Archivi del mese: settembre 2009

Gioielli


Uno comprato, gli altri fatti in casa. In questi giorni abbiamo tutti i nostri ornamenti, e ne andiamo fieri!

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Frugalità e mortificazione



E’ meglio avere meno bisogni che possedere più cose per soddisfarli” (S. Agostino, Regola, 3).

In questa frase ritrovo un intero programma di vita, che si estende ben oltre le cose materiali.
Ma, essendo il momento del cambio di stagione negli armadi, mi accingo all’operazione usando la citazione come motto, come faro e arma da brandire per farmi largo fino alla meta.
Vorrei poterla applicare altrettanto in altri ambiti della mia vita. Fare un po’ di vuoto, spegnere la televisione, sgomberare gli oggetti inutili. Ogni oggetto ha una voce, e tutti insieme creano un rumore di fondo insopportabile.

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Veilleurs dans la nuit

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Benedetto XVI al Collège des Bernardins

Alcuni brani dall’incontro di Benedetto XVI con il mondo della cultura al Collège des Bernardins, tenutosi a Parigi venerdì 12 settembre 2008 (fonte: http://www.vatican.va/)

“[…] Vorrei parlarvi stasera delle origini della teologia occidentale e delle radici della cultura europea. Ho ricordato all’inizio che il luogo in cui ci troviamo è in qualche modo emblematico. È infatti legato alla cultura monastica, giacché qui hanno vissuto giovani monaci, impegnati ad introdursi in una comprensione più profonda della loro chiamata e a vivere meglio la loro missione. […] In base alla storia degli effetti del monachesimo possiamo dire che, nel grande sconvolgimento culturale prodotto dalla migrazione di popoli e dai nuovi ordini statali che stavano formandosi, i monasteri erano i luoghi in cui sopravvivevano i tesori della vecchia cultura e dove, in riferimento ad essi, veniva formata passo passo una nuova cultura. Ma come avveniva questo? Quale era la motivazione delle persone che in questi luoghi si riunivano? Che intenzioni avevano? Come hanno vissuto?

Innanzitutto e per prima cosa si deve dire, con molto realismo, che non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile. Si dice che erano orientati in modo “escatologico”. Ma ciò non è da intendere in senso cronologico, come se guardassero verso la fine del mondo o verso la propria morte, ma in un senso esistenziale: dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo. Quaerere Deum: poiché erano cristiani, questa non era una spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso il buio assoluto. Dio stesso aveva piantato delle segnalazioni di percorso, anzi, aveva spianato una via, e il compito consisteva nel trovarla e seguirla. Questa via era la sua Parola che, nei libri delle Sacre Scritture, era aperta davanti agli uomini. La ricerca di Dio richiede quindi per intrinseca esigenza una cultura della parola o, come si esprime Jean Leclercq : nel monachesimo occidentale, escatologia e grammatica sono interiormente connesse l’una con l’altra (cfr L’amour des lettres et le desir de Dieu, p.14). Il desiderio di Dio, le désir de Dieu, include l’amour des lettres, l’amore per la parola, il penetrare in tutte le sue dimensioni. Poiché nella Parola biblica Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di esprimersi. Così, proprio a causa della ricerca di Dio, diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua. Poiché la ricerca di Dio esigeva la cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie verso la parola. Per lo stesso motivo ne fa parte anche la scuola, nella quale le vie vengono aperte concretamente. Benedetto chiama il monastero una dominici servitii schola. Il monastero serve alla eruditio, alla formazione e all’erudizione dell’uomo – una formazione con l’obbiettivo ultimo che l’uomo impari a servire Dio. Ma questo comporta proprio anche la formazione della ragione, l’erudizione, in base alla quale l’uomo impara a percepire, in mezzo alle parole, la Parola.

[…] In Benedetto, per la preghiera e per il canto dei monaci vale come regola determinante la parola del Salmo: Coram angelis psallam Tibi, Domine – davanti agli angeli voglio cantare a Te, Signore (cfr 138,1). Qui si esprime la consapevolezza di cantare nella preghiera comunitaria in presenza di tutta la corte celeste e di essere quindi esposti al criterio supremo: di pregare e di cantare in maniera da potersi unire alla musica degli Spiriti sublimi, che erano considerati gli autori dell’armonia del cosmo, della musica delle sfere. Partendo da ciò, si può capire la serietà di una meditazione di san Bernardo di Chiaravalle, che usa una parola di tradizione platonica trasmessa da Agostino per giudicare il canto brutto dei monaci, che ovviamente per lui non era affatto un piccolo incidente, in fondo secondario. Egli qualifica la confusione di un canto mal eseguito come un precipitare nella “zona della dissimilitudine” – nella regio dissimilitudinis. Agostino aveva preso questa parola dalla filosofia platonica per caratterizzare il suo stato interiore prima della conversione (cfr Confess. VII, 10.16): l’uomo, che è creato a somiglianza di Dio, precipita in conseguenza del suo abbandono di Dio nella “zona della dissimilitudine” – in una lontananza da Dio nella quale non Lo rispecchia più e così diventa dissimile non solo da Dio, ma anche da se stesso, dal vero essere uomo. È certamente drastico se Bernardo, per qualificare i canti mal eseguiti dei monaci, usa questa parola, che indica la caduta dell’uomo lontano da se stesso. Ma dimostra anche come egli prenda la cosa sul serio. Dimostra che la cultura del canto è anche cultura dell’essere e che i monaci con il loro pregare e cantare devono corrispondere alla grandezza della Parola loro affidata, alla sua esigenza di vera bellezza. Da questa esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarLo con le parole donate da Lui stesso è nata la grande musica occidentale. Non si trattava di una “creatività” privata, in cui l’individuo erige un monumento a se stesso, prendendo come criterio essenzialmente la rappresentazione del proprio io. Si trattava piuttosto di riconoscere attentamente con gli “orecchi del cuore” le leggi intrinseche della musica della stessa creazione, le forme essenziali della musica immesse dal Creatore nel suo mondo e nell’uomo, e trovare così la musica degna di Dio, che allora al contempo è anche veramente degna dell’uomo e fa risuonare in modo puro la sua dignità.

