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Blog chiuso

Poco alla volta, trasferirò su www.canoneoccidentale.it i contenuti che considero ancora attuali e significativi. Scrivo talmente poco, che non ha più senso tenere aperti due blog: questo rimane solo come ricordo, soprattutto delle persone che sono passate di qui e con cui si è conversato.

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Instant Eggs

Quest’anno abbiamo provato una variante rapida e minimale alle solite uova decorate per la Pasqua.

Bastano alcune uova sode e dei pennarelli tipo Uniposca. Secondo me sono particolarmente adatte per una decorazione in tinta unita.Immagine

L’idea è stata presa qui.

Enjoy!

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Lettera aperta a Benedetto XVI

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di Ivan Quintavalle

Mio dolce Benedetto, sono giorni strani sa?! C’è una strana atmosfera da queste parti.

L’euforia è tanta, il mondo sembra improvvisamente in via di conversione. Forse è proprio così, lo spero vivamente. Eppure, io, non riesco ad essere allegro.

Poco importa. Ma cerco di capire il perché. Stanotte, ho cercato di fare chiarezza nel mio cuore. Purtroppo, non avendo la sua santità, non posso vivere tutto questo con la sua stessa serenità d’animo.

Ebbene, nella lotta contro l’insonnia, ho capito il perché di questa sottile tristezza. La causa principale di questo mio mal d’animo è la mia ingratitudine. Forse è il male più evidente di ogni uomo, ed è il male che più di tutti mi rende meno uomo. Siamo tutti euforici per questi giorni di ritrovata povertà, eppure già non pensiamo più a lei,  che in questo momento è il più povero di tutti.

Lei che ha scelto la solitudine e il silenzio, lei la sua povertà non ama mostrarla al mondo. Perché lei, non ha mai voluto sbandierare le sue virtù. Lei, le sue virtù le ha messe al servizio di tutti noi e della Chiesa di Cristo. Le sue virtù le ha esercitate in modo così discreto e impersonale da non farle sembrare sue.

Come sono stato ingrato e poco amorevole nei suoi confronti!

Ho dubitato della sua scelta, tentato per un momento nel riconoscervi un atto di codardia. E invece, questi giorni rifulgono ancora della sua grandezza. Anzi, la chiarificano, ma in modo invisibile. Lei, Santità, ha scelto il nascondimento, la clausura.

Quanta grandezza, quanto coraggio. Nessun amor proprio. Solo la Croce. Noi, continuiamo a far confronti. Li abbiamo fatti con il suo amato predecessore Giovanni Paolo II, mentre lei scriveva silente pagine memorabili del magistero della Chiesa.

Li facciamo ora, mentre lei con la sua volontaria assenza, scrive la sua enciclica più bella. Quella sull’umiltà. Oggi è il suo onomastico, mio amato Benedetto. La prego di perdonarmi per la mia ingratitudine, ma soprattutto per la mia mancanza di Fede.

Le auguro giorni felici, mi impegnerò ad essere un figlio migliore per Papa Francesco, più di quanto lo sia stato per lei.

In Cristo,

Ivan Quintavalle

 

reblogged from: http://costanzamiriano.com/2013/03/19/lettera-aperta-a-benedetto-xvi/

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La triplice cinta (replay)

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Il post che segue è apparso alcune settimane fa sul blog di Costanza Miriano, qui, e faceva parte di un dittico insieme a un post dell’amico Cyrano, che potete leggere qui.

Per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità

 

(Fabrizio De Andrè, Smisurata preghiera)

 

C’è una libertà splendida, di cui non sono capace.

Libertà di zingari fedeli, con le loro Madonne dipinte su carri colorati, processioni fatte di canti selvaggi e fiori e conchiglie. Una libertà da giullari di Dio, semplici, spogli, felici. Anime slave, che reggono l’ebbrezza e il dolore, velate di tristezza nella gioia e di gioia nella sofferenza.

C’è una libertà di spiriti grandi, temerari, capaci di avventure estreme, di visioni, danze e battaglie. Una libertà di anime immense e bambine, che non tengono nulla per sé. Ho intravisto questa libertà nello splendore e so di non esserne capace. Se ci provo, cado subito, sbando, mi perdo.

A me servono confine, regola, ripetizione, metrica. Più minerale che organico, più romanico che barocco. Conto sulla bontà della regola, ché già faccio fatica a seguirla. Al rischio della libertà il cuore risponde con l’ennesima prostrazione. Forse è un peccato, non si tratta soltanto di poca fiducia in me stessa, ma anche di poca fiducia in Dio? L’eventualità è concreta.

