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Maternità: il corredo del nuovo nato

Ammetto di essere stata giovane e piena di idee fumose, quando aspettavo la mia prima figlia. In qualche modo credo di essere migliorata con ottusa lentezza. Mi sono lasciata prendere dalla trappola dei famosi “trio” (per i profani, una carrozzina, che diventa passeggino, che diventa un seggiolino per auto), costosi quanto un’auto usata. Ammetto di aver comprato deliziose e scomodissime tutine, ricetrasmittenti della Nasa per sentire se la bambina che dormiva nella stanza accanto respirava ancora… Parliamo quindi della confessione di una polla convertita, una donna che sa – per averli vissuti – di quali deliri sia capace una neo-mamma.
Ammetto inoltre, per esserne stata testimone, che certi eccessi pauperistico-naturalistici mi suonano come il massimo della snobberia.
Il punto sarebbe chiedersi con calma e raziocinio: cosa mi serve? Cosa è utile per me e il bambino? Cosa semplicemente può farci stare bene, senza sovraccaricarci di una montagna di prodotti a cui dobbiamo adeguarci, senza che siano loro a conformarsi a noi?
In primo luogo un bambino che nasce ha bisogno di cibo (si spera il latte della sua mamma), di vestiti, di un posto dove dormire.
Ecco le poche cose che consiglierei in partenza, poi chi vivrà vedrà:
1. Reggiseni grandi comodi per la mamma (non necessariamente da allattamento, che costano cari e non tutte li trovano comodi);
2. Un angolo calmo nella casa (con una poltrona, o una sedia a dondolo, luci soffuse, silenzio, cuscini comodi): questa è una cosa che va creata, piuttosto che comprata;
3. Eventualmente un cuscino per l’allattamento (sarebbe bello poterne provare uno, per vedere se ci è di aiuto);
4. Mille mila bavaglini, semplici, di cotone soffice e assorbente (e bio, per chi lo peferisce);
5. Pochissime tutine taglia 0, anche qui in cotone, leggero o pesante a seconda della stagione, oppure lino. Le più morbide che si trovino. Solo dopo la nascita è meglio aggiungerne qualcuna, tenendo conto del peso effettivo del bambino e anche dei tassi di crescita frenetica. Evitate fronzoli, cerniere, applicazioni, e state invece attente alla comodità di aprire e richiudere la tutina molte volte per cambi e controllo situazione;
6. Delle canottiere in cotone (o con l’interno in cotone e l’esterno in lana, a seconda delle stagioni). La lana sulla pelle dei piccolissimi è spesso irritante;
7. Una buona crema per gli arrossamenti della pelle del bambino, un olio non tossico per la pelle del seno;
8.Una cesta o una carrozzina dove far dormire il piccolo, foderata di cotone;
9. Una fascia o mei tai, o una carrozzina per le passeggiate (personalmente non ho mai usato gli infiniti accessori che tentano di vendere con i passeggini, quali ombrelli, cappottine, ecc…, ma vedete voi);
10. Un seggiolino per l’auto (meglio se prendete quelle ceste che possono essere fissate con le cinture di sicurezza, evitando di duplicare la spesa);
11. Relative lenzuola e coperte per la carrozzina (o cesta), considerate eventualità di rigurgiti, fuoriuscite dal pannolino, ecc… e prevedete la possibilità di cambio anche senza impazzire, considerando il ritmo con cui fate il bucato.
12. Qualche cuffietta per le passeggiate, e in inverno un tutone termico, anche se è una cosa infernale da infilare e togliere, meglio quelli a sacco.
12. Un buon prodotto, molto delicato e possibilmente naturale, per il bagno.
13. Utili anche: una spazzola a setole morbidissime per i capelli, forbicine arrotondate per le unghie, un termometro per il bagnetto, una spugna naturale.
14. Pannolini (sarebbe meglio lavabili o ecologici…).
15. Una giostrina semplice e non troppo chiassosa, possibilmente fatta in casa, da appendere sul letto.
Inutili: trasmittenti (tipo Angel Care), fasciatoio con vaschetta per il bagno (o anche la vaschetta da sola): il bagno ai piccolissimi si può fare in una piccola bacinella o, con un po’ di attenzione, nel lavandino. Il fasciatoio come mobile non è essenziale, utile invece avere un angolo con tutto a disposizione e un appoggio sicuro. Inutili anche le varie pompette nasali. Nei primi mesi ho sempre usato tutine con i piedini, quindi non ho mai usato calze o – peggio – scarpe. Le calze diventano invece utilissime qualche mese dopo, quando il bimbo inizia a gattonare.
Per quanto riguarda il ciuccio, ognuna ha la sua scuola e ogni bimbo le sue preferenze, quindi non mi intrometto.

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Maternità: allattamento

Continuo la mia personale ricognizione nei percorsi che mi hanno portato ad essere la mamma di oggi, nel bene e nel male. Ho iniziato qui parlando di gravidanza, continuo oggi con un altro argomento potenzialmente sconfinato: l’allattamento.
