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Ai genitori del nostro tempo

I giovani sacerdoti Georg e Joseph Ratzinger con le famiglia nel 1951.

I giovani sacerdoti Georg e Joseph Ratzinger con la famiglia nel 1951.

“Questa devozione, vissuta e praticata intensamente, caratterizzò tutta la nostra vita […] per noi bambini era un’abitudine che ci fu insegnata per così dire fin dalla culla e a cui rimanemmo sempre fedeli. Sono convinto che la mancanza di questa religiosità tradizionale sia uno dei motivi per cui oggi ci sono sempre meno vocazioni sacerdotali. Nella nostra epoca molti sono più propensi a una certa forma di ateismo che ad accogliere la fede cristiana. Di tanto in tanto amano praticare una specie di culto che però risulta incompleto, magari frequentano ancora la chiesa nelle occasioni di festa, ma questo sentimento superficiale non pervade la loro vita, non porta nulla nel loro quotidiano. Prima si mettono a tavola e cominciano a mangiare senza nemmeno pensare di recitare una preghiera e poi finiscono per non andare più a messa. Presto cominciano a vivere come dei pagani. In famiglia non sono stati abituati a curare la vita spirituale e questo atteggiamento si ripercuote sul resto della loro esistenza. Spesso parlo con altri sacerdoti e quasi tutti mi dicono che durante l’infanzia pregavano regolarmente con i genitori e partecipavano insieme alle funzioni. Questo ha influenzato tutta la loro vita e li ha avvicinati a Dio, spingendoli verso un fine in grado di produrre molti buoni frutti.”

Georg Ratzinger con Michael Hasemann, Mio fratello il Papa, Piemme, Milano 2012

 

 

“Quando iniziava il Kyrie era come se si aprisse il Cielo”

“E, per dire la verità, se cerco di immaginare un po’ come sarà in Paradiso, mi sembra sempre il tempo della mia giovinezza, della mia infanzia. Così, in questo contesto di fiducia, di gioia e di amore eravamo felici e penso che in Paradiso dovrebbe essere simile a come era nella mia gioventù. In questo senso spero di andare «a casa», andando verso l’«altra parte del mondo».”

Benedetto XVI, Intervento al VII incontro mondiale delle famiglie, Milano 2 giugno 2012, il testo completo si trova qui.

 

 

 

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Il monastero del mondo

Sono mesi d’angoscia. Certamente non solo per me: la crisi economica, una mancanza di prospettive, persone che perdono il lavoro, imprese che chiudono, altre che avrebbero di che lavorare, se banche e creditori non le soffocassero. I genitori davanti alla scuola, gli amici, le persone incontrate per caso: vedo tutti spaesati. E ora?

Un governo non eletto. Non ho mai scritto una sola parola sul blog pro o contro Berlusconi, quando questo sembrava l’argomento obbligato. Ma ora devo dire semplicemente questo: un governo non eletto, guidato da un uomo non eletto. Ora, ognuno può farsi le sue idee sulla situazione politica italiana ed europea, ma che ogni mossa negli ultimi mesi sia stata fatta con la pistola puntata alle tempie, mi sembra fuor di dubbio.

Le famiglie sono allo sfascio, si rompono al primo urto, la scuola è allo sfascio, cade a pezzi non solo metaforicamente, molto spesso anche fisicamente. La popolazione invecchia senza ricambio, i figli sono un impegno (fisico, mentale, economico) che le famiglie si trovano a centellinare. La parola che viene in mente è: entropia. Tutto rallenta, si esaurisce, si raffredda e infine muore.

La cultura, la civiltà di cui facevamo parte, ha interrotto la sua catena di trasmissione: rimangono ancora tracce qua e là, ma sempre più sotto assedio, sempre più insignificanti e ignorate. Avevamo il pensiero razionale di origine greca, ma l’uso della ragione  per comprendere il mondo è sospeso: basta l’istinto, l’opinione, ognuno la vede come vuole, ognuno per sé, mondi impermeabili e indifferenti, per i quali non vale più nemmeno il vecchio adagio relativista “la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri”. Macché, ogni libertà finisce dove si esaurisce la forza di imporla.

