Archivi del mese: ottobre 2010

Sainte Jeanne d’Arc

Giovanna d’Arco

( Paola Pallottino – Angelo Branduardi)

L’Angelo Michele, primo, ti parlò,
la seconda voce fu di Margherita,
quando Caterina, infine, ti chiamò
scese un’ombra d’oro sopra la tua vita.
Non ascoltare, aspetta
non ascoltare più,
piede che sfiora l’erba
più non ritornerà,
ma la tua gola ride:
solo mon Dieu, mon Roi.
Cantano le voci chiuse dentro te :
“Una contadina darà il trono a un re!”
Una spada, un elmo ed un cavallo avrai,
i capelli a ciocche taglierai leggera,
poi tutta di ferro ti rivestirai
sui fianchi di giglio, sulla croce nera.
Il fumo, il sangue, il fango
l’alba li accenderà,
al fuoco, al fuoco, brucia!
Che cosa brucerà?
Il bosco sta bruciando,
brucia la verità.
Cantano feroci chiuse dentro te:
“Una contadina ha dato il trono a un re!”

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Quel che non va nella scuola – seconda parte

La prima parte è qui.

 

Questa seconda parte di riflessione sulla scuola attuale è molto più difficile e denuncio in apertura di non essere una professionista: sono solo una madre e una cittadina e mi rendo conto che il rischio è di essere saccenti, dire “è colpa di questo o di quello”, lasciare intendere che si è capito tutto, mentre invece bisogna osservare e comprendere.

Ho provato a ricordare l’atmosfera della scuola della mia infanzia (e ho riscontrato con piacere che era anche la scuola che altri ricordano), perché il primo cambiamento che si nota “a pelle”, prima di ogni ragionamento o valutazione, è che ora il clima è molto diverso: più pesante, complesso, faticoso per tutti.

In parte lo anticipava Sybille in risposta al mio post, gli insegnanti si trovano oggi in grande difficoltà, un po’ per le continue riforme, che hanno come effetto collaterale di rendere sempre tutto incerto e precario e di aumentare a dismisura le burocrazie, un po’ per il numero enorme di problemi che vengono fatti gravare sulle loro spalle. Sembra che gli insegnanti debbano intendersi di sicurezza, ecologia, alimentazione, psicologia, handicap, multiculturalità, nuove tecnologie… smarriti in mille obblighi, in mille pastoie burocratiche, in complessi adempimenti e nel terrore di ripercussioni, il rischio è che perdano di vista i bambini.  Sembra che la scuola debba rispondere a tutto: senza mezzi, saper inventare un’integrazione multiculturale che non riesce quasi a nessuno in altri strati della società; a volte senza competenze specifiche, saper far fronte a una generazione di bambini a cui gli adulti dedicano meno tempo, spesso abbandonati davanti alla televisione o alle mille attività extra-curricolari; senza fondi o studi specifici, inventarsi un’integrazione di ogni genere di handicap fisico e mentale.

In un certo senso, il loro lavoro è divenuto eroico: non voglio essere ingiusta, ma ovviamente non si può chiedere a un’intera categoria di essere eroica per contratto, quindi non c’è da stupirsi che i casi di frustrazione, insoddisfazione, disinteresse, persino assenteismo o cattiva fede siano molti più di quelli che vorremmo. Gli insegnanti vengono pagati poco, considerati socialmente poco e questo dà il termometro della considerazione di cui godono. Se potessi dare una ricetta, proverei a pagarli molto bene e a pretendere molto da loro: formazione, dedizione, risultati misurabili (anche in termini di soddisfazione degli studenti e delle famiglie, non solo in termini di buoni risultati ai test dei loro studenti). Non mi farei scrupolo a premiare, né a licenziare, ma queste sembrano parolacce nella scuola di oggi.