Inizio facendo un passo indietro. Per parlare di allattamento dobbiamo tornare un attimo in sala parto: è qui che, nel migliore dei casi, il bambino viene lasciato subito a contatto con il corpo della madre. E’ qui che per la prima volta gli si propone il seno, anche se può essere troppo assonnato o disinteressato sulle prime.
Gli ospedali dove ho partorito sono entrambi organizzati per lasciare il bambino con la madre per circa un’ora dopo il parto. Hanno una sala apposita, non proprio accogliente, ma almeno calda e tranquilla. In quest’ora il bambino può essere attaccato al seno, oppure semplicemente tenuto accanto alla madre. Solo dopo viene portato via per i controlli di routine.
Un primo consiglio da parte mia è di cercare reparti di maternità che adottino questo sistema.
In secondo luogo tenere, già dall’ospedale, il bambino in camera con sé permette alla neo-mamma di rispettarne i ritmi. Lasciandolo dormire quando dorme, ma lasciandolo davvero: ho visto mamme che andavano a spostare il bimbo mille volte in due minuti (non respira, soffoca, ha il riflusso, il manuale dice che deve stare in questa posizione, il lenzuolo non è perfettamente in ordine, la tutina ha una macchiolina, lo voglio guardare, la zia deve prenderlo in braccio…), provando ad attaccarlo quando piange, standogli vicino e magari tenendolo un po’ in braccio quando è sveglio. Sono momenti importanti, in cui ci si inizia a conoscere, noi iniziamo a riconoscere (ma ci vorrà ancora un po’ di tempo) il tipo di pianto, lui inizia la stimolazione della produzione di colostro prima e di latte poi.
Il latte materno è la principale fonte alimentare per i piccoli mammiferi. Questo è importante e bisogna saperlo bene: crea benessere e salute su vari piani per la madre e per il bambino.
Tuttavia, e ritorno alla mia esperienza personale, trovo che la cosa più importante sia mantenere un rapporto intimo con il bambino e una certa serenità nella madre. Ora, questa serenità, quando va tutto bene, la si trova naturalmente nell’allattamento al seno. La mia prima figlia è stata allattata da me per circa sei mesi: non moltissimo, rispetto a mamme che allattano fino a 1/2/3 anni, ma questo è stato il massimo che sono riuscita a fare. Poi il latte se n’è andato, nel giro di relativamente pochi giorni, la piccola iniziava a provare gusto per altri cibi e così la cosa avvenne in modo piuttosto indolore, senza traumi di alcun tipo.
Quando nacque la seconda bambina ero ben decisa ad allattarla al seno, lei era piuttosto famelica e si attaccava molto, così tutto sembrava ben avviato. Purtroppo però tra il secondo e il terzo mese ho avuto una febbre molto alta, e il giorno dopo non avevo più latte. La bambina piangeva disperata, così dopo un paio di giorni ho provveduto a fare un’aggiunta di latte artificiale.
Ovunque si legge e si dice che l’allattamento naturale è il più economico e il più pratico (vero, a patto di non considerare che alcune usano il tiralatte per necessità di vario tipo), certamente l’allattamento misto è il più infernale in assoluto: bisogna comunque attendere che un bambino spesso famelico e innervosito tenti di succhiare quel che trova, poi bisogna preparare, sterilizzare, pesare il bimbo dopo la tetta, pesare il latte da aggiungere, affrontare un bambino che ora magari è stanco di avere succhiato invano, quindi tende ad addormentarsi dopo due sorsi di biberon… e così ad ogni pasto.
Francamente, non me la sono sentita: dopo alcuni giorni in cui la bambina continuava a succhiare da me solo poche gocce (lei nervosa, io pure, tutti che mi guardavano come un meccanismo guasto) ho chiuso il capitolo e sono passata in toto al latte artificiale.
Giunta al terzo figlio comunque ci riprovo. Questa volta dopo circa un mese e mezzo mi prende la stessa febbre, ancora il latte sparisce e io passo al biberon.
Quando nasce il quarto figlio avviso ginecologo, pediatra e ostetrica delle precedenti esperienze (spero che mi possano aiutare a capire cosa è successo, e come evitarlo): mi dicono che si è trattato di un caso, minimizzano, io riprovo ad allattare e questa volta la febbre arriva dopo poche settimane. Rassegnata, mi preparo nuovamente al biberon.