[…] Nella considerazione sulla “scuola del servizio divino” – come Benedetto chiamava il monachesimo – abbiamo fino a questo punto rivolto la nostra attenzione solo al suo orientamento verso la parola, verso l’ “ora”. E di fatto è a partire da ciò che viene determinata la direzione dell’insieme della vita monastica. Ma la nostra riflessione rimarrebbe incompleta, se non fissassimo il nostro sguardo almeno brevemente anche sulla seconda componente del monachesimo, quella descritta col “labora”. Nel mondo greco il lavoro fisico era considerato l’impegno dei servi. Il saggio, l’uomo veramente libero si dedicava unicamente alle cose spirituali; lasciava il lavoro fisico come qualcosa di inferiore a quegli uomini che non sono capaci di questa esistenza superiore nel mondo dello spirito. Assolutamente diversa era la tradizione giudaica: tutti i grandi rabbi esercitavano allo stesso tempo anche una professione artigianale. Paolo che, come rabbi e poi come annunciatore del Vangelo ai gentili, era anche tessitore di tende e si guadagnava la vita con il lavoro delle proprie mani, non costituisce un’eccezione, ma sta nella comune tradizione del rabbinismo. Il monachesimo ha accolto questa tradizione; il lavoro manuale è parte costitutiva del monachesimo cristiano. San Benedetto parla nella sua Regola non propriamente della scuola, anche se l’insegnamento e l’apprendimento – come abbiamo visto – in essa erano cose praticamente scontate. Parla però esplicitamente, in un capitolo della sua Regola, del lavoro (cfr cap.48). Altrettanto fa Agostino che al lavoro dei monaci ha dedicato un libro particolare.[…] Il mondo greco-romano non conosceva alcun Dio Creatore; la divinità suprema, secondo la loro visione, non poteva, per così dire, sporcarsi le mani con la creazione della materia. Il “costruire” il mondo era riservato al demiurgo, una deità subordinata. Ben diverso il Dio cristiano: Egli, l’Uno, il vero e unico Dio, è anche il Creatore. Dio lavora; continua a lavorare nella e sulla storia degli uomini. In Cristo Egli entra come Persona nel lavoro faticoso della storia. “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”. Dio stesso è il Creatore del mondo, e la creazione non è ancora finita. Dio lavora, ergázetai. Così il lavorare degli uomini doveva apparire come un’espressione particolare della loro somiglianza con Dio e l’uomo, in questo modo, ha facoltà e può partecipare all’operare di Dio nella creazione del mondo. Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabili. Questo ethos dovrebbe però includere la volontà di far sì che il lavoro e la determinazione della storia da parte dell’uomo siano un collaborare con il Creatore, prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a mancare e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme, la formazione del mondo può facilmente trasformarsi nella sua distruzione […].”