Le famiglie, da parte loro, sono diverse, variegate, irriducibili da sempre a un solo modello (lo ricordava m@w, sempre in risposta al post precedente), ma credo che sia sotto gli occhi di tutti che quello attuale sia un momento di particolare sofferenza, soprattutto per i bambini: gli adulti vivono vite sbranate dalla mancanza di tempo, da una sovraesposizione agli stimoli che corrisponde a una ridotta capacità a far fronte a tutto, da aspettative sociali esigenti, ma senza in cambio poter godere (se non in rari e fortunati casi) del vero sostegno di una comunità. Anch’io avevo una mamma lavoratrice, ma ho l’impressione che il tempo nella mia infanzia avesse un corso diverso, più rilassato, che le giornate fossero da bambini: lezione, gioco, amici, noia, famiglia. Oggi sembrano tutti destinati a correre, correre, correre, e nelle grandi città temo più che nei piccoli paesi. Bisogna avere il coraggio di non nascondersi dietro una cortina politicamente corretta: se un singolo bambino può soggettivamente essere sereno anche con una famiglia separata, con molti impegni personali, affidato a nonni e a baby sitter, temo che una società in cui un numero enorme di bambini vive vite simili non possa che essere in affanno. I bambini alle elementari vanno mediamente a letto non prima delle 10,30 (alcuni anche a mezzanotte, visti i programmi che dimostrano di conoscere nel dettaglio) e la sera nelle case impera la televisione. Al mattino si svegliano e accendono il video prima ancora di vestirsi. I videogiochi sono quasi continuamente a portata di mano. I cellulari sono diventati una “tradizione” della Prima Comunione (a nove anni circa) e resistere è spesso visto come segno di asocialità. Non c’è nulla, nelle vite dei bambini come spesso in quelle degli adulti, che abbia il tempo di sedimentare, di essere approfondito tramite le fatica, il tempo dedicato, l’interesse personale. E’ tutto superficiale, veloce, frammentario (nelle vite, come nelle teste delle persone).

In questo contesto già complesso, alla scuola si chiede sempre di più: di istruire, ma anche di educare, di insegnare ad attraversare la strada a bambini che nessuno avrà mail coraggio di fare uscire da soli, di parlare di educazione alimentare a bambini le cui madri hanno giusto il tempo di prendere qualcosa in gastronomia o di scaldare un piatto pronto, di parlare di ambienti naturali a bambini che non hanno mai visto una mucca. Bisogna insegnare l’informatica già da piccolissimi (come se usare una tastiera fosse una cosa tanto complessa), avere scuole materne con ore di attività motorie, ore di laboratorio di lettura, ore di attività logico-matematiche, perché nessuno riesce più ad avere il realismo di dire che ai bambini serve la voce umana che canti e racconti, servono il gioco libero e  gli spazi aperti, serve poter muovere le mani aiutando i grandi, cucinando, riordinando, facendo. Nella scuola materna di mia figlia è stato affrontato tempo fa un lungo discorso sull’educazione alimentare, alcuni genitori (tra cui io) avevano proposto di creare un piccolo orticello perché i bambini potessero (almeno in parte) vedere nascere e prendersi cura degli alimenti che consumano. L’idea è stata accolta con entusiasmo dalla direttrice, che ci ha spiegato però che l’orto dovrebbe essere recintato e i bambini non dovrebbero toccare né le piante né la terra, per questioni di sicurezza (pare che toccare la terra sia pericoloso!). E’ il trionfo del rovello mentale su ogni realismo.

