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Articolo sull’homeschooling in Usa

Segnalo questo articolo uscito oggi.

Mi ha colpito il ritmo di crescita della famiglie che scelgono la scuola domestica, ma tutti i dati sono interessanti, forse più di tutto il rapporto di collaborazione che in alcuni stati si è venuto a instaurare con la scuola tradizionale.

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La scuola italiana

Questo post aderisce alla Giornata di blogging sulla scuola italiana.

Mi piacerebbe, davvero, non sentirmi sempre controcorrente. E’ il primo pensiero che mi viene in mente leggendo gli altri post che aderiscono a questa iniziativa. Molti dicono cose belle e condivisibili, ma io sento un’estraneità di fondo e non me ne compiaccio, anzi, mi piacerebbe – come a chiunque – che le mie idee fossero popolari e condivise. Invece mi trovo ancora una volta in posizione minoritaria.

La scuola è una di quelle istituzioni destinate a cambiare nel corso del tempo, non solo e non tanto perché cambiano alcuni strumenti tecnici (dalla tavoletta di cera e lo stilo fino all’uso del computer in classe), ma soprattutto – e più in profondità – perché cambia il modo di intendere l’educazione, la trasmissione del sapere di generazione in generazione, il modo stesso di concepire il ruolo dell’individuo all’interno del meccanismo sociale.

Sono temi, questi, a cui ogni generazione deve pensare nuovamente senza dare nulla per scontato, pena il fallire in tutto o in parte il compito di trasmissione della conoscenza e – ancora più importante – della propria civiltà alle generazioni che seguono.

E’ importante inoltre prendere atto che ogni forma di educazione ha vari livelli di esplicitazione del proprio curriculum e che una hidden agenda è inevitabile. Con hidden agenda intendo quel complesso di procedure, di valori, di messaggi – soprattutto non verbali – che dicono allo studente cosa ci si aspetta da lui, come si deve comportare, come ci si aspetta che si relazioni agli adulti, ai compagni, alle materie di studio e alla scuola stessa.

Viviamo in un’epoca in cui l’educazione e la scuola sono messe al centro di un dibattito (talora furibondo e ideologico) che dura ormai da tempo e che, pare, per ora non ha fatto altro che diffondere allarmi. Espressioni come “emergenza educativa” o “riforma della scuola” sono diventate ormai di dominio pubblico, anche se dall’emergenza non si trova il modo di uscire e a una riforma segue inevitabilmente una nuova riforma. Un pensatore americano, John Taylor Gatto[1], ha persino ipotizzato che questi temi e i relativi allarmismi altro non siano che uno strumento della scuola stessa per prendere sempre più spazio alla società, per reclamare sempre nuovi fondi, sempre nuove riforme, sempre nuovi esperti e – in definitiva – perpetuare sé stessa e le proprie esigenze prima e contro le esigenze dell’infanzia e dell’accesso reale alla conoscenza. Se davvero così fosse, non credo che ciò sarebbe per caso. Un’istituzione che richiede così tante risorse (economiche, politiche, umane) non adotta per caso un orientamento piuttosto che un altro. La scuola deve essere funzionale a qualcosa e, se si scopre che non è funzionale all’istruzione dei giovani, al loro inserimento lavorativo, al loro riscatto sociale, alla loro promozione umana, ci si dovrebbe chiedere a cosa è funzionale tutto questo dispiegamento di forze. Aumentano gli specialisti, aumentano gli psicologi, i mediatori culturali, le associazioni, le assemblee e le riunioni organizzative, aumentano i test, nazionali e internazionali, aumenta la polemica tra scuola pubblica e scuola privata e, allo stesso tempo, l’occupazione di diplomati e laureati non è mai stata così difficile, l’incidenza del grado di scolarizzazione sulle aspettative di mobilità sociale non è mai stata così bassa, si ha la sensazione generale che l’istruzione di intere generazioni di giovani sia quasi completamente fallita, che le poche eccellenze siano spinte all’estero per mancanza di opportunità in patria e, infine, che un numero troppo grande di ragazzi sia lasciato in disparte.

In Italia la cultura – e la scuola come sua componente cruciale-  nel dopoguerra è stata oggetto di una colonizzazione gramsciana che l’ha resa un satellite della politica del PCI prima e dei suoi epigoni poi. Ma in tutto il mondo occidentale pare che la scuola stia vivendo un lungo periodo di crisi e l’educazione sembra essere diventato un tema centrale del dibattito politico-sociale. La cultura post-sessantottina, poi, ha contribuito ulteriormente alla diffusione di alcuni luoghi comuni (egualitarismo, scuola di massa, compresa l’università di massa, cultura del politicamente corretto, divisione del curriculum scolastico dalla pratica lavorativa, indifferenziazione di genere) che hanno reso la scuola un potente mezzo di trasmissione di una visione frammentaria e disgregata del mondo e della società .