Infine veniamo all’ultima nascita, che però va contestualizzata: stiamo parlando della quinta figlia, nata dopo 8 mesi in cui ero bloccata in un letto, non riuscivo quasi più a camminare per il mal di schiena e avrei dovuto prendere dei farmaci. Nel frattempo avevo altri 4 figli di 2, 4, 6, 13 anni a cui badare. Volevo rimettermi in piedi, potermi muovere, poter prendere in braccio gli altri bimbi, poterli portare a scuola o accompagnare ai giardini, come non facevo da otto mesi. Avevo bisogno di forze per tutto e volevo prendere i farmaci per la schiena. Inoltre temevo la solita febbre che di lì a poco poteva arrivare. Ho deciso, non senza mille lacerazioni interiori, di non allattare fin da subito. Mi sono fatta dare una pastiglia in ospedale. Il mio pediatra e il ginecologo erano stati informati ed erano d’accordo, ma le ostetriche non tanto: mi hanno fatto sentire una madre degenere. Una specie di coniglia che mette al mondo troppi figli e non riesce a prendersene cura.
E qui vorrei dare il consiglio che più mi preme in fatto di allattamento: cercate di allattare con convinzione, cercate di farlo per un tempo ragionevolmente lungo (senza ricette predefinite, per alcune può significare sei mesi, per altre un anno e oltre), dove “ragionevolmente” vuol dire “adatto a voi” (magari dovete tornare al lavoro, magari dovete prendere dei farmaci, magari siete esaurite e o dormite o tirate il bimbo contro un muro…), cercate di non abbandonare l’allattamento per motivi futili (es.:”il seno si rovina”…che poi non è neppure vero), per conformismo, insomma provate tutto quel che potete provare, ma non fatene un dramma e non sentitevi in colpa o “cattive madri” perché non potete allattare; continuate a fare sentire al piccolo la vostra presenza, siate serene e vedrete che non necessariamente vostro figlio diverrà un serial killer se non lo avete allattato per i primi due anni di vita. L’allattamento è certamente un fatto importante, carico di ricadute positive sia fisiche sia emotive, ma non è l’unica componente dell’essere mamme, nonostante quello che vi potrà dire lo stuolo di saccenti che circondano ogni mamma, specie se alla sua prima esperienza.
Io ho scelto un latte già liquido, non in polvere, che mi permetteva di evitare la seccatura di dosare e di poter tenere 2/3 biberon pronti nel frigo e doverli solo scaldare al momento del pasto (cosa particolarmente utile di notte). Certo bisogna lavare e sterilizzare tutto, ma se si ha un certo numero di biberon si può fare l’operazione 1/2 volte al giorno, senza dover per forza impazzire a ogni poppata. Ci sono bambini che hanno molte difficoltà con il latte artificiale, i miei per fortuna non ne hanno avute.
Se tornassi indietro cercherei di approfondire meglio il perché di quelle misteriose febbri (anche se forse si trattava semplicemente di una mia personale reazione alla stanchezza), forse terrei un po’ più duro prima di passare al biberon, ma certamente nelle condizioni date non credo che potrei fare molto diversamente.
Prossimo capitolo: il corredo del neonato (ovvero la follia al potere).

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Maternità: gravidanza e parto



Inizio oggi una serie di post di riflessione sulla mia esperienza come madre.
Spero che possano essere utili a me per fare il punto della rotta in questo periodo di riflessioni e cambiamenti, spero – ne sarei lieta – che possano essere utili almeno un pochino anche ad altri, magari neo-mamme o future mamme.
Inevitabilmente andrò sul personale: non ritengo di avere nessuna verità assoluta da proporre, e certamente le mie convinzioni si sono molto modificare nel tempo, ma mi è capitato di trarre beneficio da esperienze condivise da altre donne, e così vorrei raccontare le mie.
Partiamo dalla prima gravidanza, non programmata ma certamente neppure uno sbaglio, diciamo che l’ho subito vista come una delle molteplici possibilità del reale che si era concretizzata. Avevo 25 anni, e mi sembrava di avere tante cose da fare, ma l’idea di quell’esserino che si sviluppava dentro di me mi ha subito messo allegria. Non sapevo nulla e non volevo neppure sapere molto: nella mia incoscienza mi sarebbe bastato essere diversa in ogni dettaglio dai miei genitori per sentirmi una mamma riuscita.
La gravidanza fu seguita da un’ospedale di Torino (la Clinica ostetrica universitaria): mi assegnarono una ginecologa, mi indicarono delle cadenze di visita (se ricordo bene circa una ogni mese e mezzo), tre ecografie e alcuni prelievi del sangue. “Prenda il ferro e l’acido folico”, e via. Ero giovane e sana e proprio non serviva altro.
Sono ingrassata come una mongolfiera, ero piena di nausee prima e di acidità di stomaco dopo… insomma tutto nella media. Mi dò agli acquisti per il corredino, seguendo una lista dell’ospedale, un po’ di consigli materni, un po’ i negozianti. Scoprirò in seguito che avrei potuto fare meno e meglio, ma tant’è.
All’epoca feci il mio primo e unico corso pre-parto; un’esperienza direi piuttosto inutile, col senno di poi mi è servita solo per due cose: 1. mi dissero che masticando a lungo 2/3 mandorle avrei alleviato l’acidità di stomaco (verissimo!), 2. si faceva un po’ di rilassamento (era molto piacevole, ma se ora dovessi dare un consiglio suggerirei un corso di yoga, o di ginnastica dolce pre-parto, qualunque cosa aiuti il rilassamento, dia elasticità e faccia lavorare sulla respirazione profonda).
