biologico è quel cibo coltivato senza l’aiuto di prodotti chimici, quindi un cibo più rispettoso dei processi di crescita organica degli alimenti (vegetali e animali) e più sano per l’utente finale. Pur sapendolo, la sola spinta “salutista” non è mai stata sufficiente in me. Inoltre si tratta di sistemi di coltivazione e allevamento meno nocivi per l’ambiente (suolo, aria, acque), ma anche questo non è mai stato una molla sufficiente.
Poi ho visto questo filmato, e la molla – appunto – è scattata. L’agricoltura biologica è anche quella più rispettosa di chi lavora la terra, della sua salute, delle sue competenze, del suo rapporto con il territorio, la tradizione alimentare e gastronomica, del suo inserimento in un ciclo naturale di stagioni e precipitazioni. Ecco, per me si è chiuso un cerchio. Sto meglio io, sta meglio la terra, sta meglio chi la coltiva. Non mi serve sapere altro.
Da qualche mese sto allora facendo la spesa in parte in negozi biologici e in parte su un bellissimo sito http://www.cornale.it/, tramite il quale si possono ordinare prodotti buonissimi, consegnati una volta alla settimana direttamente sulla porta di casa. Un modo per ricostruire un contatto tra chi coltiva la terra e chi ne mangia i frutti, un modo per pensare meno superficialmente al valore del cibo che trattiamo, a chi ci sta dietro, a chi lo prepara, alle generazioni che lo hanno selezionato, a chi lo cucina.
Ma ieri si è aggiunto un ulteriore elemento: ho bevuto con mio figlio Marco un buonissimo succo di pesca, con un sapore completamente diverso da quello a cui siamo stati abituati dalla grande industria alimentare. Su questo succo c’è un’etichetta che recita “La Terra, proprietà di Dio, ama i suoi figli. Questo legame riporta l’uomo e l’agricoltura in armonia con le cose create”. Il succo è uno dei prodotti della cooperativa “La pietra scartata…”, di cui si può leggere una breve presentazione sul sito web.
Marco mi ha detto “è il più buono che ho bevuto”… credo che sia proprio vero, in tanti sensi.

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I nostri figli ci accuseranno

Segnalo il prossimamente di un film sui danni derivanti dall’utilizzo massiccio di prodotti chimici in agricoltura e sugli effetti di tali tali prodotti sulla salute degli esseri umani, dei bambini in particolare. E’ importante che questo annuncio venga visto molte volte nei prossimi tre giorni, perché abbia delle speranze di essere distribuito nelle sale cinematografiche (in Francia, per ora).
Prego tutti quelli che potranno di diffondere questo messaggio. Grazie.