La scuola, oggi, si trova di fronte alla richiesta contradditoria di maggiore selettività (la “meritrocazia” di cui si parla spesso) senza nessuna esclusione (egualitarismo). Quindi fioccano i test, si incoraggia la severità nei voti, si invoca maggior disciplina e si vorrebbe premiare il merito (degli studenti, ma anche degli insegnanti, delle singole scuole…) e allo stesso tempo non si può bocciare nessuno, o quasi, ogni anno i ragazzi delle scuole superiori tra maggio e giugno vedono i loro compagni, che non hanno studiato quasi nulla durante l’anno scolastico, “recuperare” improvvisamente in un buon numero di materie, così da avere un sei che permetterà loro di non essere bocciati (magari soltanto rimandati in qualche materia) per poi ripartire l’anno successivo dalle stesse lacune. Inoltre bocciare o non bocciare è quasi indifferente, se prima di tutto nella scuola non si è tentata una vera istruzione, il coinvolgimento del maggior numero possibile di giovani, la trasmissione dell’entusiasmo per la conoscenza (se non per la Conoscenza in generale, almeno per la conoscenza specifica di alcune materie e di alcune abilità).

Il problema, però, così posto, sembra irrisolvibile. Anzi, il populismo della scuola pubblica vorrebbe alimentare l’illusione che la scuola sia davvero per tutti e che il merito verrà premiato, ma la verità è che  la mancanza di qualità colpisce più gravemente proprio quelle classi sociali che hanno nella scuola e nell’istruzione il loro unico patrimonio e l’unico strumento di promozione sociale. I figli delle classi più privilegiate non solo possono godere, se dotati, delle maggiori opportunità offerte da scuole altamente qualificanti, corsi di lingue, ambiente culturalmente stimolante, ma, qualora non fossero dotati, rimangono comunque protetti dalla rete di rapporti e risorse famigliari, per cui possono limitare i danni di un’istruzione scadente. Sono proprio le classi economicamente e socialmente più deboli che pagano i costi maggiori di una scuola di basso livello.

Da tempo mi affascina la visione di documentari e interviste di repertorio della televisione italiana: negli anni 1960 e 1970 una  parte consistente della popolazione non parla che in dialetto, ma la parte che si esprime in italiano (si tratti di casalinghe, operai, passanti) sembra molto più colta del partecipante medio (e con grado di istruzione medio-alto)  a un talk show televisivo contemporaneo. Il livello dei libri di testo delle elementari di 40/50 anni fa è incredibilmente superiore, in alcuni casi, a quello degli analoghi testi delle scuole superiori attuali.

L’impressione è che ci sia stata una moltiplicazione di preoccupazioni (lezioni di ecologismo, educazione stradale, educazione sessuale, educazione alla cittadinanza, educazione alimentare…) a fronte di un sempre peggior livello di istruzione e di preparazione al mondo del lavoro (oltre all’evidenza che l’inquinamento cresce, i bambini non escono per strada da soli, gli adolescenti fanno sesso in maniera completamente irresponsabile, la fiducia nelle istituzioni è al minimo storico, l’obesità infantile dilaga…).

Non credo che se ne possa uscire semplicemente con una riscrittura di programmi e orari scolastici.

Se ne esce guardando la scuola con occhi completamente nuovi. In primo luogo, prendendo atto che il concetto di scuola per tutti, obbligatoria e gratuita è relativamente recente. Di fatto, un lascito della Rivoluzione francese. E, come tutto ciò che è stato diffuso e introdotto a seguito di tale Rivoluzione,  non nasce certo priva di pre-giudizi e fini politici.

Fa parte di un processo di limitazione della sovranità della famiglia sull’infanzia, a favore di politiche statali che creino uniformità forzata. La famiglia, con tutti i suoi limiti, è il luogo dove il bambino apprende ogni cosa all’interno di un reticolo di senso, di valori, di condizioni (di tempo, di luogo) specifiche. Apprende il linguaggio che ascolta, conosce i mestieri che osserva, conosce la sua strada, il suo campo, il suo vicino, il clima in cui vive, gli uccelli che nidificano nel bosco accanto a casa. La famiglia è il luogo in cui le generazioni si incontrano, in cui si scoprono il senso della vita, della malattia, della fatica, della festa, della morte. La scuola, al contrario, è il luogo della informazioni decontestualizzate, messe una accanto all’altra, senza relazione con la propria vita. Gli studenti sono misurati tramite compiti e test, attraverso un voto di comportamento, raramente in base a doti, particolarità, capacità creative, o umane che non siano standardizzate. Certo, per queste cose ci dovrebbe essere tutto un contesto famigliare e sociale che aggiunge all’educazione dei ragazzi quei tasselli che la scuola inevitabilmente non può dare. Purtroppo invece quel contesto non c’è più. Le famiglie sono letteralmente sbranate, fragili, decomposte, isolate. Nella nostra società sono necessari due stipendi per vivere in una grande città, i genitori sono costretti ad affidare a estranei i propri figli praticamente fin dalla nascita, per molte famiglie superare la soglia dei due figli significa accedere alle statistiche sulla povertà.

Le famiglie si spaccano con sempre maggiore facilità, le madri sono assenti quasi quanto i padri. Potrebbe sembrare una conquista, il lavoro femminile, ma il suo rovescio di medaglia è l’abbandono dell’infanzia nelle mani dei “professionisti”.