Ho partorito nello stesso ospedale in cui ero stata seguita. La dottoressa che conoscevo non era di turno, in compenso ho trovato delle ostetriche (una in particolare, vorrei ricordarne il nome ma mi sfugge) che mi diedero grande conforto. Essendo il primo figlio (anzi, figlia), non essendo io esattamente un mostro di resistenza al dolore, il travaglio andando per le lunghe, a un certo punto ricordo di avere quasi (anzi, tolgo il “quasi”) implorato un qualunque analgesico. Le ostetriche tennero duro, il mio parto fu completamente naturale e – purtroppo – uno shock. Ricordo di averlo sognato per mesi come una scena di un film dell’orrore.
Parliamo di 16 anni fa, nel mio reparto c’era solo una stanza in cui permettevano di tenere i bambini in camera con le mamme. Io richiesi questa camera e così iniziai subito a occuparmi della piccola, senza gli orari della nursery, almeno in parte, perché di notte i bambini venivano portati via per qualche ora, in modo da favorire il riposo delle madri, e non mi sembrava una brutta cosa.
La piccola era bella e pacifica, io stanca ma felice, tutti volevano dirmi cosa dovevo fare: ero certo un po’ confusa, ma in fondo anche testarda, quindi facevo a modo mio, seguivo la bambina e le mie sensazioni (non solo quelle spiacevoli, ma anche la stanchezza), senza particolari idee o consapevolezze.
Sette anni dopo è iniziata la seconda gravidanza, fisicamente ero un po’ meno scattante (il mal di schiena era già iniziato), ancora nausee, ancora acidità, ancora una mongolfiera.
Mi faccio seguire nuovamente dalla Clinica universitaria, stessa routine della prima volta, ma io ne sono meno soddisfatta: forse perché le ginecologhe si avvicendano e non si riesce ad essere visitate due volte dalla stessa, forse perché mi propongono l’amniocentesi come una pratica routinaria (mentre comporta gravi rischi di aborto) e quando rifiuto storcono il naso… forse perché sono stufa di trascinarmi continuamente in un ospedale che da casa mia è irraggiungibile con i mezzi pubblici, dove non si trova posteggio nel raggio di alcuni chilometri, dove mi costringono a un test sul diabete fastidiosissimo, per ben tre volte in gravidanza, e senza che io sia affatto diabetica. La medicalizzazione mi sembra eccessiva, il rapporto tanto impersonale quanto scadente. Diciamo che l’unica cosa utile sono le analisi del sangue, tanto per sapere se ho ferro a sufficienza.
Il parto è naturale anche questa volta, il travaglio migliore, o almeno più breve, di nuovo avrei voluto l’epidurale, di nuovo mi viene negata. Ormai tutto il reparto prevede che i bambini rimangano in camera con le mamme, ma se sei in stanza con altre tre donne, e ti accorgi che mentre tu tieni a bada i tuoi amici e parenti tutte le altre hanno organizzato un circo, e quando vorresti allattare ci sono decine di persone urlanti lì attorno, quando vorresti dormire vengono simpaticamente a farsi i fatti tuoi, ecc… allora anche così non va tanto bene, e il tuo unico pensiero è: fatemi uscire. Vuoi andare a casa, stare nel silenzio, avere un po’ di penombra, trovare i tuoi ritmi, quelli del bambino (un’altra bimba, veramente).
Ci riproviamo due anni dopo: scelgo un ginecologo privato, alla prima visita gli chiarisco il mio punto di vista “il minor numero di visite possibile, tre ecografie e poche analisi del sangue, niente tri-test, amniocentesi e menate varie, ok?”. “Ok”. E’ l’uomo che fa per me.
In effetti faccio pochi controlli, ma ho un cedimento dell’utero, quindi rischio un aborto prima o un parto troppo precoce poi. Dal quinto mese sono a letto. Riposo assoluto. Cerco di prenderla con rassegnazione, mi compro un computer portatile per poter lavorare dal letto, cerco un aiuto domestico. Quattro mesi a letto danno un certo nervosismo (sia a me, che agli altri membri della famiglia), ma per fortuna finiscono.
Per il parto questa volta scelgo il S. Anna (dove lavora il mio ginecologo), sono sfinita dalla gravidanza e quando arriviamo alla data presunta del parto chiedo l’induzione. Voglio tornare al più presto a casa dalle altre due figlie. Vorrei anche l’epidurale, ma mi dicono che non è possibile. Mi accorgo di un certo mistero, vedo che mi fanno monitoraggi continui del battito del bambino (questa volta un maschio). L’induzione viene fatta tramite flebo di ossitocina, con un monitoraggio continuo (quindi molto scomodo, ferma sulla barella, senza poter camminare o anche solo cambiare posizione). Solo quando inizia il bello del travaglio mi dicono il perché di tutte queste procedure: il bambino ha il cordone ombelicale attorno al collo, quando io ho contrazioni lui soffre, o nasce come un razzo o andiamo al cesareo. Questa volta il travaglio è davvero veloce, ma per la posizione e per l’ossitocina è anche molto più massacrante, a un certo punto inizio quasi a sperare in un bel cesareo, così si dorme e via!