Avevamo il diritto romano, ma abbiamo alienato le facoltà decisionali dai popoli ai burocrati, dalla legislazione che difende i valori condivisi e il bene comune siamo passati alla legislazione dei desideri individuali e dell’irrilevanza collettiva. Ogni desiderio è legge, e se non lo è ancora oggi, lo diventerà. Mentre noi coltiviamo quest’ultima crapula da fine impero (contraccezione, aborto, droga, omosessualità, eutanasia: guardateli bene in fila i nomi delle nostre nuove libertà) non ci accorgiamo che queste stesse “libertà” sono un veleno che ci sta uccidendo. La libertà virile del cittadino romano, di fare il proprio dovere, servire lo stato e la famiglia, la libertà di chi vive per cose grandi, invece, è sempre più ostacolata. Non impossibile, ci rimane sempre la via del martirio, ma certo non facilitata.

Avevamo la tradizione giudaico-cristiana: un uomo non è un atomo di materia governato dal caso, ma una persona, un’entità materiale/spirituale, dotata per sua natura di strutture e regole interne. Avevamo il diritto naturale, chessò, almeno il rispetto per la vita, la proprietà, la famiglia. Per chi ci credeva, gli obblighi verso Dio. Ora siamo grumi di materia aggregati dal caso e riaggregabili a piacimento (voglio essere uomo, voglio essere donna, non voglio essere madre, voglio essere padre senza che ci sia una madre, voglio…).

Avevamo infine alcuni secoli di cultura, una tradizione letteraria, artistica, scientifica… il meglio che si poteva produrre. A un certo punto questa tradizione non ci è sembrata più un tesoro prezioso da trasmettere prima di tutto alle generazioni future, poi a chiunque volesse avvicinarla, ci è sembrata ingombrante, un gesto di presunzione, una situazione di vantaggio che andava annullata: in pochi decenni abbiamo fatto tabula rasa. Ora, che non rimane quasi più nulla, siamo diventati i paladini del multiculturalismo: difendiamo tutte le culture che troviamo, basta che non sia la nostra. Vegliamo sui diritti di tutti: musulmani, animisti, indù, buddhisti… Basta cancellare ancora un presepe, togliere ancora un crocifisso, ci stiamo facendo più in là, pazienza!, ancora un pochino e non ci saremo più. Stiamo lavorando perché le prossime generazioni non sappiano leggere le nostre opere letterarie e filosofiche, perché non conoscano nulla della nostra religione, perché scambino il pensiero tecnico, di cui sono stati sempre capaci  -chi più e chi meno – tutti i popoli della terra, con quello scientifico il quale, se permettete, era possibile solo in un certo humus culturale. Ancora un attimo, e non ci saremo più.

In questa angoscia, sempre più tangibile, rimane una speranza, però: ripensare alle origini della civiltà che vediamo languire, ricordarne gli inizi, le persecuzioni, i martiri, i monaci.

Dom Gérard Calvet scriveva: “I monaci hanno fatto l’Europa, ma non l’hanno fatta di proposito…”.

“Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa”. (Benedetto XVI, Discorso pronunciato all’incontro con il mondo della cultura al Collège des Bernardins, tenutosi a Parigi venerdì 12 settembre 2008).

Ecco, ogni volta che mi sporgo di più verso il mondo, ogni istante in cui mi lascio trascinare dalle mille cose da fare, persone da contattare, messaggi da mandare, ora anche tramite le nuove tecnologie, i social network, ecc… mi viene in mente questo quaerere Deum. E torna la voglia di ritirarmi nel mio monastero privato, fatto di cose da fare, preghiere da dire, parole importanti da leggere e meditare, persone a cui parlare con calma. In questo momento, in cui faccio così fatica a credere negli uomini, so che posso fidarmi di Dio. Dal monastero del mondo, voglio curarmi di un’opera sola, giocare tutto su un solo piatto: quaerere Deum. Il resto, si sa, è dato in sovrabbondanza.

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Fuoco al mondo!

Fiunt non nascuntur, Christiani

(Tertulliano)

Per abitudine, evito le librerie cattoliche come la peste, sono diffidente verso l’ora di religione cattolica nelle scuole, guardinga nei confronti dei corsi di catechismo parrocchiali.

Contravvenendo alle mie idiosincrasie, qualche mattina fa sono entrata in un libreria cattolica, complici il freddo, una mezz’ora d’attesa e una collocazione dietro l’angolo rispetto al luogo del mio appuntamento. Avrei dovuto conoscermi meglio, perché è subito iniziato il travaso di bile.