Cinquant’anni fa un operaio poteva, con qualche sacrificio, mantenere una famiglia con tre, quattro figli, oggi servono due stipendi per mantenere un solo figlio. In pratica, due lavoratori al prezzo di uno. Per il mondo del lavoro molto meglio due lavoratori senza figli, magari qualificati e a basso costo, senza troppo legami famigliari, senza anziani da accudire. Semplici cellule da comporre e scomporre a piacimento, sradicate da ogni comunità, dal territorio, da legami forti, pronte a consumare e funzionare secondo gli interessi di gruppi di potere troppo forti, troppo anonimi, troppo subdoli, per poter essere contrastati.

Se viste in questa prospettiva, le politiche su aborto, divorzio, contraccezione ed eutanasia, assumono un significato sinistro. Nella stessa direzione va il continuo smantellamento dei programmi scolastici, in modo che nulla di preciso e definito venga davvero insegnato: la sensazione di appartenere a una forte tradizione culturale, di essere radicati, la capacità di comprensione profonda, di studio e pensiero critico, sono cose non troppo funzionali allo spezzatino sociale che siamo diventati.

Ci sono momenti storici in cui non è facile dare un giudizio lucido sull’epoca in cui si vive. Forse non lo è mai.  L’unica similitudine che mi viene in mente è quella con la fine dell’Impero Romano, lo dicevo già qui. Una civiltà è finita, quella che la sostituirà per ora non si distingue (ci sono sicuramente frammenti, dettagli, ma non è facile separare ciò che è significativo da quello che non lo è). Per continuare la similitudine, il compito necessario è quello che fu allora dei monasteri: conservare ciò che ha valore, avere una grande sete di senso, prendere il buono delle novità, preparare il futuro.

Da parte mia vorrei proporre, o ricordare, o appoggiare -fate voi – alcune cose molto semplici:

1 promuovere la famiglia come nucleo fondamentale della società e, per questo, anche principale agente dell’educazione dei giovani (quindi chiedere prima di tutto più famiglia, non più scuola);

2 considerare la scuola come uno degli strumenti a disposizione della famiglia, quindi al servizio del piano educativo di questa, non parte di un programma ministeriale di omologazione sociale;

3 favorire il reincanto dell’infanzia, educando al bello e al bene;

4 ritornare al reale (per dirla con il famoso titolo di Gustave Thibon), anche limitando l’uso della tecnologia come babysitter virtuale.

In questo quadro decade quasi del tutto la polemica scuola pubblica-scuola privata, in quanto si chiede allo Stato di sostenere le scelte educative della famiglia, qualunque esse siano. Difendere la scuola pubblica come “gesto politico” è per me incomprensibile, il vero gesto politico è sostenere le famiglie, non facendo gravare sulle loro tasche la scelta della scuola (quindi rendendo in ultima istanza non elitaria la scelta della scuola privata). In molti paesi del mondo la scuola privata è vista come una risorsa da sostenere, in quanto libera energie (delle famiglie, degli educatori motivati secondo un metodo, o in base a convinzioni religiose…) che altrimenti andrebbero perdute nel grande calderone della scuola pubblica, necessariamente più “neutra” in quanto a fondamenti. In Italia invece è sempre ben radicato il luogo comune secondo il quale il sostegno alla scuola privata sarebbe classista ed elitario. La verità è che la scuola privata costituisce invece per lo stato un risparmio enorme, si basa sulla buona volontà di molti, sull’impegno personale e la dedizione di tante persone che la scelgono e ci lavorano. Ci sono anche i diplomifici, certo, così come ci sono le scuole pubbliche disastrate: si tratta di stabilire degli standard (educativi, strutturali, di servizi) da raggiungere, non di penalizzare alcune scelte educative a favore di altre.

Infine si tratta di scendere a patti con una semplice realtà:  che le necessità dei bambini non sempre si possono accomodare con quelle degli adulti e a volte è necessario fare scelte decisamente pro-infanzia, anche se questo vuol dire ripensare, ad esempio, l’organizzazione del lavoro femminile.

 


[1] John Taylor Gatto, Dumbing Us Down. The Hidden Curriculum of Compulsory Schooling, New Society Publishers, Gabriola Island (Canada) 2005 (edizione originale 1992).

Su questi temi ho già detto alcune cose qui, qui e qui.

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La scelta della scuola

Come ogni anno, tra gennaio e febbraio arriva l’epoca delle scelte scolastiche, delle pre-iscrizioni, degli open days, dei mille dubbi riguardanti una svolta così importante per la vita dei nostri figli.

In casa nostra ci sono per lo più riconferme: solo Caterina finisce un ciclo scolastico (le elementari, o scuola primaria) e passerà a quello successivo (scuola media, o secondaria di primo grado).

Il bilancio di questo primo ciclo scolastico (anche se mancano pochi mesi) non è univoco.

Da un lato, le maestre principali hanno certamente fornito una buona preparazione a tutta la classe. Sono persone molto esigenti e alcuni argomenti sono stati approfonditi fino alla nausea (v. preistoria o civiltà egizia), ma l’impressione generale è che abbiano insegnato bene e tanto.

Più carenti sono stati invece gli insegnamenti di alcune materie collaterali, quali inglese, informatica e musica. Tre materie in cui hanno fatto davvero poco, poco, poco.