Il quadro si complica ancora (sì, sembra non finire mai di complicarsi) perché a fronte di mille problemi, qualcuno ha lanciato la parola d’ordine di una scuola selettiva e meritocratica (che se fosse vero, non chiederei di meglio): finalmente gli insegnanti possono riscattarsi dall’irrilevanza sociale, dai mille piccoli e grandi ricatti che devono subire da parte delle famiglie, della sensazione che ciò che fanno non importi a nessuno, le istituzioni per prime, e hanno deciso di prendere in ostaggio bambini e famiglie attraverso i compiti. I compiti non sono più lo strumento per verificare di aver capito e di poter fare da soli, per ricordare e fissare i concetti, sono assurti a categoria di piaga biblica, come le cavallette o la moria di bestiame, per cui l’importante è che i bambini non possano alzare la testa, che siano continuamente ossessionati e occupati, che non trovino il tempo di leggere un libro per passione, né di osservare un fenomeno per curiosità. La stessa base di tutto il sapere scientifico occidentale (l’osservazione della realtà) è in pericolo in favore di un surrogato di scientismo fideista (bisogna sapere ciò che si trova sui libri, irrilevante è il comprendere). L’impressione è che nei programmi ci siano sempre più argomenti, sempre più dettagli, da conoscere con superficialità (magari tramite una ricerca su Wikipedia) e si sia tralasciato l’approfondimento, lo studio di testi classici (quella che un tempo era considerata letteratura per l’infanzia ora non può essere proposta in versione integrale prima dell’adolescenza, ad esempio, per mancanza di capacità di comprensione). Leggo spesso nel web l’idea che dopo l’avvento di internet l’istruzione dovrebbe cambiare volto, che ormai ogni informazione è accessibile a tutti, in una sorta di democrazia del sapere che renderebbe superfluo ormai lo studio secondo un curriculum definito. Permettetemi di essere in disaccordo: certamente è importante dare una diversa sottolineatura alla motivazione personale e all’interesse nel conoscere, ma non credo che si possa fare davvero  cultura senza passare dal rigore di riflettere e faticare sui testi, dalla possibilità magari di leggerli in lingua originale, dal saper davvero andare alle fonti (e non intendo Wikipedia). In assenza di questo genere di cultura, che rinunci ad essere tuttologa per poter conoscere a fondo alcune nozioni basilari, siamo tutti condannati a scegliere in base a sentito dire, alla mutevole opinione pubblica, ai manipolatori mediatici: una nuova forma di fideismo, insidiosa tanto più crede di essere aggiornata e informata.

In una cultura che pone tutte le informazioni sullo stesso piano, saper gerarchizzare competenze e fonti è fondamentale.

Vorrei terminare usando un’espressione di un autore a me molto caro, Gustave Thibon, che intitolava la sua opera principale “Ritorno al reale”. Ecco, mi sembra che la scuola (ma anche la famiglia, la società), abbia bisogno di un ritorno al reale: che si debba interrogare su quali sono i fondamenti della nostra cultura che vogliamo trasmettere (e i fondamenti per definizione dovrebbero essere pochi ed essenziali, non di tutto un po’), quali sono i processi di pensiero che si vogliono incoraggiare (osservazione, capacità di fare, approfondimento), quali sono le esigenze dei bambini che vanno tutelate (rispetto dei loro bisogni emotivi, dei loro tempi, dei loro interessi, delle loro modalità di apprendimento).

Infine, vorrei spendere una parola sull’impegno personale (se ne parla anche qui): si possono e devono auspicare l’impegno delle istituzioni e della società, ma non possiamo nasconderci che nei momenti difficili sono le singole persone a fare la differenza. Di più: molto spesso un cambiamento di cultura nelle istituzioni è la presa d’atto di un cambiamento nella società, il termine di un percorso. La partenza sono i singoli gesti personali, le decisioni che si sommano, i gesti gratuiti e generosi che cambiano un piccolo contesto alla volta. Siamo capaci, noi, di fare la differenza nel nostro ambiente?

 

 

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Quel che non va nella scuola – prima parte

Premetto che ho sempre avuto figli nella scuola pubblica e solo da un paio di anni ne ho due nella scuola privata. Premetto (perché senza premesse ci si fraintende) che a me la scuola va bene pubblica, va bene privata, va bene anche famigliare (o homeschooling), basta che funzioni. E già sul concetto di “funzionare” si apre un abisso di opinioni contrastanti.

Molti, giustamente, lamentano i continui tagli di bilancio che deve patire la scuola pubblica: la carta igienica che manca, i fogli per le fotocopie che si devono portare da casa, i continui tagli agli insegnanti, i bidelli a ranghi ridotti, niente laboratori, un paio di vecchi computer per istituto, nessun laboratorio linguistico. Preoccupa anche me il taglio continuo di investimenti in cultura, formazione, istruzione.

Ma ancor più mi preoccupano le persone. Io ricordo che quando facevo le elementari era bastato un maestro fantasioso e una piccola vendita di lavoretti fatti dai bambini ai genitori e ci eravamo finanziati un orticello, avevamo una capretta e un paio di conigli a cui portavamo da mangiare. Due papà volenterosi avevano costruito il recinto.

Lo stesso maestro, si chiamava Michele, ci spiegava la storia facendoci realizzare dei “fotoromanzi”: scrivevamo la trama, confezionavamo i costumi e le scenografie, recitavamo il nostro racconto storico, venivamo fotografati (o eravamo noi a scattare, non ricordo) e poi ne facevamo una storia illustrata (c’era ancora il ciclostile, altro che programmi di impaginazione…). Lo stesso fotoromanzo veniva poi venduto ai genitori, così si finanziava qualcos’altro.