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Per un’ecologia cristiana


Ne parlavo in un post precedente, riprendo qui l’argomento, stimolata dall’attualità per via della recente conferenza di Copenhagen, e anche dal tema del mese del blogstorming di Genitori Crescono. Ho letto con interesse e segnalo alcuni altri interventi nella blogosfera. Inizio col ribadire che è un argomento su cui vado con i piedi di piombo. Onestamente, mi piacciono poco le mode: e l’ecologia è sicuramente ANCHE una moda. Ma non solo.
L’ecologia “cristiana” (se posso usare questo termine, rimando qui anche a una interessante sintesi del Magistero di Benedetto XVI sul tema, a opera di Massimo Introvigne) dovrebbe innanzi tutto essere inquadrata nel concetto di Creazione affidata da Dio alla custodia (custodia, non all’abuso) dell’uomo. La Terra, in questa prospettiva, è vista come un patrimonio comune dell’uomo, a sua disposizione per trarne sostentamento e conforto, ma allo stesso tempo “affidatagli” dal vero padrone, cioè Dio, che gli chiederà conto dell’operato.
In questo senso, si può quindi pensare l’ecologia come la tutela della nostra casa comune, fatta dall’uomo in favore dell’uomo, ma – principalmente – come parte di un atteggiamento più ampio che possiamo chiamare “ecologia umana”, ovvero il riconoscimento e la collaborazione da parte dell’uomo al piano di Dio. Non ha senso per me condurre, ad esempio, agguerrite battaglie contro gli OGM, se poi si accetta la manipolazione biologica sul materiale umano: non me la sento davvero di dire che il mais merita un trattamento più riguardoso di un essere umano. La difesa della vita e della famiglia – e di una famiglia secondo il diritto naturale, non secondo le mutevoli definizioni dei legislatori – è il primo passo per poter giungere a un vero sguardo ecologico (non “ecologista”) sul mondo. La tutela e la cura dei bambini, dei malati, degli anziani sono atteggiamenti in un certo senso più ecologici di una raccolta differenziata o di un elettrodomestico a basso consumo energetico: sono la tutela della vita in tutto il suo sviluppo, dal suo concepimento alla sua fine.
Una vita umana non autosufficiente, certo, ma in profonda interdipendenza con l’ambiente che la circonda, con le risorse naturali, con le condizioni climatiche, idriche e geologiche, con fauna e vegetazione. Proprio nel senso di questa interdipendenza trovano il giusto inquadramento tutti quegli atteggiamenti privati o collettivi tesi a tutelare e a difendere l’ambiente. Raccolta differenziata, controllo del consumo energetico, ecc… Ma non bisogna nascondere che quando si parla di ecologia si parla anche, implicitamente, di povertà e di modelli di sviluppo. La nostra economia occidentale ha recentemente subito una battuta d’arresto con la crisi economica del 2008/2009, ma da decenni si basa fondamentalmente su un modello di crescita continua e virtualmente infinita, sul presupposto che le materie prime saranno sempre disponibili e a prezzi convenienti… tutti presupposti che proprio la crisi ha parzialmente smascherato. Forse dovremmo dirci con sincerità che la crescita infinita non è possibile e neppure desiderabile, che la maggior parte dei nostri consumi e dei nostri falsi bisogni sono del tutto superflui, di più: sono trappole in cui siamo caduti, che ci portano a comportamenti obbligati e da cui dobbiamo trovare il modo di uscire, per la nostra felicità prima di tutto. In un certo senso bisogna mettersi nei panni dell’enorme parte di popolazione mondiale che non ha raggiunto i nostri livelli di sviluppo: possiamo dir loro che il paradiso di merci e consumi che tanto desiderano è loro precluso, perché estendere a loro il nostro tenore di vita creerebbe troppo inquinamento e carenza di materie prime? Non dovremmo indicare, a noi stessi e a loro, un modello diverso, non basato sui consumi ma sui rapporti umani? E che dire di chi è talmente povero da non avere alcun accesso alle materie prime? Condividere i nostri beni con altri esseri umani prima e più che con i panda o altre specie in estinzione non sarebbe una forma di ecologia?
Inoltre c’è qualcosa di vagamente stonato nella promozione ad esempio di rottamazioni continue di auto ed elettrodomestici in favore di prodotti nuovi a minor consumo, specie se quelli vecchi finiscono a inquinare qualche paese del terzo mondo o diventano un problema sul versante dello smaltimento dei rifiuti. La soluzione ai nostri problemi non può essere sempre una forma di consumo: talora deve essere una forma di “astinenza” dal consumo. Di limitazione, di rinuncia in favore di un bene più alto. E’ molto difficile lavorare sui modelli di comportamento, diffondendo l’idea che davvero in molti casi avere meno, avere stili di vita più semplici e frugali, è una cosa che libera energie, creatività, modi diversi di pensare.
Al contrario, l’ansia collettiva di possedere tutti le stesse cose, il considerare alcuni consumi come oggetti del desiderio e come status symbol ci ha resi schiavi di un pensiero unico e di uno stress infinito. Ho spesso osservato famiglie con redditi più modesti della mia che fanno i salti mortali per poter dare ai propri figli il nuovo modello di videogioco, lo schermo televisivo più moderno, il gioco più chiassoso e vistoso. Non voglio avere un atteggiamento snob, anche perché spesso vengo guardata come una matta quando dico che io le stesse cose ai miei figli se non le proibisco del tutto almeno le limito fortemente, ma questa osservazione mi riempie di tristezza. Vorrei che ci fossero più genitori convinti che un oggetto in meno e un desiderio insoddisfatto in più possono essere davvero formativi per i propri figli.
Infine vorrei dire una parola sulla vera crescita, che è la crescita della popolazione: per decenni i demografi ci hanno detto che andavamo verso un destino di fame e sovrappopolazione. Ora sappiamo che si sbagliavano: stiamo andando verso un destino di vecchiaia ed entropia (almeno in Europa). Che non sia venuto il momento di pensare davvero al futuro, non solo per lasciare un mondo più pulito ai nostri figli, ma per lasciare dei figli a questo mondo? Gli europei hanno troppa paura del futuro per fare figli, come possono desiderare di lasciare un mondo più pulito e delle risorse conservate, se non riescono a proiettarsi oltre il proprio ciclo di vita? Forse tra qualche tempo annovereremo il fare figli (e magari alla vecchia maniera, tra un uomo e una donna) tra gli atteggiamento veramente ecologici, chissà!
Vedere il mondo indossando i panni del “consumatore” lo rende purtroppo più brutto e uniforme. Per questo motivo, quando penso a cosa significa davvero per me ecologia, la prima immagine che mi viene in mente è uno spazio vuoto: liberare gli spazi, svuotare le case, comprare poco. Non dico di esserne capace, ma è il mio approccio al tema, il mio ideale a cui tendere. Poi vengono i gesti quotidiani appropriati, a volte coerenti, a volte – ahimé – no…
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Ecologia, ecologie