Come un naufrago, mi tengo attaccata stretta a pochi relitti, sperando di aver scelto bene, che le forze durino e i soccorsi arrivino.

Circoscrivo l’uso della libertà, sapendo che i rischi sono enormi. Forse non è un bello spettacolo, per chi guarda dalla costa, eppure mi basta che i soccorsi arrivino in tempo. Voglio salvarmi, non è detto che riesca a farlo con stile.

In questa dialettica, tra una libertà che è un bene, ma difficile, e una regola, che viene in soccorso, sulla quale impegnare un pezzo di quella stessa libertà, si colloca per me il discorso sui recinti, così come quello su pudore e trasparenza.

«Or dunque, la triplice cinta […] è presente anzitutto come l’ideogramma della portata della Redenzione nel piano universale.

Ciascuno sa che, […] nella simbolica cristiana delle figure geometriche, il Quadrato rappresenta il Mondo, che è letteralmente laMappa Mundi, la tovaglia del mondo, il nostro “mappamondo”, il planisfero terrestre e celeste. Detto questo, tre quadrati inscritti l’uno dentro l’altro, con centro unico, ovvero formanti un solo e medesimo insieme, rappresentano i tre Mondi dell’Enciclopedia del Medioevo, il Mondo terrestre in cui viviamo, il Mondo del firmamento in cui gli astri muovono i loro globi radiosi in immutabili itinerari di gloria, infine il Mondo celeste e divino in cui Dio risiede assieme ai puri spiriti». (Louis Charbonneau-Lassay (1871-1946),Le Pietre Misteriose del Cristo, a cura di PierLuigi Zoccatelli, Roma 1997).

Il simbolo della triplice cinta è ampiamente diffuso, dai graffiti rupestri della Val Camonica ai chiostri di mezza Europa; i cavalieri Templari lo graffiarono sui muri durante la loro prigionia nel castello di Chinon.

È uno di quei simboli atavici, che precedono il (e forse alludono al) cristianesimo. L’uomo. Il cosmo. Dio. Oppure: la terra, il cielo, Dio. Tutti gli infiniti riverberi che hanno l’esistenza dell’uomo e la Salvezza di Cristo.

La triplice cinta è, ovviamente, anche un recinto, un modo per sistemare in uno schema qualcosa di molto più grande.

Si tratta della triplice cinta del cuore, da custodire e donare, con estrema cautela e assoluta generosità, della mappa del mondo, che è uno strumento per orientarsi, volgersi ad Orientem, come avviene appunto nella liturgia cristiana, verso il sole-Cristo che sorge: una traccia per procedere nel pellegrinaggio delle  nostre esistenze, un modo per ridurre le infinite varianti, possibilità, organicità della vita e trasformarle in un sistema, un tracciato, un percorso, da qui a lì, dalla terra al Cielo, una chiusura di strade laterali, che è apertura verso l’alto. La triplice cinta, infine, è simbolo della Gerusalemme Celeste.

Il confine, il recinto, l’hortus conclusus. Cioè, monasticamente, il chiostro: uno spazio chiuso al mondo, ma aperto al Cielo e a Dio.

La via della natura e quella della Grazia s’intrecciano, la seconda presupponendo e superando la prima. Il cristianesimo è anche una religione cosmologica, orientata, incarnata. Non dimentica la direzione da cui sorge il sole, il valore del fuoco e dell’acqua, del vino e del pane, del sangue e della luce. Non perde il senso del corpo, l’istinto, la forza della passione, ma sa cavallerescamente domarli e orientarli. 
Non si tratta di scegliere se perdersi in una natura panica e senza limiti o di chiudersi a chiave e negarla del tutto, rinnegarla e umiliarla: al contrario. Nella liturgia la natura assume un ordine, un’origine e un fine, un disegno sensato che nobilita e redime anche l’organico, un disegno che chiaramente non potremmo vedere dal fondo di una corrente che ci trascina, ma solo dal baluardo di una vetta che ci innalza.

La triplice cinta come immagine della Gerusalemme celeste, della nostra destinazione finale, la vera dimora in cui non ci sentiremo profughi, precari, esiliati.

«Si può dire, senza timore di sbagliarsi, che lo spiegarsi liturgico nella sua interezza si snoda in un universo di figure e di simboli che richiamano la nostra condizione di esiliati come anche il mistero della nostra appartenenza alla Città di Dio» (Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La santa liturgia, trad. it., Nova Millennium Romae, Roma 2011). Il primo segno è la gioia, dice dom Gérard. Nella Gerusalemme saremo a casa nella gioia, è una città le cui mura sono fatte di pietre preziose, ci insegna l’Apocalisse, senza templi né candele, perché il tempio è l’Agnello e la gloria di Dio la illumina. Una città le cui mura non sono una debole difesa contro l’ignoto, corrispondono alla struttura profonda della nostra anima, sono la nostra vera dimora, la destinazione finale, la vera libertà che il nostro cuore desidera.