Passavamo ore in giardino a giocare: a palla, all’elastico, a saltare la corda, a tappini, a nascondino.

Avevamo i compiti a casa, ma non ricordo una sola domenica, né un sabato in cui la mia famiglia sia stata ostaggio dei miei compiti.

Ero in una scuola a tempo pieno (uscivamo alle 16,30) e mi sembrava di avere un sacco di tempo libero.

Il maestro Michele era un po’ fricchettone, portava sempre la chitarra ed era pieno di metodi originali per spiegare le cose. Ho un vago ricordo che non piacesse particolarmente ad alcune mamme, ma non ci sono mai stati conflitti.

La maestra era invece più tradizionale, veniva da un paesino di montagna e spiegava benissimo. Ci faceva fare tanti lavori di gruppo e tutti l’adoravamo (genitori compresi).

Il sabato mattina si facevano attività manuali (cucito, falegnameria, ecc…), spesso con l’aiuto di qualche genitore volenteroso (io fui vergognosamente allontanata dal cucito, dopo l’ennesimo groviglio indistricabile, ma me la cavavo in falegnameria).

Ancora oggi per richiamare alla mente alcuni concetti matematici, alcune regole di grammatica, richiamo il ricordo vivido della relativa lezione fatta dai miei maestri di allora. Con tutti i loro possibili limiti, mi sembra che i miei maestri sapessero fare il loro mestiere, che le famiglie dei bambini fossero pronte a collaborare in modo positivo, senza ledere l’autorità degli insegnanti e senza sindacalizzare ogni relazione con la scuola.

Adesso sembra tutto più difficile, tutto più greve nella scuola, perchè?

(fine prima parte, segue)

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Festival scuola paritaria cattolica

scuola-paritaria-161010

Domenica 16 ottobre 2010 si terrà in Piazza Castello a Torino il Festival della Scuola Paritaria Cattolica.

Dalle 11 di mattina fino a sera ci saranno stand informativi, concerti, animazione per i piccoli.

Qui trovate il volantino.

Noi ci saremo, a qualche ora, tra un compito e una partita di calcio, ma ci saremo.

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Trattateci da minatori

Ci sono momenti per cantare ed esultare.

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La forza della passione

 

Non ho mai amato le virtù piccolo borghesi. Il quieto vivere, le cose carine o deliziose, lo stare nascosti nel branco. Mi piacciono i grandi ideali, la bellezza grandiosa: l’arte romanica e Alberto Burri, il canto gregoriano e Frederich Händel, la natura selvaggia più di un giardino con le aiuole.

Mi piacciono una certa dolcezza del vivere, i profumi, le piccole cose, ma solo quando sono segni che parlano dell’essenziale, se sono piccoli piaceri hobbit, un gusto della vita capace di rischiare ogni comodità in un secondo, se va fatto.

Manco talmente di strategie, al punto di essere a volte sprovveduta.

Per me il vivere è una cosa esigente, non un progettino con fiocchi e cuoricini: una prova da cavalieri splendenti, da eroi spirituali. Spesso sono al di sotto dei miei ideali, ma non ne accetto in cambio di stiracchiati, di seconda scelta.

Tengo conto della passione, del mistero, del dolore. Tengo conto delle cose difficili, che non possono diventare semplici, e di quelle semplici, che spesso sono una dura conquista.

Questa esigenza è stata spesso un intralcio, un essere fuori luogo e fuori tempo. Ma la rivendico come un deposito da trasmettere ai miei figli: ama, e fa ciò che vuoi, diceva sant’Agostino.

O ancora “le sono perdonati i suoi peccati, perché ha molto amato”.

 

 

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E’ arrivato

Il mio forno nuovo è arrivato! Dopo un attimo di suspance (sembrava che non entrasse nelle misure dell’incasso)… è già in funzione.

Per prima cosa ho provato il programma per fare il pane: imposta da solo varie temperature per rendere la cottura ottimale (la crosta è dorata e sottile, al tatto è croccante).

Adoro il profumo di pane che accoglie i bambini quando arrivano da scuola…

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