In bella vista, nel punto più centrale e di rilievo del negozio, c’erano pile di libri di Vito Mancuso: l’ultimo e il precedente, per non far torto a nessun aspetto del Mancuso-pensiero.

Attorno, Piergiorgio Odifreddi, Hans Küng Salviamo la chiesa, Enzo Bianchi in tutte le salse e quest’ultimo, ho dovuto ammetterlo, sembrava il più tradizionalista della compagnia. Mi giro e vedo un’opera dell’ingegno di Roberto Giacobbo Aldilà. La vita continua? – il punto interrogativo è di rigore -, una biografia di Marilyn Monroe – il cui risvolto di copertina ci informa entusiasta come sia l’unica scritta da una femminista -,un libro per bambini in versi sul Risorgimento, che declama le eroiche virtù di Giuseppe Garibaldi, un agile volumetto dal titolo Dall’homo sapiens all’homo strunz, il quale, per gli evidenti fini satirici, rischiava di essere il meno dannoso del gruppo, ma non ho avuto cuore di verificare.

Il libro di Costanza mancava; vediamolo in positivo: forse l’avevano appena terminato. In compenso era presente in numerosi esemplari L’educazione delle fanciulle, di Luciana Littizzetto.

Mi son detta che probabilmente il settore novità è obbligato a proporre alcuni testi di cui si parla nei mezzi di comunicazione, non foss’altro che per fini economici e diritto di informazione. Meglio passare al catalogo. Arrivo a scaffale e vedo un solo libro messo in evidenza: Quando i cristiani perseguitarono i pagani. Storia nascosta del cristianesimo violento. Ecco, questo è stato esattamente il punto in cui è iniziata a mancarmi l’aria e sono dovuta uscire.

Cambio scenario: incontro di catechismo per ragazzi di prima media, in preparazione alla Cresima. Dopo anni di schede da colorare, discorsi generici, candeline, girotondi, cartelloni, film da vedere e canti da preparare, pare che qualcuno si sia accorto che questi ragazzi non hanno imparato proprio niente, dico NIENTE. Eh no, qui bisogna correre ai ripari. “Noi continuiamo con le candeline ma, a parte, vi diamo un foglio con le cose minime che dovreste sapere: cos’è la Bibbia, chi è Abramo, chi è Mosè”. A 11 anni? Alle opere di misericordia corporale ci arriviamo per l’età della pensione? O forse, con più probabilità, mai. E la Messa? Ok, il popolo di Dio, l’incontro, la Parola, l’assemblea… ma la vogliamo dire una volta la parola Sacrificio, a questi ragazzi? No, sembra di no.

Altro cambio di scenario: ora di religione a scuola. Senza parlare di conoscenti e amici, solo per esperienza diretta dei miei figli, negli anni ho raccolto numerose chicche:

–          “ricordati di santificare le feste” non è un comandamento che sancisce un dovere verso Dio (questa risposta è stata esplicitamente segnata come errore), ma verso il prossimo (come dire: ricordati di andare alle feste);

–          “alle famiglie vorrei dire che non si preoccupino, non tratteremo del Natale solo dal punto di vista cristiano, ma anche da quello ebraico e islamico” (?);

–          “questo è uno spettacolo di Natale, ma non vuole avere significati religiosi”;

–          per l’interrogazione di terza liceo classico potete leggere Karol Wojtyla o Karl Barth (la discriminante sarà il nome che inizia con la K?).

Mi fermo qui, ma solo per motivi di spazio. Diciamo che gli insegnanti di religione dei miei figli che ho preferito, nel corso del tempo, sono stati quelli che non hanno insegnato nulla. Sempre meglio della dis-educazione.

Cos’hanno in comune questi episodi?

Il fatto di essere tutti intimamente collegati alla nostra formazione cristiana e a quella dei nostri figli.

Tertulliano diceva che non si nasce, ma si diventa cristiani. La nostra non è una religione etnica e neppure una tradizione nazionale: per un certo periodo è stata, certo, anche un po’ queste due cose ma, nell’essenza, ogni generazione va nuovamente educata da zero al cattolicesimo, va avvicinata a Cristo con la mente, il cuore e l’anima, pena una generazione di pagani o semi-cristiani, incapaci di impadronirsi da soli di tutta la bellezza e la profondità che il cattolicesimo porta in sé.

