Archivi del mese: marzo 2010

Decorazioni di Pasqua


In questi giorni ancora piovosi abbiamo realizzato la nostra ghirlanda di Pasqua, utilizzando e adattando le istruzioni trovate qui.

Noi abbiamo aggiunto code di ovatta e occhi fatti con bottoni di recupero.
Nei prossimi giorni… uova decorate!
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Il senso del cibo

In famiglia sono un po’ la barzelletta di tutti, da quando recentemente ho avuto una svolta “bio”.
Ad ogni boccone o sorsata che ingeriscono, mi chiedono in coro scherzosamente “è bio?”.
Devo dire che ritengo l’alimentazione uno dei molti modi di “fare attenzione”, “essere concentrati”, “avere cura”. Pur avendo in passato acquistato occasionalmente cibi biologici, non ne avevo mai fatto una questione di scelta esclusiva. Fino a che, come spesso capita, una piccola cosa mi ha fatto riflettere.
Il cibo biologico è quel cibo coltivato senza l’aiuto di prodotti chimici, quindi un cibo più rispettoso dei processi di crescita organica degli alimenti (vegetali e animali) e più sano per l’utente finale. Pur sapendolo, la sola spinta “salutista” non è mai stata sufficiente in me. Inoltre si tratta di sistemi di coltivazione e allevamento meno nocivi per l’ambiente (suolo, aria, acque), ma anche questo non è mai stato una molla sufficiente.
Poi ho visto questo filmato, e la molla – appunto – è scattata. L’agricoltura biologica è anche quella più rispettosa di chi lavora la terra, della sua salute, delle sue competenze, del suo rapporto con il territorio, la tradizione alimentare e gastronomica, del suo inserimento in un ciclo naturale di stagioni e precipitazioni. Ecco, per me si è chiuso un cerchio. Sto meglio io, sta meglio la terra, sta meglio chi la coltiva. Non mi serve sapere altro.
Da qualche mese sto allora facendo la spesa in parte in negozi biologici e in parte su un bellissimo sito http://www.cornale.it/, tramite il quale si possono ordinare prodotti buonissimi, consegnati una volta alla settimana direttamente sulla porta di casa. Un modo per ricostruire un contatto tra chi coltiva la terra e chi ne mangia i frutti, un modo per pensare meno superficialmente al valore del cibo che trattiamo, a chi ci sta dietro, a chi lo prepara, alle generazioni che lo hanno selezionato, a chi lo cucina.
Ma ieri si è aggiunto un ulteriore elemento: ho bevuto con mio figlio Marco un buonissimo succo di pesca, con un sapore completamente diverso da quello a cui siamo stati abituati dalla grande industria alimentare. Su questo succo c’è un’etichetta che recita “La Terra, proprietà di Dio, ama i suoi figli. Questo legame riporta l’uomo e l’agricoltura in armonia con le cose create”. Il succo è uno dei prodotti della cooperativa “La pietra scartata…”, di cui si può leggere una breve presentazione sul sito web.
Marco mi ha detto “è il più buono che ho bevuto”… credo che sia proprio vero, in tanti sensi.

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Spiritualità monastica




Come riassumere in poche righe due millenni di storia? Come lasciare intravvedere il fondo delle proprie motivazioni personali?

La spiritualità monastica è semplice e molto complessa al tempo stesso. Rimanendo all’interno della tradizione cristiana, che è quella che mi interessa, la spiritualità monastica affonda le proprie radici nella primissima comunità cristiana formatasi a Gerusalemme attorno a Maria e agli apostoli. Si tratta di un modo radicale e comunitario di vivere il messaggio di Cristo. In Egitto e in Palestina abbiamo notizie sin dai primi secoli di eremiti e di comunità (cenobi) menanti una vita di rinunce e mortificazione, di preghiera (specialmente i Salmi, che venivano appresi a memoria anche dagli analfabeti e recitati ad ore fisse) e digiuno in vista del Regno dei Cieli. Nelle Vite e detti dai padri del deserto conosciamo numerose figure di uomini santi, ritirati nel deserto per decenni, ne apprendiamo gli insegnamenti e le azioni miracolose, assistiamo alla loro lotta col maligno e alla vittoria dello spirito sulla carne. Per quanto affascinanti, queste prime comunità recano l’impronta del carattere particolare di ciascuno di quei santi uomini. In parte le cose si evolvono nel monachesimo orientale con san Basilio di Cesarea, nel quarto secolo. Ancora oggi il monachesimo orientale segue una regola ispirata a san Basilio, il quale fa parte anche delle fonti ispiratrici della Regola occidentale per antonomasia, quella di san Benedetto.