Invece, grazie anche al fatto che si tratta del terzo, procede tutto velocemente, il parto è naturale ancora una volta, il bambino sta benissimo ed è una bellezza.
Non paghi, ecco che mettiamo in cantiere il figlio numero 4, stesso ginecologo, quasi stesso iter, ma ora i mesi a letto sono 6 e la schiena è talmente a pezzi che non riesco quasi a camminare. Nervosismo alle stelle. La prima che mi parla delle gioie della gravidanza la sbrano. Arriviamo al parto e questa volta pre-ten-do l’epidurale. Che si rivelerà un errore.
Sono al quarto figlio, il travaglio è brevissimo, non appena hanno finito di cacciarmi l’ago nella schiena (pratica non piacevole e non facile se si deve stare immobili mentre si è scosse dalle contrazioni) è già il momento di spingere, cinque minuti dopo Marco è fuori (alla nascita è proprio bruttino, ma si rifarà). Marco e Giorgio sono stati in camera con me tutto il tempo, è stato un po’ faticoso, specie il primo giorno, e ancora la carovana dei parenti (altrui) suscita i miei peggiori istinti omicidi.
E veniamo al 2006, ultima gravidanza. Ancora stesso ginecologo, poche visite, pochi esami, tre ecografie previste (che poi diventeranno quattro perché io continuo a minacciare un parto prematuro e la bimba sembra un po’ sottopeso), 8 mesi secchi a letto, ma con la banda di figli che ormai circola per casa è sempre più complesso. Decido che per sopravvivere mi dò al ricamo. Ordino online ago, filo e corredino da ricamare, un po’ lavoro con il portatile sulle ginocchia e un po’ ricamo. Leggo libroni enormi che mi attendevano da tempo e cerco di non badare allo stato della casa, allo stato dei miei nervi e a nient’altro.
Benedetta nasce anche lei al S. Anna, altro parto naturale, travaglio velocissimo (mio marito deve fare una corsa per arrivare un secondo prima della nascita). Non ho più chiesto l’epidurale, e anche il dolore, per quanto intenso, mi è sembrato più tollerabile.
Benedetta sta in camera con me all’ospedale, vale tutto come per Marco e Giorgio, tranne il fatto che lei è più dormigliona, così io riposo di più. I parenti altrui nel frattempo non sono migliorati.
Riepilogando, in base alla mia esperienza, mi sembra di aver capito alcune cose:
1. la medicalizzazione della gravidanza è dannosa ed eccessiva: se dovessi scegliere adesso farei ancora meno esami e meno visite. Tranne i casi di reale malattia della madre o del bambino, per il resto è demenziale pensare di fare una ecografia al mese (per vedere il bambino, dicono molte), e tutte le relative cassette, espedienti 3d, ecc…non sono altro che un metodo per garantire un elevato tenore di vita ai ginecologi che si prestano. Sono anche contraria ai vari tri-test e all’amniocentesi: si tratta di esami su base statistica, molto imprecisi ma spesso l’amniocentesi, in particolare, è causa di aborti direttamente (l’ago può danneggiare il feto) o indirettamente (il terrore del figlio imperfetto, del prodotto avariato, induce molte donne a sbarazzarsi dello stesso figlio che fino a quel momento avevano desiderato);
2. la gravidanza fisiologica non ha bisogno di grandi conoscenze o di grandi ausilii: bastano degli abiti un po’ comodi in vita, dei reggiseni via via un po’ più grandi e magari con maggior sostegno, basta mangiare sano, non fumare, non drogarsi, prendere il ferro se serve. Nessun patema per l’acido folico, non servono tutte le menate che ho visto e sentito sulla toxoplasmosi, fare ginnastica come un atleta olimpico, stare a riposo (se non espressamente richiesto dal medico) come un’invalida. Anche qui, tutto il di più è un’industria, e come tale ha di mira il proprio guadagno, non il nostro benessere.