La mia generazione è stata forse la prima a essere catechizzata a candeline e cartelloni (e a chi tenti da ciò di evincere l’età, eccolo servito: sono nata nel 1968), e infatti siamo mediamente digiuni di ogni concetto preciso in fatto di religione – a meno di aver fatto esperienze personali particolari, o avuto famiglie fortemente devote, essere passati da conversioni, gruppi di preghiera, movimenti, ecc.

I nostri figli sono messi peggio di noi ma, ancora oggi, il catechismo e l’ora di religione continuano sulla stessa linea esperienzial-sentimentale in voga ai miei tempi.

 I libri che si trovano nelle librerie cattoliche, probabilmente, sono quelli su cui si formano i nostri dubbiosi catechisti, i tormentati sacerdoti, i problematici professori di religione. Tutti lamentano lo status quo, ma nessuno dice a chiare lettere: abbiamo sbagliato, volevamo rendere la fede un fatto vissuto più pienamente, meno nozionistico, più vicino, e l’abbiamo semplicemente sradicata dalla società -salvo foglietti d’emergenza un attimo prima della Confermazione -.

Sua Santità Benedetto XVI, alle Giornate Mondiali della Gioventù di quest’anno, a Madrid, ha ricordato ai giovani una frase di santa Caterina da Siena: «Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo». Da far tremare i polsi.

Ecco, noi genitori, educatori, catechisti, maestri, siamo ciò che dovremmo essere?

Ci siamo accorti che un mondo è finito, che siamo minoranza, che non possiamo semplicemente vivacchiare su posizioni acquisite, ma dobbiamo ri-evangelizzarci e ri-evangelizzare? Non sono io a dirlo, è stato uno dei temi portanti già del pontificato del beato Giovanni Paolo II, ma è sempre bene ripeterlo.

Insomma, I have a dream: librerie cattoliche, catechismi ben fatti, ore di religione cattolica davvero cattoliche. E famiglie che ricomincino a prendere su di sé la responsabilità dell’educazione, anche religiosa, dei propri figli.

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Un, due, tre

Uno, sono ancora viva. Reduce da un periodo in cui avrei voluto ricaricarmi al massimo, ma invece le cose si sono disposte diversamente: il 27 dicembre è morto il fratello di mio marito, a 48 anni. Le cose hanno assunto una tinta grigia che fa fatica a staccarsi da loro. Giorgio è nuovamente infortunato: un incidente sul campo di calcio, una ferita slabbrata sul ginocchio, una gamba immobilizzata per almeno dieci giorni, un po’ di dolore e tanta noia. Io ho forti mal di testa da alcuni giorni e in generale l’energia vitale di un tubero in letargo. Su ogni fronte (lavoro, casa, famiglia, preghiera) faccio meno di quel che dovrei, collezionando un variopinto bouquet di sensi di colpa.

Due, una persona che conosco solo via web, Barbara alias mammafelice, ha fatto una cosa preziosa per me. Ha preparato delle carte tematiche su indicazione della logopedista di mio figlio, pur essendo un lavoro lungo e impegnativo lo ha fatto generosamente, con quella semplicità che rende i doni ancora più preziosi. Vorrei ringraziarla ancora una volta e segnalare a tutti coloro che fossero interessati che la sezione di carte tematiche del suo sito è una miniera per bambini che imparano a parlare, a leggere e a contare. Le carte tematiche possono essere usate come sostegno per i bambini che ne hanno bisogno e come gioco per tutti gli altri.

Tre, ho costruito un calendario perpetuo per Marco e Benedetta, i piccolini di casa. Volevo che familiarizzassero con il corso dell’anno, delle stagioni, dei mesi, con i giorni della settimana, con il tempo atmosferico, con il ciclo liturgico… tutto questo è contenuto nel mio calendario magnetico perpetuo.