Dal punto di vista umano, Caterina ha stretto alcune amicizie (ma anche alcune salde antipatie), ha sofferto della mancanza di intervallo, di ricreazione all’aperto, dell’eccesso di compiti, del ruolo di controllore continuamente imposto ad alcuni elementi della classe (tra cui mia figlia).

Avrebbe dovuto correre di più all’aperto, fare più educazione fisica, apprendere più cose osservandole dalla realtà e non dai libri, avrebbe dovuto non essere costretta a scrivere alla lavagna chi parla, chi spinge, chi urla. Avrebbe dovuto avere più pomeriggi liberi, più tempo per leggere i suoi amati libri, per stare all’aperto, per giocare. Insomma, la sensazione generale è che, visto da qui, giugno sembra la fine di un tunnel triste e grigio.

Qualche giorno fa ho consegnato il modulo di pre-iscrizione alla scuola media più vicina a casa nostra, una scuola pubblica, nota per essere una buona scuola, già frequentata dalla sorella maggiore, che si era trovata molto bene. Inoltre è una scuola con un ampio cortile, tre palestre e un mare di attività sportive (giusto per cambiare stile rispetto alle elementari).

La scelta non riguardava dunque la scuola (è vicina, è gratis e abbiamo avuto buone esperienze), ma il tipo di orario.

Le offerte in sostanza sono due:

– tempo ordinario (dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 13,30)

– tempo prolungato (come sopra, ma con due rientri settimanali fino alle 16).

E infatti abbiamo scelto la terza soluzione!

La scuola ha chiesto (e spera di ottenere) una classe sperimentale a indirizzo musicale (stesso orario del tempo ordinario, più un’ora un pomeriggio della settimana di lezione musicale). La classe farà complessivamente 3 ore di musica (prendendone in prestito una anche da italiano), con una parte del tempo dedicato a uno strumento, l’altra alla musica d’insieme.

Oltre all’interesse per la musica in sé, la motivazione di tale scelta è dovuto a più fattori: intanto, un orario breve, che finalmente permetterebbe a mia figlia di gestirsi una parte della giornata secondo i propri ritmi (è quella soprannominata “il bradipo”, ricordate?). Poi, il fatto che la sezione interessata da questa sperimentazione sia la stessa che aveva frequentato a suo tempo la sorella più grande, in cui rimangono più o meno gli stessi professori, con cui ci eravamo trovati molto bene. Infine, a naso, la sensazione che la scuola stia puntando molto su questa classe, che sarà un po’ la loro “punta di diamante”, quindi – detto in soldoni- avranno un occhio di riguardo in ogni circostanza, specie nella scelta dei professori.

Le lingue scelte sono inglese e francese (l’alternativa al francese sarebbe stata il tedesco, ma Caterina l’ha scartato subito in modo categorico).

L’unico dubbio rimane dunque relativo all’effettiva approvazione di questa sperimentazione, oltre al fatto che si tratta di una classe con un limite numerico (24 ragazzi) e c’è il rischio di esserne esclusi.

Giulia intanto, pur essendo al penultimo anno di liceo classico, ha già seguito alcuni incontri di orientamento universitario e pare estremamente interessata a fisica… Che dire? La propensione per la matematica non le viene certo da me, ma sono contenta che abbia trovato un proprio talento particolare da coltivare! Comunque c’è ancora tempo e staremo a vedere.

Mi piacerebbe aggiungere alcune valutazioni su scuola pubblica e scuola privata, che in parte ho abbozzato in risposta a questo post, ma per ora rimando a un altro momento per assoluta mancanza di tempo.

Ma solo a me sembra che la scelta della scuola per i figli sia più una scommessa alla lotteria che una scelta controllabile e verificabile in partenza? Solo io ho questa sensazione che si riassume in un “Dio ce la mandi buona”?

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Quel che non va nella scuola – terza (ed ultima?) parte

Le prime parti sono qui e qui.

Oggi scenderò sul personale, perché sono stanca e arrabbiata. Era già successo due anni fa di avere problemi quando Giorgio ha iniziato la prima elementare. Le maestre sembravano avere buoni principi, se non fosse che erano molto rigide nell’applicarli, al punto da passare sopra i bambini stessi.

Giorgio arrivava a scuola sapendo leggere da quasi due anni (aveva imparato da solo), aveva concetti matematici (di numero, di addizione e sottrazione) piuttosto robusti, era curiosissimo. Era un bambino che aveva un ottimo comportamento in classe, a detta delle stesse maestre, collaborativo e gentile con tutti, educato ma partecipe. Inoltre era arrivato pieno di aspettative, volendo dare il meglio di sé e si era subito inserito nella classe facendosi volere bene da tutti: sembrava quindi il candidato ideale a non avere problemi. Invece i problemi sono arrivati. In classe c’era una bambina con una grave situazione mentale, che poteva andare in escandescenze e urlare  o agitarsi per ore senza motivo. Questa bambina aveva un’insegnante di sostegno, che è subito entrata in conflitto con le insegnanti principali. La situazione era tesa (diciamo che gli adulti non erano sereni e si percepiva), ma ancora non grave. Arriva a gennaio un bambino nuovo. Un bambino che (ci dicono) nella scuola precedente era abituato a un ruolo di leadership. Questi identifica in Giorgio, che è una specie di leader naturale e che quindi viene seguito dai compagni per affetto, un antagonista: inizia a picchiarlo ogni giorno. Niente di grave: spintoni, sgambetti, un atteggiamento rude. Giorgio è alto una spanna in più, ma non è un bambino aggressivo e subisce senza reagire. Da quel momento i suoi quaderni peggiorano quasi da un giorno all’altro. Lui inizia ad avere ogni mattina mal di pancia, chiaramente psicosomatico. Dice di odiare la scuola. Ne parlo con le insegnanti, le quali mi dicono che non ci sono problemi (hanno il loro conflitto in corso, la bambina con problemi continua a dare in escandescenze, il nuovo picchia e non segue le regole: in effetti Giorgio è l’ultimo dei loro problemi). Giorgio finisce la prima con una splendida pagella, ma nessuno mi prende sul serio; nessuno -soprattutto – prende sul serio mio figlio.

