Archivi del mese: aprile 2011

Vi presento il nuovo nato

No, non è il sesto figlio…

E’ un mio nuovo progetto, un nuovo blog in cui spero di focalizzarmi maggiormente sui temi dell’educazione, mentre questo rimane come sporadico diario di famiglia, con una particolare attenzione alla spiritualità monastica.

In particolare vorrei approfondire i metodi educativi di Charlotte Mason e quello che negli  Usa viene definito classical curriculum: uno stile educativo che si richiama all’educazione classica nei metodi (distinzione delle fasi educative nel famoso trivio: grammatica, dialettica, retorica) e nei contenuti (grande utilizzo di testi classici, in versione integrale, possibilmente in lingua originale).

Insomma, chi è interessato passi a trovarmi:

http://www.canoneoccidentale.it/

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Articolo sull’homeschooling in Usa

Segnalo questo articolo uscito oggi.

Mi ha colpito il ritmo di crescita della famiglie che scelgono la scuola domestica, ma tutti i dati sono interessanti, forse più di tutto il rapporto di collaborazione che in alcuni stati si è venuto a instaurare con la scuola tradizionale.

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S. Pasqua a Pra’ D’Mill

Christus surrexit! Vere surrexit!

Torno al blog con i miei tempi dilatati (ma siamo ancora nell’ottava di Pasqua, quindi possiamo fingere che il tempismo sia perfetto), per pubblicare un paio di foto scattate al monastero Dominus Tecum di Pra’ d’Mill, in provincia di Cuneo.

Si tratta di un monastero cistercense, fondazione di uno dei più antichi monasteri occidentali, quello di Lérins, in Francia.

E’ qui che abbiamo passato la giornata di Pasqua quest’anno, partecipando alla Messa comunitaria dei monaci, facendo un pic-nic nei prati adiacenti, nascondendo uova dipinte per la caccia al tesoro, giocando alla lippa con il nonno, trovando rami da lavorare per trasformarli in bastoni da montagna, mangiando uova di cioccolato e montando improbabili sorprese. Non c’era quasi nessuno, immagino che il luogo sia stato preso di mira il giorno seguente per il pic-nic di Pasquetta… noi abbiamo battuto tutti sul tempo e siamo stati benissimo.

In questi giorni Benedetta ha imparato ad andare bene in bici, tanto che stiamo meditando di toglierle le rotelle a breve.

Un paio di settimane fa siamo stati a palazzo Madama, qui a Torino, dove io ho apprezzato in particolare la collezione d’arte antica e medievale, mentre i bambini si sono esaltati nella ricostruzione dei primo Senato d’Italia.

Queste le principali novità, tranne una: Marco sa leggere. Ha piccoli problemi di disgrafia, certamente scrittura e lettura gli richiedono ancora un grande sforzo di concentrazione, certamente deve ancora imparare ad avere fiducia in sé stesso, a rimanere calmo, a non urlare… ma sa leggere! Questa mattina ha letto tre pagine di Cara Susi, caro Paul, una lettura lunghissima per lui, ma se l’è cavata bene e, cosa ancora più importante, ha capito quel che leggeva!

Forse chi ricorda le nostre preoccupazioni circa il fatto che potesse essere dislessico può capire cosa significa questa novità.

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La scuola italiana

Questo post aderisce alla Giornata di blogging sulla scuola italiana.

Mi piacerebbe, davvero, non sentirmi sempre controcorrente. E’ il primo pensiero che mi viene in mente leggendo gli altri post che aderiscono a questa iniziativa. Molti dicono cose belle e condivisibili, ma io sento un’estraneità di fondo e non me ne compiaccio, anzi, mi piacerebbe – come a chiunque – che le mie idee fossero popolari e condivise. Invece mi trovo ancora una volta in posizione minoritaria.

La scuola è una di quelle istituzioni destinate a cambiare nel corso del tempo, non solo e non tanto perché cambiano alcuni strumenti tecnici (dalla tavoletta di cera e lo stilo fino all’uso del computer in classe), ma soprattutto – e più in profondità – perché cambia il modo di intendere l’educazione, la trasmissione del sapere di generazione in generazione, il modo stesso di concepire il ruolo dell’individuo all’interno del meccanismo sociale.