In realtà la regola di san Benedetto non è la prima d’Occidente, preceduta almeno dalle regole leriniane (dall’abbazia presente nell’isola di Lérins, di fronte alla Costa Azzurra) e dalla Regola del Maestro. Certamente quella benedettina è la regola che ha cambiato il volto dell’Europa. In pieno sesto secolo, nella decadenza culturale dell’Impero Romano, nel bel mezzo di numerose invasioni barbariche, si erge una figura di santo che sarà il germe di un nuovo inizio. Della figura storica di san Benedetto sappiamo pochissimo, di fatto abbiamo solo i dati riportati da san Gregorio Magno nei suoi Dialoghi. Del suo lascito possiamo vedere gli effetti camminando in ogni paese d’Europa.

Non solo monasteri, ma rinascita dell’agricoltura, non solo preghiera, ma canto gregoriano, notazione musicale, studio e trasmissione della Bibbia e dei classici, non soltanto chiostri, ma opere architettoniche che ancora segnano tanti punti del nostro paesaggio, scultura, pittura. Possiamo dire che se l’Europa della fine dell’Impero Romano non cadde nella barbarie, ma riuscì a trasmettere alle generazioni successive non solo i testi dell’antichità, ma la stessa scrittura, lo dobbiamo ai monaci. Eppure non abbiamo a che fare con abili operatori culturali, né con un’élite di artisti, non si tratta di filologi né di imprenditori agricoli, anche se i monaci sono di volta in volta un po’ di tutto questo. Abbiamo a che fare con uomini che prima e sopra ogni cosa cercano Dio. Nel cercare Dio, nel rimanere al Suo servizio, quasi incidentalmente, si occupano di tutto il resto. Perché la Regola di san Benedetto ha come primo e unico fine la santificazione di chi milita sotto di essa, vuole cioè istituire una “Dominici schola servitii”, una “scuola del servizio del Signore“. Ma questa scuola è così equilibrata, così intrinsecamente civilizzatrice, che contiene in sé il germe di tutte quelle attività che ho sopra elencato.

Perché per prima cosa i monaci pregano, e pregano soprattutto in coro, cantando l’Ufficio liturgico nelle varie ore canoniche. E questo canto si sviluppa e prende forma di bellezza celeste, forgiato non da un semplice sentimentalismo, ma dalla grandezza e profondità di veduta della nostra patria divina. Il canto dei monaci, nella liturgia tradizionale, è quanto di più simile al Paradiso possa trovarsi in terra. Poiché pregano, ovviamente i monaci conoscono e meditano i Salmi e la Bibbia, e nel meditarli si avvalgono dello studio delle lingue, delle conoscenze storiche a loro disposizione, dell’opera di grammatici e filosofi… nasce la biblioteca collegata al monastero, vero cuore di trasmissione della cultura, una trasmissione lenta, meditata, lontana un abisso di secoli dal flusso continuo di informazione dell’era di Internet, una trasmissione che passa dalla testa e dal cuore.

Poiché lavorano, i monaci sanno di doversi mantenere col proprio lavoro, si occupano di raccolti, di bestiame, di artigianato. Fanno l’umile lavoro manuale, senza perdere il contatto con la terra e con i cicli cosmici della natura, in cui ravvisano la potente mano del loro Creatore. Lavorano e creano lavoro per altri, attorno ai monasteri fioriscono i paesi, prosperano le fattorie, la vita perde un po’ della propria asprezza, regolata dalla natura ma anche del calendario liturgico, che prevede mediamente un giorno festivo o di riposo su tre.

Poiché i monaci sono casti, obbediscono e digiunano, seguendo uno alla volta tutti i gradi dell’umiltà, sono capaci di una profondità di cuore data solo a chi si fa “eunuco per il regno dei Cieli”, e il loro cuore converte le rudi popolazioni barbariche con cui vengono a contatto, piegandole sotto il dolce giogo di Cristo e riportando un’unità culturale, morale e – brevemente – anche politica nel nostro continente ormai dilaniato.

Ma cosa ha a che fare tutto questo con me?

In primo luogo, molto semplicemente, nell’ufficio liturgico anche a me è capitato di vedere un anticipo di Paradiso, una promessa della Bellezza a cui siamo destinati da sempre e da questa visione non voglio separarmi.

In secondo luogo, credo che la forza civilizzatrice della Regola sia ancora enorme, ha solo bisogno di uomini e donne per incarnarsi. In questi tempi in cui vige la “dittatura del relativismo”, secondo un’espressione di sua santità Benedetto XVI, tempi cioè in cui l’ultimo dogma a cui il mondo vuole credere in modo assoluto è che non esiste alcuna verità, disconoscendo un fatto logico prima che ontologico: l’esistenza della verità non dipende dal fatto che qualcuno ci creda o meno, in questi tempi -dicevo – io preferirei conformarmi alla Verità con sforzo e rinuncia, cercare il Bene e il Bello con fatica, piuttosto che crearmi la mia personale verità domestica, e farmela calzare come un pennello. Anch’io, con le mie deboli forze, vorrei cercare Dio prima di ogni altra cosa.