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Homeschooling


O, in Italia, educazione parentale. In alcuni paesi del mondo è molto più diffusa che da noi, molti non sanno neppure di questa possibilità concessa dalla nostra legge (ma proibita altrove, come in Germania).
In Italia è obbligatoria l’istruzione, non la scuola, fino ai quindici anni di età: quindi è teoricamente possibile (e da alcuni praticata) l’educazione domestica. I motivi che spingono a questa scelta sono disparati, e sono più o meno tutti rappresentati dalla variegata galassia degli homeschoolers statunitensi. Si va dall’appartenenza a gruppi religiosi particolari (ma ci sono anche homeschoolers cattolici), ai problemi di salute, alla distanza dalle scuole, a scelte legate ai singoli casi personali. Ci sono seguaci di metodi montessoriani e steineriani, ci sono ultra-conservatori convinti che la scuola possa corrompere i propri figli e ultra-libertari, che contestano il concetto di educazione in sé. Ci sono associazioni di genitori di homeschoolers che aiutano e sostengono le famiglie in questa scelta, ci sono siti internet che vendono materiale, lezioni e tutto quanto può servire per le lezioni domestiche.
Molti homeschoolers mettono l’accento su alcune caratteristiche di questa modalità educativa: maggiore libertà (negli orari, nella gestione degli argomenti…), maggiore focalizzazione sugli interessi reali del bambino (se un bambino ha curiosità su un certo argomento lo si stimola ad approfondire, a cercare sui libri, in internet, al museo, fino a quando non raggiunge il grado di approfondimento desiderato), maggiore interdisciplinarietà, e anche maggior divertimento.
Un homeschooler spesso apprende anche collaborando alla gestione domestica (apprende i rudimenti di botanica nell’orto di casa e passeggiando nei boschi per fare un erbario, cucina con i genitori, tesse, dipinge…). E’ frequente che gli homeschoolers apprendano in compagnia di fratelli e sorelle, senza una rigorosa divisione in fasce di età.
Spero di non aver fatto troppa confusione nel presentare questo argomento, visto che lo sto esplorando da poco tempo. Le prime informazioni che ho raccolto erano sulla scorta dei problemi incontrati a scuola da Giorgio. Poi mi sono un po’ appassionata a esperienze così insolite (in internet si trovano molti blog sull’argomento).
Non credo che questa modalità educativa sia adatta per la nostra famiglia (per tempi, spazi, per la mancanza di uno spazio verde che faccia da appendice al nostro appartamento cittadino, e per molti altri motivi ancora), ma spero sia possibile “importare” un certo spirito e tante buone idee che ho trovato finora.
In particolare condivido e apprezzo l’idea di fondo che le famiglie dovrebbero essere le principali protagoniste dell’educazione dei propri figli e – sull’altro versante – i bambini dovrebbero poter arrivare all’apprendimento sulla scorta di interessi, passioni e stimoli personali.
Per ora si tratta di “buoni propositi”, spero di poter tornare sull’argomento tra qualche tempo, con una maggiore esperienza “sul campo”.

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Le stelle della settimana

Ho preso l’idea da un pannello in stoffa, con piccole stelle in feltro con il retro adesivo.
L’ho visto vagabondando in internet ed era molto bello e colorato. Ma troppo grande per far spazio a tre -tra qualche tempo, quando Benedetta sarà un po’ più grande, quattro- bambini, e un po’ troppo infantile. L’ho sostituito con un più banale foglio di excel, scritto in caratteri colorati che ricordano l’alfabeto degli abbecedari, diviso in un certo numero di attività e in colonne corrispondenti ai nomi di Caterina, Giorgio e Marco. Nulla di più semplice.
A ogni attività fatta bene, in tempo, ecc… corrisponde una stella. Ogni settimana ciascun bambino ha un suo obiettivo di stelle da raggiungere. Il raggiungimento dell’obiettivo dà diritto a un regalino (figurine, giornalino, o – per chi ha progetti in scala più vasta – due euro da risparmiare).
Tra le voci ci sono fare il bagno e lavarsi i denti (ora è difficile che lo dimentichino), fare i compiti e riordinare i giochi, dire le preghiere del mattino e della sera, apparecchiare e sparecchiare la tavola (per la prima volta li ho visti litigare per poter FARE la tavola, non per scansarla!).
C’è poi una casella altro, dove c’è posto per stelle impreviste (aiutare i più piccoli, cedere un gioco…). Le stelle non si possono cancellare, neppure per punizione. Ciò che è stato fatto bene, rimane. Se si comportano proprio male viene messa una nuvoletta nera, che annullerà una stella dal bilancio finale.
Sembra laborioso, in realtà è un valido aiuto per ricordare tutte le attività routinarie che possono diventare noiose, per stimolare a compiere quelle attività che finora i bambini cercavano di scansare, per avere un quadro di quanto rispondano ai loro doveri (se a metà settimana sono un po’ a secco di stelline, si industriano per fare meglio).
Infine, invece di lottare in continuazione con il mi compri?, questo sistema aiuta i bambini a focalizzare l’attenzione su ciò che davvero desiderano, li costringe ad attendere e a meritarsi l’oggetto dei propri desideri. Impone loro il risparmio se l’oggetto desiderato è troppo costoso per una sola settimana.
Trovo questo sistema un valido aiuto per indicare ai bambini quali sono le cose da fare, anche se va un po’ messo a punto: è normale, credo, un calo di entusiasmo dopo qualche tempo, ma si può ravvivare l’attenzione con dei complimenti ai più bravi, o con un regalo un po’ più “importante” del solito.

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Interiors



L’arredamento di interni è sicuramente la più duratura delle mie passioni. Ho cambiato radicalmente il mio modo di vivere e di pensare varie volte nel corso degli anni, ma non ho mai smesso di immaginare luoghi e ambienti in cui fosse piacevole abitare.
Da qualche tempo le mie preferenze vanno verso ambienti senza tempo, un po’ rustici e un po’ moderni. Con mobili in legno dipinto di colori chiari e materiali a bassa manutenzione.
Immagino superfici chiare, linee semplici e spazi ben organizzati.
Mi sono piaciute molto le foto della casa che riproduco in alto. Sembra quasi una casa per le vacanze, molto rilassante e con poche pretese, dove tutto il lusso è rappresentato dalla bellezza dei materiali naturali, dai colori chiari e dalle superfici abbellite dal tempo.

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