Decido di cambiare scuola dall’inizio della seconda. In pochi mesi mio figlio ritorna sereno, anche qui tutti sono suoi amici (la maestra mi dice che litigano per potergli dare la mano in fila), il rendimento migliora (non era mai stato cattivo, ma io vedo che l’ordine aumenta, l’attenzione pure, i compiti sono fatti con più tranquillità). La sua classe tutti i giorni esce due volte in cortile, giocano a palla, dipingono, fanno musica con un’ottima insegnante davvero preparata. La maestra è esigente,  ma attenta ai bambini e capace di motivarli, i compiti sono equilibrati. A Natale fanno uno spettacolo corale, a fine anno mettono in piedi un bellissimo musical su Alice nel paese delle meraviglie. Il programma è svolto integralmente, i bambini stanno bene. Dunque non è impossibile!

Ora mi trovo con problemi che riguardano altri due miei figli. Uno è Marco, il quale fa prima elementare e che – come dicevo – potrebbe avere qualche problema di apprendimento. Ho parlato qualche giorno fa con il suo maestro che mi ha rassicurata. Mi dice che ogni tanto vede delle confusioni, ma vede soprattutto che Marco è entusiasta e molto volenteroso. Mi prega di tenerlo informato sull’esito dei test e parla di mio figlio con evidente attenzione alla persona. In questo contesto, mi sembra più facile affrontare il nostro percorso, qualunque sarà.

Tutto il contrario invece è il caso di Caterina, che fa quinta elementare. Caterina è una bambina calma (talora detta “il bradipo”, per intenderci), molto sensibile e piena di voglia di imparare. Inizia le elementari con due maestre principali alle quali si affeziona in fretta. Le piace studiare, le piace imparare e fare i compiti. Legge molto per suo piacere, è curiosa e fa mille domande. Le maestre dapprima si rivelano molto esigenti, tendono ad approfondire ogni argomento, chiedono precisione, chiedono lavoro a casa, chiedono molta disciplina in classe. Per mia figlia non è un problema, io sono soddisfatta per l’ottimo livello di insegnamento, per altri bambini un po’ meno tranquilli (non bradipi, diciamo) inizia ad essere difficile. L’intervallo si riduce a uno spuntino da consumare sul posto, raramente escono in cortile, non possono neppure muoversi nei corridoi, l’ora di educazione fisica è spesso rosicata da altre materie da completare o da punizioni varie. Dalla terza c’è un’escalation di compiti, ma è solo in quarta che Caterina entra in crisi. E’ stanca, sovraccarica, non riesce ad avere sufficienti momenti di svago, i compiti la assorbono di regola tutto il fine settimana (tutto: sabato mattina e pomeriggio integralmente, più alcune ore della domenica). In classe la disciplina è sempre più soffocante. I bambini devono fare i controllori, scrivere i nomi dei “cattivi” sulla lavagna, riferire alle maestre le mancanze dei compagni. Ho provato a parlarne alle maestre, senza esito. Hanno provato a parlarne anche altri genitori, durante i colloqui individuali, ma ad ognuno veniva risposto che si tratta di casi singoli (probabilmente 20 casi singoli su 24 bambini ancora non costituiscono un problema di gruppo!), che il bimbo X è lento, Y fa troppo sport, Z è notoriamente cagionevole… I rapporti si sono deteriorati, anche per altre questioni, legate a un tasso di litigiosità tra i genitori della classe davvero impressionante, le maestre è come se non volessero più saperne, come se si fossero chiuse a riccio: contro i genitori prepotenti e irragionevoli e anche contro tutti gli altri. Nel dubbio, vanno avanti per la loro strada, non sentono gli appelli a confrontarsi civilmente, a trovare un equilibrio che sia in favore dei bambini, senza estremismi, senza recriminazioni. Chi ce la fa, ce la fa. Tutti gli aspetti persi (il gioco, le amicizie…) sono ormai persi. Mi rendo conto che le insegnanti si sono sentite attaccate, sotto accusa anche per fatti minori e quindi evitano il confronto.  Di più: si ha l’impressione che a tornare sull’argomento le cose potranno solo peggiorare; non voglio parlare di “ritorsioni”, ma diciamo che se si sentiranno ancora più alle strette probabilmente ne risentiranno i bambini (ci sono già le avvisaglie anche in questo senso). Caterina patisce questa situazione, le punizioni continue (e collettive: chi si comporta bene come chi si comporta male), patisce la minaccia permanente… continua ad andare bene, ma più per senso di responsabilità (e per il nostro supporto) che per convinzione. Altri genitori hanno adottato la soluzione di giustificare permanentemente i compiti non svolti: così i bambini hanno ancora di più un senso di ingiustizia. I fortunati hanno genitori che fanno la giustificazione il lunedì mattina, gli altri no. A cosa servono dei compiti fatti da sola mezza classe (e sempre la stessa metà e, onestamente, sempre quelli che già vanno bene a scuola e forse ne avrebbero meno bisogno)? Non sarebbe più ragionevole un carico inferiore, ma per tutti?