Infine, la spiritualità monastica, scaturisce dal Vangelo (su questo punto, fondamentale è l’opera di Adalbert de Vogüe, La Regola di S. Benedetto. Commento dottrinale e spirituale, Abbazia di Praglia 1988), e il Vangelo di Cristo è quanto ci è stato dato per la nostra salvezza.

Come si incarna la spiritualità monastica nella mia vita di donna sposata e mamma?

Tramite il legame spirituale con un monastero, sono cioè un’oblata, una laica legata a un monastero particolare (tutti i monaci fanno voto di stabilità, cioè si legano non all’Ordine benedettino o a un’organizzazione, ma a un particolare monastero), considerandomi una specie di monaco in viaggio, che gode del frutto delle preghiere dei propri fratelli e deve adempiere a obblighi particolari, sebbene in parte diversi da quelli che vigono all’interno del monastero. Ciò significa nello specifico preghiera, studio, amore per la propria vocazione (di moglie, di madre, di oblata).


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Happy birthday, Giorgio!

Ieri, primo giorno di primavera, tradizionale festa di San Benedetto (quest’anno posticipata al 22 marzo, in quanto coincidente con la domenica), Giorgio compiva 8 anni.

La giornata è stata piuttosto tranquilla (Messa al mattino, pasta al pesto casalingo e pasticcini a pranzo, partita di calcio del festeggiato – rovinosamente persa – nel pomeriggio).
La vera festa aveva avuto luogo venerdì pomeriggio. Gli invitati erano sette amici (cinque maschi e due femmine), a cui si aggiungevano ovviamente fratelli e sorelle.
Io avevo preparato i giochi:
1- gioco della sedia mentre gli invitati arrivavano (si mettono tante sedie quanti sono i bambini meno una, si accende la musica e i bambini devono ballare o camminare… appena la musica si interrompe devono trovare posto… quello che rimane in piedi è eliminato e porta via con sé una sedia. L’ultimo in gara è il vincitore);
2 – strepitosa (modestamente…) caccia al tesoro durata quasi un’ora, con indizi, mappe, cruciverba, labirinti… e premi finali per tutti: per i maschi un boomerang, per le femmine una corda per saltare;
3- dopo una pausa per torta, candeline, apertura dei regali del festeggiato, gara di tappini (5 tappi di bottiglia colorati di rosso, 5 di nero, due tappi contraddistinti dei capitani, obiettivo: avvicinarsi il più possibile a un traguardo senza superarlo… per la cronaca la la squadra rossa ha sbaragliato i neri).
Qui un momento di esplorazione collettiva dei letti a castello… ovviamente metto solo le foto dei miei figli, per la privacy dei nostri amichetti.

Le decorazioni sono state molto gradite.

E io ero fiera della mia tavola: succhi di frutta biologici, acqua, té verde alla pesca, pizzette, panini al formaggio di capra, al pomodoro e mozzarella oppure uovo e pomodoro (niente salumi, in quanto era venerdì di quaresima). Crostini di mais bio. Oltre ovviamente ai mitici cannoli e alle cassatine di Immordino. Niente prodotti usa e getta: tovaglioli e tovaglia di stoffa, bicchieri e piatti di vetro, posate di metallo.
Giorgio era felicissimo e mi ha detto che è stata la più bella festa della sua vita… e anch’io sono convinta che sia riuscita molto bene!

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I cannoli di Immordino

(Foto: compleanno di Giorgio 2009 – 7 anni)
La festa di compleanno di Giorgio è fissata per domani, anche se il vero compleanno sarebbe il 21 marzo. Come è nostra tradizione famigliare, il dolce viene scelto dal festeggiato. E come era già accaduto l’anno scorso, Giorgio non ha avuto dubbi: vuole i cannoli di Immordino. Immordino è una mitica pasticceria torinese, un pezzo di trinacria in terra sabaudia, l’apoteosi della sostanza contro la forma, un’esplosione di gusto pazzesca.
I locali che ospitano la nostra mecca dolciaria hanno l’aspetto di una latteria degli anni ’50 (e forse da allora non sono mai stati rimaneggiati), appartengono a un’epoca in cui non c’era il gusto del minimal chic, ma solo uno spartano squallore. L’unico tocco di colore è un carretto siciliano appeso al muro… ovviamente oltre al colore dei dolci.
La pasticceria è solo siciliana, quasi un esercizio di filologia.
La ricotta viene consegnata per via aerea dalla terra di Pirandello. Non posso sperare di poter descrivere il gusto. Dico solo che i cannoli e le cassatine sono stati prenotati, che verranno religiosamente ritirati domani per tempo, che sono attesi e pregustati come è doveroso che sia.

