Archivi del mese: gennaio 2010

Sorrideva sempre



Era impossibile fotografarlo senza un sorriso stampato sulla faccia. Lo notavano tutti. Marco era sempre allegro, un po’ spericolato nel cacciarsi in situazioni pericolose, ma sempre nella massima spensieratezza. Andava al nido cantando, entrava con l’aria scanzonata, mani in tasca, inforcava un triciclo e via… lo lasciavo sereno, lo trovavo stanco e sereno. La nostra avventura era andare a fare merenda al bar-pasticceria vicino alla fermata dell’autobus: si sceglieva un paio di pasticcini super-pannosi e li lasciava sciogliere in bocca soddisfatto. Cantava anche al ritorno. Parlava in quel suo modo surreale, dicevamo che era cinese. Non faceva quasi mai capricci, chiedeva poche cose, non sempre giochi: come quando si convinse che dovevo regalargli una piccola padella blu (vera) che aveva visto. Ci giocava un po’ e poi veniva a offrirmela perché “con questa cucini più veloce”.
Poi ha iniziato la scuola materna. Non gli è mai piaciuta. Il primo anno era quasi accettabile, perché almeno c’era sua fratello Giorgio, questo gli dava una specie di protezione, non che Giorgio sia mai stato molto tenero con lui, ma – come spesso capita – suo fratello poteva maltrattarlo personalmente, non permetteva agli altri di farlo.
Il secondo anno di materna parlava ancora male, mi hanno detto di portarlo dalla logopedista: ha fatto qualche seduta, un po’ di esercizio a casa, una gran rottura di scatole (per me e per lui), poi abbiamo smesso. Dalla logopedista andavano bambini di otto anni che parlavano peggio di lui, ci siamo guardate in faccia e le ho detto: “io la finirei qui”, lei mi ha risposto:”sono d’accordo”.
Intanto continuava a odiare l’asilo, Giorgio non era più lì: rimaneva un gruppetto di bambini brutali, difficili, che lui stesso mal sopportava, ma con i quali si voleva integrare (a costo di cambiare carattere, diventare scaltro, imparare a mentire, a picchiare e – peggio di tutto – a sfottere gli altri).
Era una continua richiesta di uscire alle 14 (la prima uscita autorizzata).
Sembrava una crisi di crescita, e invece quest’anno è molto peggio. Alcuni del gruppo dell’anno scorso sono andati a scuola, ma ora è lui – temo – ad aver preso il loro posto. E’ ostinato, polemico, ha quell’atteggiamento irritante di chi prende tutti in giro, non ascolta nessuno, e se finisce in punizione, o se si caccia nei guai, continua a recriminare di aver ragione oltre ogni logica (certamente oltre la mia capacità di mantenere la calma nell’ascoltarlo). L’ho tenuto a casa molti giorni, sperando di poterlo aiutare passando del tempo solo con lui, l’ho fatto uscire alle 14 ogni volta che era materialmente possibile. L’ho fatto dipingere e disegnare, ritagliare e giocare. Senza risultati. Anzi, con la sensazione sempre più forte che voglia cercare un limite, un punto di rottura. Posso dargli attenzione per due ore di seguito ma appena mi allontano (anche solo per andare in bagno), scatta la crisi, cerca un pretesto e mi dice cose terribili, urla e si agita moltissimo, sembra senza controllo.
Riempie la casa di urli, facendosi detestare dai fratelli che non hanno mai un attimo di pace: attacca briga con tutti, si azzuffa (e oltretutto è minuto, e con gli altri soccombe, ma questo lo rende ancora più furioso, non più cauto), urla, questiona.
In un certo senso lo hanno – lo abbiamo – messo in un angolo: nel ruolo di pecora nera, quasi che gli altri siano più bravi per contrasto.
Marco è un bambino intelligente (ne sono certa io, me lo dicono anche le maestre dell’asilo), ma non è brillante come Giorgio, che ha imparato a leggere da solo a 4 anni, che è alto e agile fisicamente, che sa farsi volere bene da grandi e bambini. Non è calmo e riflessivo come Caterina, non è grande come Giulia, non è il più piccolino come Benedetta. Forse in questo sta il suo tarlo: voler spiccare per qualcosa, fossero anche le crisi di nervi. Non essere appiattito sugli altri.
Sono certa che mi vuole molto bene, ma passa i giorni a snervarmi e le notti ha ripreso a venire nel mio letto, passa ore insonne, terrorizzato, a “fare la guardia per i ladri”. Inoltre ha un rapporto competitivo con Giorgio, così se Marco per qualche giorno è più sereno e non entra in conflitto con me (magari a prezzo di mille attenzioni), Giorgio immediatamente peggiora, diventa intrattabile. Alla domanda:”ma tu hai paura che se io vado d’accordo con Marco allora non voglio più bene a te?” ha riflettuto a lungo, prima di ammettere: “sì”.
In questo momento sono un po’ a corto di idee, vorrei solo vederlo tornare a sorridere.
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Mostra di pittura

Segnalo questo libro bellissimo, delle edizioni Corraini. In ogni pagina è predisposto un ambiente che richiama una vera mostra di pittura (il manifesto, le sale, ecc…), ma i quadri sono bianchi: aspettano solo un artista che li voglia dipingere…
Il contesto in cui si inserisce il disegno e il fatto stesso di disegnare su un libro aggiungono importanza ed enfasi ai disegni dei bambini. Inoltre è un oggetto da conservare (mentre capita che nel tempo i fogli sparsi vadano perduti).
Dello stesso editore sono anche interessanti i libri del designer giapponese Taro Gomi: ogni pagina riporta un lieve suggerimento al tratto e una frase piuttosto suggestiva… il resto è lasciato alla fantasia e al talento di ognuno!