3. è bene scegliere una nascita tanto naturale quanto possiamo/vogliamo permettercelo: ci sono donne che si preparano a un parto super-naturale, altre che scelgono di partorire in casa, in generale si diffonde sempre di più l’idea di un parto che rimane sotto il controllo della madre (e della coppia), invece di delegare tutto a una classe medica che ha procedure e interessi non sempre adeguati. Certamente ci sono anche donne che vogliono il cesareo a tutti i costi per evitare il dolore, altre che pensano di essere diventate loro dei ginecologi nei nove mesi di gravidanza, ecc… il mio consiglio è di scegliere un medico o un’ostetrica di fiducia, di decidere le grandi linee a priori, e di lasciare che il resto si adatti al corso degli eventi. In questo momento sconsiglierei l’epidurale, ad esempio, ma al tempo della mia prima gravidanza mi avrebbe certamente aiutata. L’atteggiamento dogmatico in questo ambito mi pare il peggiore;
4. scegliere con cura il luogo del parto: alcune partoriscono in casa, e forse sarebbe l’ideale. Ma non sempre è possibile, e comunque richiede alcune condizioni di base. Nel caso in cui si debba andare all’ospedale, si può però cercare un reparto dove ci sono brave ostetriche (il vero cuore dei reparti di maternità), dove i bambini sono lasciati al fianco delle mamme, ma eventualmente si possa chiedere di lasciarli in nursery per qualche ora se si è troppo stanche, dove i parenti e gli amici vengono visti come la peste, mentre i padri e i fratellini sono i benvenuti.
Dove magari non ci sono più di una/due donne per stanza. Un reparto dove si può scegliere se avere o no l’epidurale, dove si ha l’impressione che le decisioni siano condivise e non calate dall’alto (fatti salvi i casi d’urgenza, ovviamente).
5. scegliere liberamente il ruolo del padre: mio marito è sempre stato presente alla nascita dei nostri figli, ma onestamente la prima volta non sapevo se lo avrei voluto tra i piedi durante il parto, né lui sapeva se se la sarebbe sentita. Ci siamo accordati preventivamente in questo senso: se uno dei due avesse voluto allontanarsi/allontanare, l’altro l’avrebbe accettato serenamente, come una possibilità prevista e reciprocamente rispettosa. Invece mio marito non è mai stato presente a visite, ecografie, ecc… inizialmente un po’ ne soffrivo poi – osservando bene i vari mariti ginecologi improvvisati, esperti di valori del sangue, di montate lattee e contrazioni uterine – sono stata contenta di avere un semplice marito al posto di un’ostetrica camuffata. Ma anche qui, a ognuno il suo stile, se è davvero il suo, e non quello obbligato dal “così fan tutti”.
Per ora è tutto, ho lasciato volutamente da parte alcuni argomenti, tipo corredino del piccolo e allattamento, perché vorrei parlarne più diffusamente in seguito.
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Bilancio provvisorio di un piccolo percorso

Provo un primo bilancio di letture, idee e suggestioni raccolte negli ultimi due/tre mesi.
I motivi e le occasioni che mi hanno portato all’interesse per alcuni metodi pedagogici sono certamente personali e incidentali (un’estate con troppo lavoro, una tata con un piccolo problema di salute assente per un mese, cinque bambini a tempo pieno a mio carico con il loro bagaglio di compiti, turbolenze, necessità, la sensazione di sprofondare sotto tutte queste incombenze e responsabilità…), ma ora vorrei “sistemare” un po’ di cose spiluccate qua e là, e disporle nell’ordine personale su misura per la nostra famiglia.
Intanto devo dire che il primo passo è venuto, provvidenzialmente, da un colloquio con un monaco del monastero di Le Barroux. Sentito il mio sfogo, mi ha consigliato un libro bellissimo (ne ho già parlato qui). Quello che a prima vista poteva sembrare un manualetto di gestione domestica, sì è rivelato un testo animato da una profonda spiritualità cattolica, che indica il modo di adattare una specie di regola personale, ricalcata sul modello di quella monastica, alla gestione di tutti i propri doveri ordinari. Questo non per irrigidire e irregimentare la propria vita, ma al contrario per non rischiare di essere delle specie di trottole sempre all’inseguimento dell’urgenza del momento, e quindi finire per trascurare proprio ciò che dovrebbe essere più importante (preghiera, i propri bisogni elementari, marito, figli, casa). L’autrice di questo libro vive in Canada e fa homeschooling ai propri figli. Ho iniziato quindi alcune ricerche per associazione/sovrapposizione di idee. In questo percorso ho incontrato quasi subito due blog che mi sono stati di aiuto e di ispirazione, e che vorrei qui ringraziare moltissimo, si tratta del blog di Claudia e di quello di Sybille.
Ho l’impressione che quella che il Papa ha più volte definito come una vera e propria “emergenza educativa” nasca da molti fattori, tra cui la polverizzazione della famiglia tradizionale (famiglie monoparentali sempre più diffuse, genitori che vogliono o debbono lavorare entrambi a tempo pieno, difficoltà a superare il figlio unico, per mille fattori economici, organizzativi e culturali…). Ma nasce anche da una grande confusione circa il ruolo della famiglia e dell’educazione stessa, con una delega troppo in bianco alla scuola (salvo poi criticare e accusare gli insegnanti quando qualcosa non funziona). Gli insegnanti e la scuola, così come sono, non mi fanno esattamente impazzire, ma ho sempre pensato che la famiglia debba svolgere in primo luogo e completamente il proprio ruolo. Il catechismo della Chiesa cattolica le dà una bellissima definizione, ma anche molto impegnativa: quella di “Chiesa domestica”.