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Aspettando la primavera

E’ nevicato tutta la notte e nevica ancora. Questa mattina ci siamo svegliati con una vista sul paese dei ghiacci…
Eppure ogni precedente esperienza ci dice che prima o poi la primavera DEVE arrivare.
Ecco perché ci siamo procurati carta velina, tondini di legno, corda di canapa e ci accingiamo a costruire aquiloni (seguiranno foto). Inoltre il primo giorno di primavera sarà il compleanno di Giorgio, per il quale sto preparando i regali (uno da parte nostra, uno da parte della nonna paterna, uno da parte dei nonni materni… ovviamente tutto procurato da me). Il pezzo forte sarà uno zaino da esploratore, un una bella stoffa di canapa, contenente una pila di quelle che si mettono sulla testa (tipo minatore), ricetrasmittenti vere ad ampio raggio, Super Optic Wonder (con lente, binocolo, sestante, alfabeto morse, bussola…), richiamo semplice per uccelli (a vite). Con l’aggiunta di penna, taccuino e borraccia diventa il kit essenziale per ogni esplorazione che si rispetti.
Il secondo regalo è un aereo a energia solare comprato tramite questo sito (dove ora però non lo trovo più).
Per il terzo – e ultimo – regalo sono indecisa tra un modellino da montare della Millennium Falcon di Star Wars e un sistema solare da montare e appendere nella sua camera.
Per la festa Giorgio ha scelto il bowling con pochi compagni di classe (e fratellanza varia). L’idea non è male, ma francamente mi piacerebbe poter personalizzare un po’ il rinfresco, che invece prevede trancio di pizza, bibita e torta, senza poter portare nulla da casa.
Sono invece molto indecisa sui regalini per gli invitati. Vorrei che fossero di nostra produzione artigianale e al tempo stesso che piacessero a un gruppetto di maschi ottenni…
Idee?

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Essenza di lavanda

Se capitate d’estate nel posto che più amo al mondo, il “mio” monastero nel cuore della Provenza, sarete accolti da una luce speciale, da alberi d’ulivo in cima alla collina, e poi da una distesa di lavanda. Non è lo stesso colpo d’occhio della vicina Senanque, ma a me basta per sentire un balzo al cuore.

I monaci di Sainte-Madeleine la coltivano, la distillano e ne ricavano un olio essenziale.
Come tutto quello che deriva dal loro lavoro, per me ha un fascino irresistibile.
In passato ho avuto un periodo di grande passione per i profumi cosiddetti “di nicchia”, che poi vuol dire profumi ancora fatti da artigiani, con essenze naturali e senza prodotti di sintesi.
I miei preferiti erano profumi legnosi, quasi maschili, così come alcune declinazioni sul tema dell’incenso (Messe de Minuit, di Etro, ad esempio è un profumo in stile romanico, in cui si sente odore di preghiera e pietra umida, L’Eau Trois di Diptyque invece ha tutte le sfumature del monte Athos, è un incenso misto a erbe mediterranee e mirto, Spiritus/Land di Miller et Bertaux è un incenso sobrio, raccolto, asciutto). Diciamo che ho avuto il mio buon periodo di passione sfrenata.
Con la nascita dei bambini però ho smesso istintivamente di usare profumi, se non in casi eccezionali: preferivo che i bambini sentissero e riconoscessero il mio odore personale, non volevo esporli a un’overdose olfattiva precoce.
Da qualche tempo ho preso invece l’abitudine di mettere ogni mattina poche gocce di essenza di lavanda sui loro cuscini, in modo che la sera possano ritrovarne l’odore balsamico e rilassante. I bambini amano molto questo profumo, e sono felici di ritrovarlo al momento della nanna.
Tra le proprietà tradizionalmente attribuite a questo pianta c’è proprio quella di conciliare il sonno, e a me fa pensare all’odore delle case di campagna di altri tempi.
Si tratta di uno di quei piaceri semplici di cui vorrei costellare le nostre giornate, come l’odore di torta che viene dal forno, una nuova scatola di colori, una passeggiata con il primo sole di fine inverno, il fruscio e l’odore della carta di un libro amato… A volte è davvero utile fare elenchi come questo, una specie di ricapitolazione di tutte le benedizioni che rischiano di passare inosservate.

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