Io francamente mi sento come una che non può difendere non solo sua figlia (non sempre è la migliore delle idee difendere i propri figli, lo so, ma in questo caso non si tratta di giustificare un suo cattivo comportamento, quanto piuttosto di avvallare delle sue legittime esigenze), ma neppure la ragionevolezza, il dialogo, la fiducia che dovrebbero essere alla base del rapporto educativo. E’ questa la scuola meritocratica di cui tanto si parla? E’ così che si aumenta il livello della scuola italiana? Oppure si sta creando soltanto la parvenza di una scuola di qualità, spingendo i bambini a detestare lo studio, a vivere in un lager dove le regole che vigono sarebbero inaccettabili per qualsiasi gruppo di adulti con un po’ di buon senso, a cercare di fuggire l’impegno, di giustificarsi, di evitarlo?

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Quel che non va nella scuola – seconda parte

La prima parte è qui.

 

Questa seconda parte di riflessione sulla scuola attuale è molto più difficile e denuncio in apertura di non essere una professionista: sono solo una madre e una cittadina e mi rendo conto che il rischio è di essere saccenti, dire “è colpa di questo o di quello”, lasciare intendere che si è capito tutto, mentre invece bisogna osservare e comprendere.

Ho provato a ricordare l’atmosfera della scuola della mia infanzia (e ho riscontrato con piacere che era anche la scuola che altri ricordano), perché il primo cambiamento che si nota “a pelle”, prima di ogni ragionamento o valutazione, è che ora il clima è molto diverso: più pesante, complesso, faticoso per tutti.

In parte lo anticipava Sybille in risposta al mio post, gli insegnanti si trovano oggi in grande difficoltà, un po’ per le continue riforme, che hanno come effetto collaterale di rendere sempre tutto incerto e precario e di aumentare a dismisura le burocrazie, un po’ per il numero enorme di problemi che vengono fatti gravare sulle loro spalle. Sembra che gli insegnanti debbano intendersi di sicurezza, ecologia, alimentazione, psicologia, handicap, multiculturalità, nuove tecnologie… smarriti in mille obblighi, in mille pastoie burocratiche, in complessi adempimenti e nel terrore di ripercussioni, il rischio è che perdano di vista i bambini.  Sembra che la scuola debba rispondere a tutto: senza mezzi, saper inventare un’integrazione multiculturale che non riesce quasi a nessuno in altri strati della società; a volte senza competenze specifiche, saper far fronte a una generazione di bambini a cui gli adulti dedicano meno tempo, spesso abbandonati davanti alla televisione o alle mille attività extra-curricolari; senza fondi o studi specifici, inventarsi un’integrazione di ogni genere di handicap fisico e mentale.

In un certo senso, il loro lavoro è divenuto eroico: non voglio essere ingiusta, ma ovviamente non si può chiedere a un’intera categoria di essere eroica per contratto, quindi non c’è da stupirsi che i casi di frustrazione, insoddisfazione, disinteresse, persino assenteismo o cattiva fede siano molti più di quelli che vorremmo. Gli insegnanti vengono pagati poco, considerati socialmente poco e questo dà il termometro della considerazione di cui godono. Se potessi dare una ricetta, proverei a pagarli molto bene e a pretendere molto da loro: formazione, dedizione, risultati misurabili (anche in termini di soddisfazione degli studenti e delle famiglie, non solo in termini di buoni risultati ai test dei loro studenti). Non mi farei scrupolo a premiare, né a licenziare, ma queste sembrano parolacce nella scuola di oggi.