Il calendario contiene una zona mensile, dove ci sono i giorni della settimana e delle tesserine azzurre con i numeri da 1 a 31: ogni mese queste tesserine vanno collocate correttamente sui giorni corrispondenti (ad esempio questo mese l’1 cadeva di sabato, il 2 di domenica, ecc…). A fianco ci sono alcune voci: anno (2011, ma ho già preparato qualche anno a venire), stagione (inverno) e immagine dell’albero com’è in quella stagione, mese (gennaio), giorno (mercoledì), che tempo fa? (oggi sole – con relativa immagine – ma ci sono anche pioggia, vento, nuvolo, neve), fase lunare (questa sera luna piena, ma ci sono le immagini delle principali fasi), che festa è oggi? (qui ho preparato un cartellino per tutte le principali feste liturgiche dell’anno, ognuna in un cartellino dello stesso colore dei paramenti liturgici in quel giorno, più i cartellini degli onomastici della nostra famiglia, più alcuni con scritto “compleanno”, le feste liturgiche sono state inoltre illustrate con immagini d’arte, quasi tutte tratte da quadri di Giotto, in modo che possano essere visualizzate e che i bambini imparino a conoscere bene questo artista, nei prossimi anni potrei farne una serie con immagini tratte da altri pittori).

Il tutto è stato stampato su fogli di carte magnetica e ritagliato per essere esposto sul frigorifero (andrebbe bene anche una lavagnetta magnetica, basta che sia ad altezza di bimbo).

L’importante è che i bambini siano coinvolti nell’aggiornare il calendario giorno per giorno (la prima osservazione scientifica è guardare fuori dalla finestra e vedere il tempo che fa, ad esempio), apprezzando lo scorrere delle stagioni, dell’anno liturgico, del clima.

A me piace molto, che ne dite?

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Love of Learning

Segnalo e partecipo volentieri a un’iniziativa del blog di Mens Sana. Il tema è: Abbandona il libro di testo, vivi la lezione!

 

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Quali giochi regalare?

Altrove ho affrontato il tema di tutto quello che bisognerebbe evitare per fare in modo che il Natale diventi sempre più la fiera del consumismo, oggi mi piacerebbe provare a riflettere sulle buone idee regalo, quelle che fanno la gioia e formano la mente dei nostri figli. Se ne è parlato in maniera molto appassionata anche in un post di Mammafelice, che è apparso mentre stavo elaborando il presente intervento: mi fa piacere dunque continuare una discussione che ha fatto riflettere molti genitori.

Intanto segnalo un post in inglese, molto più completo di quanto non riuscirò mai ad esserlo io, che parla appunto dei giocattoli da scegliere e di quelli da eliminare, secondo dei criteri che trovo estremamente sensati, lo trovate qui.

Mi piace soprattutto la frase che dice di immaginare i nostri nipotini a giocare con quel determinato giocattolo.

Ce li riusciamo a immaginare? Se la risposta è sì, probabilmente si tratta di un buon giocattolo. Se la risposta è no, forse non vale neppure la pena di lasciarlo circolare per casa adesso.

Io sarò molto meno esaustiva dell’articolo che segnalo, ma vorrei ugualmente segnalare quali sono i giocattoli che nella nostra famiglia hanno riscosso il maggior successo… e magari mi piacerebbe se altri facessero le loro segnalazioni, per essere di reciproca utilità.

Ecco i criteri che guidano le mie scelte:

– che si tratti di giocattoli durevoli, adatti ad essere utilizzati in modo diverso col cambiare dell’età;

– che siano in materiali naturali (legno, stoffa…) piuttosto che in plastica;

– che siano giochi “aperti”, meglio un giocattolo che non abbia funzioni troppo definite e che permetta al bambino di trasformarlo con la fantasia;

– cha aiutino le mani e il corpo a muoversi.

Ed ecco i nostri preferiti.

Bambini sotto l’anno:

non serve davvero nulla, meglio una maglia fatta a mano, una palla di stoffa assolutamente non tossica, che possa essere messa in bocca senza problemi, un cestino dei tesori come questo, un sonaglio di legno, una giostrina colorata (magari solo qualche pezzetto di stoffa, fatta in casa) da appendere sopra al lettino.

Bambini fino a tre anni:

un carrello di quelli che aiutano a fare i primi passi e servono a trasportare i giocattoli;

una bambola di stoffa, fatta a mano, magari da mamma;

qualche libro resistente e dalle splendide illustrazioni;

qualche semplice strumento musicale;

pastelli a cera, colori a dito e fogli colorati;

costruzioni in legno o una loro variante magnetica;

cubi per fare una torre,

palla morbida.