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Ancora neve




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Un’iniziativa per Haiti

Le iniziative solidali in questi giorni – giustamente – si moltiplicano e online si possono reperire tutti i dati delle varie organizzazioni che stanno tentando di dare una mano.
L’amica Nicoletta mi segnala però un’iniziativa particolare: il suo sito di orecchini artigianali (molto belli e provati in prima persona…) per 11 giorni devolve tutto il proprio ricavato all’emergenza di Haiti (e in particolare a Medici senza Frontiere).
Vi riporto direttamente le sue parole:
Da oggi fino al 30 gennaio compreso l’intero ricavato delle vendite degli orecchini (escluse le sole spese postali) sarà devoluto a Medici senza Frontiere per l’emergenza terremoto Haiti (si veda la pagina MSF Italia). Potete scegliere tra tutti gli orecchini disponibili a sole 20 euro il paio compresa spedizione, per ordinarli mettete il/i codice qui nei commenti o inviate una mail a info@1129.it con il codice di quelli di vostro interesse). Chi partecipa sarà qui elencato per massima trasparenza. Il 1° febbraio pubblicherò l’importo totale, documenterò le spese di spedizione e l’ammontare della donazione fatta a MSF. Grazie di cuore a tutte le persone che parteciperanno.

Segnalo con piacere questa originale iniziativa, e vi invito a dare un’occhiata allo sconfinato catalogo su Flickr.