Le famiglie, da parte loro, sono diverse, variegate, irriducibili da sempre a un solo modello (lo ricordava m@w, sempre in risposta al post precedente), ma credo che sia sotto gli occhi di tutti che quello attuale sia un momento di particolare sofferenza, soprattutto per i bambini: gli adulti vivono vite sbranate dalla mancanza di tempo, da una sovraesposizione agli stimoli che corrisponde a una ridotta capacità a far fronte a tutto, da aspettative sociali esigenti, ma senza in cambio poter godere (se non in rari e fortunati casi) del vero sostegno di una comunità. Anch’io avevo una mamma lavoratrice, ma ho l’impressione che il tempo nella mia infanzia avesse un corso diverso, più rilassato, che le giornate fossero da bambini: lezione, gioco, amici, noia, famiglia. Oggi sembrano tutti destinati a correre, correre, correre, e nelle grandi città temo più che nei piccoli paesi. Bisogna avere il coraggio di non nascondersi dietro una cortina politicamente corretta: se un singolo bambino può soggettivamente essere sereno anche con una famiglia separata, con molti impegni personali, affidato a nonni e a baby sitter, temo che una società in cui un numero enorme di bambini vive vite simili non possa che essere in affanno. I bambini alle elementari vanno mediamente a letto non prima delle 10,30 (alcuni anche a mezzanotte, visti i programmi che dimostrano di conoscere nel dettaglio) e la sera nelle case impera la televisione. Al mattino si svegliano e accendono il video prima ancora di vestirsi. I videogiochi sono quasi continuamente a portata di mano. I cellulari sono diventati una “tradizione” della Prima Comunione (a nove anni circa) e resistere è spesso visto come segno di asocialità. Non c’è nulla, nelle vite dei bambini come spesso in quelle degli adulti, che abbia il tempo di sedimentare, di essere approfondito tramite le fatica, il tempo dedicato, l’interesse personale. E’ tutto superficiale, veloce, frammentario (nelle vite, come nelle teste delle persone).

In questo contesto già complesso, alla scuola si chiede sempre di più: di istruire, ma anche di educare, di insegnare ad attraversare la strada a bambini che nessuno avrà mail coraggio di fare uscire da soli, di parlare di educazione alimentare a bambini le cui madri hanno giusto il tempo di prendere qualcosa in gastronomia o di scaldare un piatto pronto, di parlare di ambienti naturali a bambini che non hanno mai visto una mucca. Bisogna insegnare l’informatica già da piccolissimi (come se usare una tastiera fosse una cosa tanto complessa), avere scuole materne con ore di attività motorie, ore di laboratorio di lettura, ore di attività logico-matematiche, perché nessuno riesce più ad avere il realismo di dire che ai bambini serve la voce umana che canti e racconti, servono il gioco libero e  gli spazi aperti, serve poter muovere le mani aiutando i grandi, cucinando, riordinando, facendo. Nella scuola materna di mia figlia è stato affrontato tempo fa un lungo discorso sull’educazione alimentare, alcuni genitori (tra cui io) avevano proposto di creare un piccolo orticello perché i bambini potessero (almeno in parte) vedere nascere e prendersi cura degli alimenti che consumano. L’idea è stata accolta con entusiasmo dalla direttrice, che ci ha spiegato però che l’orto dovrebbe essere recintato e i bambini non dovrebbero toccare né le piante né la terra, per questioni di sicurezza (pare che toccare la terra sia pericoloso!). E’ il trionfo del rovello mentale su ogni realismo.

Il quadro si complica ancora (sì, sembra non finire mai di complicarsi) perché a fronte di mille problemi, qualcuno ha lanciato la parola d’ordine di una scuola selettiva e meritocratica (che se fosse vero, non chiederei di meglio): finalmente gli insegnanti possono riscattarsi dall’irrilevanza sociale, dai mille piccoli e grandi ricatti che devono subire da parte delle famiglie, della sensazione che ciò che fanno non importi a nessuno, le istituzioni per prime, e hanno deciso di prendere in ostaggio bambini e famiglie attraverso i compiti. I compiti non sono più lo strumento per verificare di aver capito e di poter fare da soli, per ricordare e fissare i concetti, sono assurti a categoria di piaga biblica, come le cavallette o la moria di bestiame, per cui l’importante è che i bambini non possano alzare la testa, che siano continuamente ossessionati e occupati, che non trovino il tempo di leggere un libro per passione, né di osservare un fenomeno per curiosità. La stessa base di tutto il sapere scientifico occidentale (l’osservazione della realtà) è in pericolo in favore di un surrogato di scientismo fideista (bisogna sapere ciò che si trova sui libri, irrilevante è il comprendere). L’impressione è che nei programmi ci siano sempre più argomenti, sempre più dettagli, da conoscere con superficialità (magari tramite una ricerca su Wikipedia) e si sia tralasciato l’approfondimento, lo studio di testi classici (quella che un tempo era considerata letteratura per l’infanzia ora non può essere proposta in versione integrale prima dell’adolescenza, ad esempio, per mancanza di capacità di comprensione). Leggo spesso nel web l’idea che dopo l’avvento di internet l’istruzione dovrebbe cambiare volto, che ormai ogni informazione è accessibile a tutti, in una sorta di democrazia del sapere che renderebbe superfluo ormai lo studio secondo un curriculum definito. Permettetemi di essere in disaccordo: certamente è importante dare una diversa sottolineatura alla motivazione personale e all’interesse nel conoscere, ma non credo che si possa fare davvero  cultura senza passare dal rigore di riflettere e faticare sui testi, dalla possibilità magari di leggerli in lingua originale, dal saper davvero andare alle fonti (e non intendo Wikipedia). In assenza di questo genere di cultura, che rinunci ad essere tuttologa per poter conoscere a fondo alcune nozioni basilari, siamo tutti condannati a scegliere in base a sentito dire, alla mutevole opinione pubblica, ai manipolatori mediatici: una nuova forma di fideismo, insidiosa tanto più crede di essere aggiornata e informata.