Sono temi, questi, a cui ogni generazione deve pensare nuovamente senza dare nulla per scontato, pena il fallire in tutto o in parte il compito di trasmissione della conoscenza e – ancora più importante – della propria civiltà alle generazioni che seguono.

E’ importante inoltre prendere atto che ogni forma di educazione ha vari livelli di esplicitazione del proprio curriculum e che una hidden agenda è inevitabile. Con hidden agenda intendo quel complesso di procedure, di valori, di messaggi – soprattutto non verbali – che dicono allo studente cosa ci si aspetta da lui, come si deve comportare, come ci si aspetta che si relazioni agli adulti, ai compagni, alle materie di studio e alla scuola stessa.

Viviamo in un’epoca in cui l’educazione e la scuola sono messe al centro di un dibattito (talora furibondo e ideologico) che dura ormai da tempo e che, pare, per ora non ha fatto altro che diffondere allarmi. Espressioni come “emergenza educativa” o “riforma della scuola” sono diventate ormai di dominio pubblico, anche se dall’emergenza non si trova il modo di uscire e a una riforma segue inevitabilmente una nuova riforma. Un pensatore americano, John Taylor Gatto[1], ha persino ipotizzato che questi temi e i relativi allarmismi altro non siano che uno strumento della scuola stessa per prendere sempre più spazio alla società, per reclamare sempre nuovi fondi, sempre nuove riforme, sempre nuovi esperti e – in definitiva – perpetuare sé stessa e le proprie esigenze prima e contro le esigenze dell’infanzia e dell’accesso reale alla conoscenza. Se davvero così fosse, non credo che ciò sarebbe per caso. Un’istituzione che richiede così tante risorse (economiche, politiche, umane) non adotta per caso un orientamento piuttosto che un altro. La scuola deve essere funzionale a qualcosa e, se si scopre che non è funzionale all’istruzione dei giovani, al loro inserimento lavorativo, al loro riscatto sociale, alla loro promozione umana, ci si dovrebbe chiedere a cosa è funzionale tutto questo dispiegamento di forze. Aumentano gli specialisti, aumentano gli psicologi, i mediatori culturali, le associazioni, le assemblee e le riunioni organizzative, aumentano i test, nazionali e internazionali, aumenta la polemica tra scuola pubblica e scuola privata e, allo stesso tempo, l’occupazione di diplomati e laureati non è mai stata così difficile, l’incidenza del grado di scolarizzazione sulle aspettative di mobilità sociale non è mai stata così bassa, si ha la sensazione generale che l’istruzione di intere generazioni di giovani sia quasi completamente fallita, che le poche eccellenze siano spinte all’estero per mancanza di opportunità in patria e, infine, che un numero troppo grande di ragazzi sia lasciato in disparte.

In Italia la cultura – e la scuola come sua componente cruciale-  nel dopoguerra è stata oggetto di una colonizzazione gramsciana che l’ha resa un satellite della politica del PCI prima e dei suoi epigoni poi. Ma in tutto il mondo occidentale pare che la scuola stia vivendo un lungo periodo di crisi e l’educazione sembra essere diventato un tema centrale del dibattito politico-sociale. La cultura post-sessantottina, poi, ha contribuito ulteriormente alla diffusione di alcuni luoghi comuni (egualitarismo, scuola di massa, compresa l’università di massa, cultura del politicamente corretto, divisione del curriculum scolastico dalla pratica lavorativa, indifferenziazione di genere) che hanno reso la scuola un potente mezzo di trasmissione di una visione frammentaria e disgregata del mondo e della società .