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Babies

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Per un’ecologia cristiana


Ne parlavo in un post precedente, riprendo qui l’argomento, stimolata dall’attualità per via della recente conferenza di Copenhagen, e anche dal tema del mese del blogstorming di Genitori Crescono. Ho letto con interesse e segnalo alcuni altri interventi nella blogosfera. Inizio col ribadire che è un argomento su cui vado con i piedi di piombo. Onestamente, mi piacciono poco le mode: e l’ecologia è sicuramente ANCHE una moda. Ma non solo.
L’ecologia “cristiana” (se posso usare questo termine, rimando qui anche a una interessante sintesi del Magistero di Benedetto XVI sul tema, a opera di Massimo Introvigne) dovrebbe innanzi tutto essere inquadrata nel concetto di Creazione affidata da Dio alla custodia (custodia, non all’abuso) dell’uomo. La Terra, in questa prospettiva, è vista come un patrimonio comune dell’uomo, a sua disposizione per trarne sostentamento e conforto, ma allo stesso tempo “affidatagli” dal vero padrone, cioè Dio, che gli chiederà conto dell’operato.
In questo senso, si può quindi pensare l’ecologia come la tutela della nostra casa comune, fatta dall’uomo in favore dell’uomo, ma – principalmente – come parte di un atteggiamento più ampio che possiamo chiamare “ecologia umana”, ovvero il riconoscimento e la collaborazione da parte dell’uomo al piano di Dio. Non ha senso per me condurre, ad esempio, agguerrite battaglie contro gli OGM, se poi si accetta la manipolazione biologica sul materiale umano: non me la sento davvero di dire che il mais merita un trattamento più riguardoso di un essere umano. La difesa della vita e della famiglia – e di una famiglia secondo il diritto naturale, non secondo le mutevoli definizioni dei legislatori – è il primo passo per poter giungere a un vero sguardo ecologico (non “ecologista”) sul mondo. La tutela e la cura dei bambini, dei malati, degli anziani sono atteggiamenti in un certo senso più ecologici di una raccolta differenziata o di un elettrodomestico a basso consumo energetico: sono la tutela della vita in tutto il suo sviluppo, dal suo concepimento alla sua fine.
Una vita umana non autosufficiente, certo, ma in profonda interdipendenza con l’ambiente che la circonda, con le risorse naturali, con le condizioni climatiche, idriche e geologiche, con fauna e vegetazione. Proprio nel senso di questa interdipendenza trovano il giusto inquadramento tutti quegli atteggiamenti privati o collettivi tesi a tutelare e a difendere l’ambiente. Raccolta differenziata, controllo del consumo energetico, ecc… Ma non bisogna nascondere che quando si parla di ecologia si parla anche, implicitamente, di povertà e di modelli di sviluppo. La nostra economia occidentale ha recentemente subito una battuta d’arresto con la crisi economica del 2008/2009, ma da decenni si basa fondamentalmente su un modello di crescita continua e virtualmente infinita, sul presupposto che le materie prime saranno sempre disponibili e a prezzi convenienti… tutti presupposti che proprio la crisi ha parzialmente smascherato. Forse dovremmo dirci con sincerità che la crescita infinita non è possibile e neppure desiderabile, che la maggior parte dei nostri consumi e dei nostri falsi bisogni sono del tutto superflui, di più: sono trappole in cui siamo caduti, che ci portano a comportamenti obbligati e da cui dobbiamo trovare il modo di uscire, per la nostra felicità prima di tutto. In un certo senso bisogna mettersi nei panni dell’enorme parte di popolazione mondiale che non ha raggiunto i nostri livelli di sviluppo: possiamo dir loro che il paradiso di merci e consumi che tanto desiderano è loro precluso, perché estendere a loro il nostro tenore di vita creerebbe troppo inquinamento e carenza di materie prime? Non dovremmo indicare, a noi stessi e a loro, un modello diverso, non basato sui consumi ma sui rapporti umani? E che dire di chi è talmente povero da non avere alcun accesso alle materie prime? Condividere i nostri beni con altri esseri umani prima e più che con i panda o altre specie in estinzione non sarebbe una forma di ecologia?
Inoltre c’è qualcosa di vagamente stonato nella promozione ad esempio di rottamazioni continue di auto ed elettrodomestici in favore di prodotti nuovi a minor consumo, specie se quelli vecchi finiscono a inquinare qualche paese del terzo mondo o diventano un problema sul versante dello smaltimento dei rifiuti. La soluzione ai nostri problemi non può essere sempre una forma di consumo: talora deve essere una forma di “astinenza” dal consumo. Di limitazione, di rinuncia in favore di un bene più alto. E’ molto difficile lavorare sui modelli di comportamento, diffondendo l’idea che davvero in molti casi avere meno, avere stili di vita più semplici e frugali, è una cosa che libera energie, creatività, modi diversi di pensare.
Al contrario, l’ansia collettiva di possedere tutti le stesse cose, il considerare alcuni consumi come oggetti del desiderio e come status symbol ci ha resi schiavi di un pensiero unico e di uno stress infinito. Ho spesso osservato famiglie con redditi più modesti della mia che fanno i salti mortali per poter dare ai propri figli il nuovo modello di videogioco, lo schermo televisivo più moderno, il gioco più chiassoso e vistoso. Non voglio avere un atteggiamento snob, anche perché spesso vengo guardata come una matta quando dico che io le stesse cose ai miei figli se non le proibisco del tutto almeno le limito fortemente, ma questa osservazione mi riempie di tristezza. Vorrei che ci fossero più genitori convinti che un oggetto in meno e un desiderio insoddisfatto in più possono essere davvero formativi per i propri figli.
Infine vorrei dire una parola sulla vera crescita, che è la crescita della popolazione: per decenni i demografi ci hanno detto che andavamo verso un destino di fame e sovrappopolazione. Ora sappiamo che si sbagliavano: stiamo andando verso un destino di vecchiaia ed entropia (almeno in Europa). Che non sia venuto il momento di pensare davvero al futuro, non solo per lasciare un mondo più pulito ai nostri figli, ma per lasciare dei figli a questo mondo? Gli europei hanno troppa paura del futuro per fare figli, come possono desiderare di lasciare un mondo più pulito e delle risorse conservate, se non riescono a proiettarsi oltre il proprio ciclo di vita? Forse tra qualche tempo annovereremo il fare figli (e magari alla vecchia maniera, tra un uomo e una donna) tra gli atteggiamento veramente ecologici, chissà!
Vedere il mondo indossando i panni del “consumatore” lo rende purtroppo più brutto e uniforme. Per questo motivo, quando penso a cosa significa davvero per me ecologia, la prima immagine che mi viene in mente è uno spazio vuoto: liberare gli spazi, svuotare le case, comprare poco. Non dico di esserne capace, ma è il mio approccio al tema, il mio ideale a cui tendere. Poi vengono i gesti quotidiani appropriati, a volte coerenti, a volte – ahimé – no…
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Genitori "elicottero"

Per gli anglofoni, segnalo un articolo molto interessante che ho trovato online.
Si parla di quelli che vengono definiti genitori “elicottero” (iperattivi, iperprotettivi, iperpresenti, iperansiogeni…). Pare che l’overparenting sia una tendenza generale in America e non solo. Parliamo di genitori che organizzano una tabella settimanale al figlio settenne più fitta di quella di un presidente d’industria, di famiglie che si trasferiscono quando il figlio va al college per poterlo controllare col binocolo dalla finestra…
Tra i vari dati interessanti forniti dall’articolo, mi ha particolarmente colpito il dato di 150 giocattoli posseduti in media da un bambino dei nostri giorni. Presa dall’ansia sono andata a contare i giochi dei miei figli: circa una sessantina (con le ultime acquisizioni di Natale), da dividersi tra 5 bambini di varie fasce d’età (compresi giochi da tavolo, puzzle…); pfui, ho avuto un attimo di sollievo!
Nell’articolo si parla anche di un movimento che sta prendendo coscienza del fenomeno e quindi cerca di contrastarlo coscientemente con il contrario dell’overparenting, cioè quello che viene definito “simplicity parenting”: inutile dire che l’idea mi convince.

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