In una cultura che pone tutte le informazioni sullo stesso piano, saper gerarchizzare competenze e fonti è fondamentale.

Vorrei terminare usando un’espressione di un autore a me molto caro, Gustave Thibon, che intitolava la sua opera principale “Ritorno al reale”. Ecco, mi sembra che la scuola (ma anche la famiglia, la società), abbia bisogno di un ritorno al reale: che si debba interrogare su quali sono i fondamenti della nostra cultura che vogliamo trasmettere (e i fondamenti per definizione dovrebbero essere pochi ed essenziali, non di tutto un po’), quali sono i processi di pensiero che si vogliono incoraggiare (osservazione, capacità di fare, approfondimento), quali sono le esigenze dei bambini che vanno tutelate (rispetto dei loro bisogni emotivi, dei loro tempi, dei loro interessi, delle loro modalità di apprendimento).

Infine, vorrei spendere una parola sull’impegno personale (se ne parla anche qui): si possono e devono auspicare l’impegno delle istituzioni e della società, ma non possiamo nasconderci che nei momenti difficili sono le singole persone a fare la differenza. Di più: molto spesso un cambiamento di cultura nelle istituzioni è la presa d’atto di un cambiamento nella società, il termine di un percorso. La partenza sono i singoli gesti personali, le decisioni che si sommano, i gesti gratuiti e generosi che cambiano un piccolo contesto alla volta. Siamo capaci, noi, di fare la differenza nel nostro ambiente?

 

 

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Quel che non va nella scuola – prima parte

Premetto che ho sempre avuto figli nella scuola pubblica e solo da un paio di anni ne ho due nella scuola privata. Premetto (perché senza premesse ci si fraintende) che a me la scuola va bene pubblica, va bene privata, va bene anche famigliare (o homeschooling), basta che funzioni. E già sul concetto di “funzionare” si apre un abisso di opinioni contrastanti.

Molti, giustamente, lamentano i continui tagli di bilancio che deve patire la scuola pubblica: la carta igienica che manca, i fogli per le fotocopie che si devono portare da casa, i continui tagli agli insegnanti, i bidelli a ranghi ridotti, niente laboratori, un paio di vecchi computer per istituto, nessun laboratorio linguistico. Preoccupa anche me il taglio continuo di investimenti in cultura, formazione, istruzione.

Ma ancor più mi preoccupano le persone. Io ricordo che quando facevo le elementari era bastato un maestro fantasioso e una piccola vendita di lavoretti fatti dai bambini ai genitori e ci eravamo finanziati un orticello, avevamo una capretta e un paio di conigli a cui portavamo da mangiare. Due papà volenterosi avevano costruito il recinto.

Lo stesso maestro, si chiamava Michele, ci spiegava la storia facendoci realizzare dei “fotoromanzi”: scrivevamo la trama, confezionavamo i costumi e le scenografie, recitavamo il nostro racconto storico, venivamo fotografati (o eravamo noi a scattare, non ricordo) e poi ne facevamo una storia illustrata (c’era ancora il ciclostile, altro che programmi di impaginazione…). Lo stesso fotoromanzo veniva poi venduto ai genitori, così si finanziava qualcos’altro.

Passavamo ore in giardino a giocare: a palla, all’elastico, a saltare la corda, a tappini, a nascondino.

Avevamo i compiti a casa, ma non ricordo una sola domenica, né un sabato in cui la mia famiglia sia stata ostaggio dei miei compiti.

Ero in una scuola a tempo pieno (uscivamo alle 16,30) e mi sembrava di avere un sacco di tempo libero.

Il maestro Michele era un po’ fricchettone, portava sempre la chitarra ed era pieno di metodi originali per spiegare le cose. Ho un vago ricordo che non piacesse particolarmente ad alcune mamme, ma non ci sono mai stati conflitti.

La maestra era invece più tradizionale, veniva da un paesino di montagna e spiegava benissimo. Ci faceva fare tanti lavori di gruppo e tutti l’adoravamo (genitori compresi).

Il sabato mattina si facevano attività manuali (cucito, falegnameria, ecc…), spesso con l’aiuto di qualche genitore volenteroso (io fui vergognosamente allontanata dal cucito, dopo l’ennesimo groviglio indistricabile, ma me la cavavo in falegnameria).

Ancora oggi per richiamare alla mente alcuni concetti matematici, alcune regole di grammatica, richiamo il ricordo vivido della relativa lezione fatta dai miei maestri di allora. Con tutti i loro possibili limiti, mi sembra che i miei maestri sapessero fare il loro mestiere, che le famiglie dei bambini fossero pronte a collaborare in modo positivo, senza ledere l’autorità degli insegnanti e senza sindacalizzare ogni relazione con la scuola.

Adesso sembra tutto più difficile, tutto più greve nella scuola, perchè?

(fine prima parte, segue)

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Festival scuola paritaria cattolica

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Domenica 16 ottobre 2010 si terrà in Piazza Castello a Torino il Festival della Scuola Paritaria Cattolica.

Dalle 11 di mattina fino a sera ci saranno stand informativi, concerti, animazione per i piccoli.

Qui trovate il volantino.

Noi ci saremo, a qualche ora, tra un compito e una partita di calcio, ma ci saremo.

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