Premetto di avere molte riserve sul movimento ecologista: per vari motivi, tra cui una forma di “moralismo” che lo pervade e che, nel mio modo di intendere il mondo, è esattamente il contrario di una vera morale. Forse, e più di tutto, per l’idea che viene subdolamente fatta passare dell’uomo come “parassita”, come elemento maligno, un tumore che sarebbe meglio eliminare da questo pianeta.
Per me l’uomo è l’opera di Dio, e da Dio stesso gli è stata affidato in custodia il creato. Non nego che (specie nell’ultimo secolo) siano stati commessi gravi abusi e sia stato in vario modo tradito il mandato divino (e non credo che sia un caso che l’uomo ha smesso di vedere sé stesso come il custode della creazione, per sentirsene l’artefice e il padrone). Non bisogna però dimenticare che per secoli enormi aree geografiche sono state rese fertili, abitabili, sicure da innondazioni e frane, proprio grazie al lavoro dell’uomo. Non è un caso che i peggiori disastri in tema di frane si verifichino là dove i terreni non sono più coltivati, il sottobosco non è più curato… in poche parole dove l’opera dell’uomo viene a mancare.
Tuttavia, e qui arrivo al tema che vorrei affrontare oggi, ritengo sia giusto e utile proporre soprattutto ai bambini una visione dei propri comportamenti come “in armonia” con l’ambiente circostante, rispettosi delle persone ma anche delle risorse, stimolando una mentalità del riciclo, della limitazione dello spreco e anche della frugalità. I bambini, per natura o per imprinting culturale, sono naturalmente portati a volere tutto e, con la stessa velocità, ad abbandonare tutto. Uno dei miei figli, pochi giorni fa, mi fatto alcune domande perché era molto stupito del fatto che i fogli di carta derivassero dagli alberi: ho pensato che forse è il momento giusto per mettere a loro disposizione alcuni contenitori per la raccolta differenziata.
Devo dire che anche questa suscita in me enormi diffidenze: ho amici che abitano in comuni che richiedono una competenza quasi professionale nella gestione dei rifiuti, e onestamente la cosa mi ha sempre scatenato un po’ di insofferenza, come un ennesima intrusione delle strutture pubbliche nei comportamenti privati. Come un modo di ammaestrare le persone persino nella gestualità quotidiana e in casa loro. Mi sembra una specie di mondo rovesciato, in cui rubare o essere promiscui sessualmente non sono più considerati biasimevoli, anzi talora sono cose da furbi, o da persone in gamba. Ma mettere un foglio di carta nel contenitore dell’umido desta riprovazione e biasimo (oltre che multe salate).
Preferirei di gran lunga dei comportamenti che partono da scelte private e che rimangono entro limiti ragionevoli.
Nel mio comune di residenza, Torino, la raccolta differenziata ha raggiunto soltanto una parte dei quartieri della città. Nella mia zona, per esempio, i cassonetti sono ancora indifferenziati e non penso che sia molto pratico immaginare “gitarelle” in macchina per lo smaltimento dei rifiuti in altri quartieri. Però nel mio stabile si fa la raccolta differenziata della carta, ad esempio, e noi ne utilizziamo moltissima!
Poi ci sono pile e medicinali, che possono essere portati di tanto in tanto negli appositi punti di raccolta. Mi manca una soluzione per il vetro… magari il comune tra un po’ ci procura un cassonetto apposito.
Infine ho preso una buona abitudine: porto sempre con me un paio di sacchetti di stoffa. Quando il negoziante di turno mi propone un sacchetto (di plastica o carta che sia), faccio un sorrisone e tiro fuori il mio sacchetto. Sarà una piccolezza, ma è il mio primo passo.

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