Vorrei suggerire che senza confine non si acquisisce maggiore libertà, la libertà barbarica del sangue, si perde al contrario ogni forma, si soccombe all’universo, alla natura, al Peccato, ma non posso escludere del tutto altre vie a me sconosciute e precluse. San Giovanni, ad esempio, il discepolo prediletto, ha poggiato l’orecchio sul cuore di Cristo, si è completamente immerso nel Mistero, ma è san Pietro che ci è dato come guida. Come si può replicare la mistica? Mi dissero un giorno che il martirio e la mistica sono doni da accettare, non da chiedere. Pietro invece, ci consegna sacramenti e catechismo: questo lo posso capire, posso farne la mia Mappa Mundi, hanno l’aspetto di buone mura per un solido recinto.

Non sono tuttavia le infinite possibilità realizzate che salvano, ma quell’unica perseguita fino in fondo, fino alla Croce e, con la Croce, fino alla Risurrezione.

Il mio pezzo di legno, appunto, da abbracciare, se ce la faccio

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Gulp!

Mi hanno intervistata, incredibile, ma vero: guardate qui.

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Dal blog alla vita e ritorno

Interrompo il mio silenzio stampa estivo (causa vacanze, compiti, gestione-infanzia e tentativo di allentare i ritmi di vita), per raccontare un incontro speciale.

Questa mattina, alle 10 in punto, alla porta di casa mia ha bussato Sabrina di Vivere Semplice, con i suoi tre figli.

In realtà avevamo pensato a un incontro al parco… ma qui piove che sembra ottobre.

Sabrina è una blogger che affascina, capisci che ha un suo modo di vedere le cose, un suo mondo, che vuole difendere con cura e con intelligenza. Per molti versi è completamente diversa da me, eppure è una di quelle blogger che ho sempre seguito con simpatia ed entusiasmo, proprio per il suo lato umano.

La prima cosa che mi ha colpito è stata la sua proposta di venire solo con una parte dei figli, lasciando gli altri alla nonna… esattamente lo stesso tipo di riflesso che avrei io, che penso sempre che arrivare con tutta la ciurma sia prendersi troppe confidenze. Alla fine invece li ha portati tutti e ha fatto benone!

Il più grande, Lorenzo Pedro, assomiglia alla mamma come una goccia d’acqua (leggi: sono entrambi bellissimi!): è coetaneo del mio Giorgio con il quale, dopo una partita iniziale di calcio-corridoio, ha iniziato a leggere Topolino. Il secondo, Zeno, ha l’età del mio Marco e – come lui – pare essere un tipetto che dà del filo da torcere.

Il piccolino, Emilio, è semplicemente una delizia, con un sorriso che fa sciogliere e l’atteggiamento del giovane esploratore: ciclicamente parte in esplorazione di quel che lo circonda, ciclicamente torna al porto sicuro della mamma per qualche secondo di contatto fisico. Per un paio d’ore ha rubato la ribalta a Benedetta, abituata ad essere sempre la più piccola (e assecondata) della famiglia.

Abbiamo parlato di mille cose e altre erano lì, che non avevano il tempo di venire fuori. Abbiamo parlato di bambini e libri, ma anche di lavoro e progetti.

Ci siamo promesse di rivederci (magari, tempo permettendo, all’aperto).

Se non ci fossero altre ragioni, non sarebbe già questo genere di incontri una buona motivazione per un blog?

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Vi presento il nuovo nato

No, non è il sesto figlio…

E’ un mio nuovo progetto, un nuovo blog in cui spero di focalizzarmi maggiormente sui temi dell’educazione, mentre questo rimane come sporadico diario di famiglia, con una particolare attenzione alla spiritualità monastica.

In particolare vorrei approfondire i metodi educativi di Charlotte Mason e quello che negli  Usa viene definito classical curriculum: uno stile educativo che si richiama all’educazione classica nei metodi (distinzione delle fasi educative nel famoso trivio: grammatica, dialettica, retorica) e nei contenuti (grande utilizzo di testi classici, in versione integrale, possibilmente in lingua originale).

Insomma, chi è interessato passi a trovarmi:

http://www.canoneoccidentale.it/

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