Dai 3 ai 6 anni:

ancora costruzioni;

trenino di legno;

accessori per le bambole di stoffa (vestiti, un lettino…);

giochi a incastro;

ancora libri e materiale da disegno;

una cucina e qualche accessorio (pentole, frutta, un vassoio);

una casa delle bambole e qualche accessorio;

vari mezzi di trasporto;

una bicicletta senza pedali;

puzzle in legno;

fattoria con animali;

stoffe e qualche accessorio per travestimenti;

memory e gioco dell’oca;

nave dei pirati.

Dai 6 ai 10 anni:

locomotive elettriche per treno in legno;

costruzioni più complesse, ad esempio i miei figli quest’anno desiderano dei Lego;

geomag o altre costruzioni magnetiche simili;

tangram (io ne ho trovato una versione in scatola per due: ci sono due serie di tessere di due colori diversi e dei cartoncini che propongono la figura da comporre, sul retro lo stesso cartoncino riporta anche la soluzione del tangram: vince il primo che riesce a formare la figura data);

scacchi e dama;

Monopoly,

bicicletta, pattini in linea, monopattino, skateboard;

corda per saltare e elastico;

puzzle adatti all’età;

meccano;

castello e ancora nave dei pirati, fattoria, casa delle bambole, ma con qualche accessorio in più;

stoffa e accessori per travestimenti, magari da fare da sé;

burattini;

strumenti musicali veri, non giocattolo;

telaio;

tanti libri (ma solo per i bambini che amano la lettura e solo su argomenti che li appassionino: non trasformate i libri in un regalo “punitivo”, non aiuta certo l’amore per la lettura!).

Vorrei aggiungere qui una postilla sui giocattoli che hanno scopi dichiaratamente educativi: personalmente sono molto circospetta nei loro confronti.

Sono convinta che se un bambino è appassionato di vulcani possa davvero apprezzare una di quelle scatole che permettono di realizzare un vulcano che erutta, se abbiamo in famiglia un patito di dinosauri, niente di meglio di un gioco didattico in merito… ma personalmente diffido dei giochi dichiaratamente didattici, forse perché i miei figli li identificano subito come un tentativo subdolo di insegnare qualcosa, forse perché ho l’impressione che “educativi” sia un aggettivo che si adatta a tutti i giochi, Monopoly è educativo più di Sapientino, almeno a casa mia: perché il primo li fa giocare di gusto (e contare, elaborare strategie…), il secondo rimane nella scatola. Lo stesso vale per alcuni giochi di carte: scala quaranta, ad esempio, ha fatto sì che Marco imparasse numeri e segni già a cinque anni, mentre un bel gioco didattico dal titolo “Impariamo i numeri” sarebbe rimasto intonso. Secondo me il valore educativo del gioco non è nel fatto che degli adulti abbiano cercato di infilarci subdolamente il più alto numero di nozioni possibile, ma che sia bello in sé (non sottovalutate il valore educativo della bellezza, anche quando vostro figlio è in piena fase “Gormiti” e vostra figlia vede solo rosa e strass), che faccia venire voglia di giocare, che possa essere usato in modi sempre nuovi.

Mi piacerebbe sentire esperienze e consigli anche di altre mamme in merito… e vorrei precisare che i link e i nomi di giochi che ho riportato sono a puro titolo illustrativo, questo non è un post sponsorizzato.

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Sulla dislessia

Tramite un link di Facebook ho scoperto questo video (è il primo di dieci brevi filmati, tutti tradotti in italiano) che spiega in modo semplice, vivido e a tratti commovente come percepiscono le lezioni scolastiche i bambini con disturbi di apprendimento.
Lo splendido insegnante che tiene il corso mette il suo uditorio (insegnanti, specialisti della riabilitazione, famigliari di ragazzi con disturbi di apprendimento come la dislessia) nella condizione di percepire la lezione con le stesse difficoltà percettive e cognitive che hanno i ragazzi, mette i suoi interlocutori in imbarazzo, li tiene sotto pressione, li ridicolizza e pretende da loro cose che non sono in grado di fare.
E’ così difficile mettersi nei panni degli altri, capire che un bambino non si sta comportando in un certo modo soltanto per metterci alla prova o farci saltare i nervi… consiglio a tutti la visione di questa mini serie di video, anche a chi per fortuna non è toccato da questi problemi (in particolare a mio marito: ti prego, trova il tempo!). Per gli insegnanti il corso dovrebbe essere obbligatorio.
Con una lezione finale sulla giustizia che tocca nel profondo.

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