Dunque, come svolgere questo ruolo?
Sant’Agostino ricorda nelle sue Confessioni i metodi diffusi all’epoca in cui viveva per insegnare la grammatica e le altre materie ai rampolli di buona famiglia nelle scuole dell’Impero Romano: nulla era più comune – direi quotidiano – delle punizioni fisiche. Eppure lui stesso (sottoposto a questi metodi) è divenuto un santo e i Romani hanno costruito un impero che ha fortemente condizionato lo sviluppo successivo della storia d’Europa (e non solo). E ancora, San Romualdo, fondatore dell’Ordine dei Camaldolesi, alla scuola di un eremita di nome Marino, per non riuscire a imparare a memoria il salterio viene colpito con una bacchetta sull’orecchio tutti i giorni fino a quando, con un gran sorriso, non chiede umilmente: “Ti prego, cambiamo orecchio. Sto diventando sordo dall’orecchio sinistro”.
Oggi questi ci paiono metodi di altre epoche, non adatti a quel che conosciamo dello sviluppo emotivo e psicologico del bambino.
San Giovanni Bosco, già nel nell’Ottocento, comprende che il metodo repressivo ha i suoi limiti (specie con i ragazzi difficili), e che per un certo numero di buoni risultati che possa dare, comporta anche un numero troppo alto di sconfitte, di emarginazioni, di ribellioni. Quel che propone don Bosco è il metodo preventivo, basato sull’amore, sulla positività della proposta educativa, su tutti i tipi di sostegno per lo sviluppo e la riuscita dei ragazzi. Primo tra tutti, una gran dose di santo buon umore.
Già ci avviciniamo di più alla nostra sensibilità, e infatti le scuole salesiane sono ancora oggi apprezzate e vitali.
Ho trovato alcuni buoni suggerimenti nel libro di Bruno Ferrero, Genitori felici con il sistema di Don Bosco, Elledici.
Ma ancora non bastava, per la mia forma mentis è necessario avere delle linee generali, ma anche idee e suggerimenti concreti. Così ho continuato a cercare, imbattendomi in alcuni testi sulla pedagogia steineriana e su quella montessoriana. Per un buon riassunto comparativo di questi due metodi, si veda qui. Un post interessante sull’argomento è questo, mentre sull’ambiente preparato montessoriano interessante è questo post, con una carrellata di immagini molto suggestiva.
Devo dire che, in generale, ho molte riserve su alcuni punti sia del metodo steineriano, sia di quello montessoriano. Il primo risente fortemente di alcune idee molto particolari dello stesso Rudolf Steiner in materia spirituale (una breve, ma interessante e completa scheda informativa si trova sul sito del Cesnur).
Mentre trovo davvero utile e ricco di suggerimenti il volume – di scuola steineriana – di Rahima Baldwin Dancy, You Are Your Child’s First Teacher: What Parents Can Do With and For Their Children from Birth to Age Six, Celestial Arts, devo ammettere che ho molta difficoltà con la lettura diretta delle opere di Rudolf Steiner. Vi si intrecciano convinzioni spirituali quanto meno eterodosse, dichiarazioni piuttosto apodittiche e non argomentate, unite a un linguaggio tanto categorico quanto fumoso. Dal mio punto di vista, che è quello di profonda adesione alla fede cattolica, venendo a mancare la condivisione di alcuni presupposti spirituali, vacilla in effetti la fiducia nell’insieme del sistema. Tuttavia, se devo essere onesta, dal punto di vista pedagogico ho trovato numerosi suggerimenti interessanti, da adottare e adattare alle nostre personalissime esigenze famigliari.
Si potrebbe fare un discorso analogo per quel che riguarda la pedagogia montessoriana: questa è certamente più “neutrale” spiritualmente, tanto che inizialmente Maria Montessori proponeva nelle sua Casa dei Bambini alcuni valori cattolici. Nel tempo però, e conseguentemente con alcune sue premesse teoriche, si discostò da questo tipo di proposta spirituale, per avvicinarsi sempre più alla teosofia. Nell’opera di Montessori ho trovato parecchi accenni a una sorta di antagonismo tra infanzia ed età adulta, come se il bambino dovesse “liberarsi” dall’adulto, come se l’adulto non potesse fare nulla di meglio che arretrare e lasciare che il bambino diventi l’artefice della propria formazione. Se questo può essere vero in particolari ambiti e circostanze (ambienti molto controllati, alcune discipline di tipo intellettuale, o alcune abilità pratiche), in generale non credo che gli adulti costituiscano un ostacolo all’educazione del bambino. Non credo in nessun modo al mito del buon selvaggio, dell’uomo che lasciato a sé stesso finalmente dispiega tutte le proprie potenzialità. Al contrario, il bambino lasciato a sé stesso muore per mancanza di contatto umano, e l’educazione non può non tener conto del ruolo che gioca, nello sviluppo della personalità, la natura ferita dal peccato originale.
Tuttavia, anche in questo caso, ci sono idee e suggerimenti davvero utili da adottare, in particolare segnalo il volume di Tim Seldin, I bambini hanno bisogno di fiducia. Il metodo Montessori oggi per crescere figli felici, Fabbri.
Dopo questo lungo preambolo, che ha lo scopo di riordinare il mio percorso e di fornire ad altri, se può essere utile, qualche riferimento concreto, provo a mettere insieme una serie di “punti programmatici”, di idee da adattare alla nostra vita famigliare, non per stravolgerla, ma per arricchirla e renderla più bella. Più di ogni altra cosa, vorrei che i bambini traessero dalla nostra vita famigliare, il gusto per la verità e la bellezza, l’amore reciproco e gli strumenti per far fruttare i propri talenti.
1. Fare cose insieme: cucinare, costruire giochi, manipolare, disegnare, dipingere. E’ un modo emotivamente nutriente di stare insieme, oltre a sviluppare nel tempo le capacità motorie più raffinate. Fornisce inoltre un legame “concreto” con il mondo, permette di apprendere e sperimentare in modo spontaneo e naturale.
2. L’incanto dell’infanzia: leggere favole insieme, fare piccole rappresentazioni con i burattini a dito, fare musica dal vivo, fare ampio uso di canzoncine, filastrocche, tiritere. Stabilire una certa “ritualità” quotidiana e nell’arco della settimana e dell’anno. Celebrare feste, ricorrenze, stagioni.
Queste cose aiutano a costruire un equilibrio emotivo, danno un ritmo interno al bambino, sono un importante sostegno allo sviluppo linguistico e intellettivo in generale. Danno un accesso privilegiato alla parola scritta e parlata.
3. Il rapporto con la natura: per noi, famiglia d’appartamento, creature cittadine, non è facile. Ma, proprio per questo, ancora più necessario. Uscire, andare al parco, fare gite. Portare all’interno della nostra casa quanti più elementi naturali è possibile (coltivare qualche piantina, prendere il coniglio tanto desiderato da Caterina…). Questo elemento è essenziale per avere un buon rapporto con la realtà, con i ritmi della natura, con le esigenze di altre creature, con i propri limiti fisici. E per godere di una bellezza che sta lì, a disposizione di tutti, senza costi che non siano la fatica di andarsela a cercare. Uno spazio che sta fuori di noi, ma che si ripercuote nell’interno, che ci dà modo di pensare, di osservare, di muoverci.
4. Spegnere il video: ancora e ancora. Spegnere la televisione, i videogiochi, i giochi al computer. Sottrarre la mente, la fantasia, i movimenti, le emozioni, da questi dispensatori di immobilità, passività, reazioni preconfezionate, comportamenti stereotipati, bellezza omogeneizzata. Favorire invece la creatività personale, l’esperienza diretta, il contatto con la realtà, il dialogo tra persone.
5. Predisporre l’ambiente: in primo luogo rifuggire dall’obbrobrio dei giocattoli correnti (luci, rumori, plastica), che attirano tanto l’attenzione quanto bloccano la fantasia, il gioco libero e creativo. Spesso inoltre sono di una bruttezza senza pari. Preferire invece giocattoli in legno e stoffa, materiali naturali, giochi semplici che stimolano l’interazione e l’azione da parte del bambino, che diano la possibilità di costruire e poi distruggere, di immaginare, di sognare, di sperimentare. L’ideale sarebbe costruire giocattoli insieme.
In generale, predisporre un ambiente a portata di bambino, tenendo conto dell’accessibilità degli oggetti di uso comune, cercando di riporre in modo inaccessibile ciò che non deve essere avvicinato. Creare un ambiente che non obblighi continuamente a dire “no”. Educare al bello anche attraverso gli oggetti più semplici.
6. Preghiera e buon umore: non sono esattamente due consigli specificamente steineriani o montessoriani, ma sono due elementi essenziali che servono alla mia famiglia.
Preghiera quotidiana (mattino e sera, ai pasti), Santa Messa, Rosario, ufficio delle ore.
Buon umore, in primo luogo di noi genitori, che siamo spesso sopraffatti dalla stanchezza, dal nervosismo, da piccoli e grandi problemi fisici che ci affliggono. Avere la consapevolezza che l’amore è importantissimo, ma a volte non basta: bisogna che l’amore sia espresso e comunicato, perché possa essere recepito e dare frutti. Vorrei tenere bene a mente che i momenti che viviamo oggi sono i ricordi che i bambini porteranno con sé nel futuro, una coperta calda in cui trovare rifugio per sempre.
Ecco, dunque, alcune idee su cui lavorare per molti mesi a venire.

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