La scuola, oggi, si trova di fronte alla richiesta contradditoria di maggiore selettività (la “meritrocazia” di cui si parla spesso) senza nessuna esclusione (egualitarismo). Quindi fioccano i test, si incoraggia la severità nei voti, si invoca maggior disciplina e si vorrebbe premiare il merito (degli studenti, ma anche degli insegnanti, delle singole scuole…) e allo stesso tempo non si può bocciare nessuno, o quasi, ogni anno i ragazzi delle scuole superiori tra maggio e giugno vedono i loro compagni, che non hanno studiato quasi nulla durante l’anno scolastico, “recuperare” improvvisamente in un buon numero di materie, così da avere un sei che permetterà loro di non essere bocciati (magari soltanto rimandati in qualche materia) per poi ripartire l’anno successivo dalle stesse lacune. Inoltre bocciare o non bocciare è quasi indifferente, se prima di tutto nella scuola non si è tentata una vera istruzione, il coinvolgimento del maggior numero possibile di giovani, la trasmissione dell’entusiasmo per la conoscenza (se non per la Conoscenza in generale, almeno per la conoscenza specifica di alcune materie e di alcune abilità).

Il problema, però, così posto, sembra irrisolvibile. Anzi, il populismo della scuola pubblica vorrebbe alimentare l’illusione che la scuola sia davvero per tutti e che il merito verrà premiato, ma la verità è che  la mancanza di qualità colpisce più gravemente proprio quelle classi sociali che hanno nella scuola e nell’istruzione il loro unico patrimonio e l’unico strumento di promozione sociale. I figli delle classi più privilegiate non solo possono godere, se dotati, delle maggiori opportunità offerte da scuole altamente qualificanti, corsi di lingue, ambiente culturalmente stimolante, ma, qualora non fossero dotati, rimangono comunque protetti dalla rete di rapporti e risorse famigliari, per cui possono limitare i danni di un’istruzione scadente. Sono proprio le classi economicamente e socialmente più deboli che pagano i costi maggiori di una scuola di basso livello.

Da tempo mi affascina la visione di documentari e interviste di repertorio della televisione italiana: negli anni 1960 e 1970 una  parte consistente della popolazione non parla che in dialetto, ma la parte che si esprime in italiano (si tratti di casalinghe, operai, passanti) sembra molto più colta del partecipante medio (e con grado di istruzione medio-alto)  a un talk show televisivo contemporaneo. Il livello dei libri di testo delle elementari di 40/50 anni fa è incredibilmente superiore, in alcuni casi, a quello degli analoghi testi delle scuole superiori attuali.

L’impressione è che ci sia stata una moltiplicazione di preoccupazioni (lezioni di ecologismo, educazione stradale, educazione sessuale, educazione alla cittadinanza, educazione alimentare…) a fronte di un sempre peggior livello di istruzione e di preparazione al mondo del lavoro (oltre all’evidenza che l’inquinamento cresce, i bambini non escono per strada da soli, gli adolescenti fanno sesso in maniera completamente irresponsabile, la fiducia nelle istituzioni è al minimo storico, l’obesità infantile dilaga…).

Non credo che se ne possa uscire semplicemente con una riscrittura di programmi e orari scolastici.

Se ne esce guardando la scuola con occhi completamente nuovi. In primo luogo, prendendo atto che il concetto di scuola per tutti, obbligatoria e gratuita è relativamente recente. Di fatto, un lascito della Rivoluzione francese. E, come tutto ciò che è stato diffuso e introdotto a seguito di tale Rivoluzione,  non nasce certo priva di pre-giudizi e fini politici.

Fa parte di un processo di limitazione della sovranità della famiglia sull’infanzia, a favore di politiche statali che creino uniformità forzata. La famiglia, con tutti i suoi limiti, è il luogo dove il bambino apprende ogni cosa all’interno di un reticolo di senso, di valori, di condizioni (di tempo, di luogo) specifiche. Apprende il linguaggio che ascolta, conosce i mestieri che osserva, conosce la sua strada, il suo campo, il suo vicino, il clima in cui vive, gli uccelli che nidificano nel bosco accanto a casa. La famiglia è il luogo in cui le generazioni si incontrano, in cui si scoprono il senso della vita, della malattia, della fatica, della festa, della morte. La scuola, al contrario, è il luogo della informazioni decontestualizzate, messe una accanto all’altra, senza relazione con la propria vita. Gli studenti sono misurati tramite compiti e test, attraverso un voto di comportamento, raramente in base a doti, particolarità, capacità creative, o umane che non siano standardizzate. Certo, per queste cose ci dovrebbe essere tutto un contesto famigliare e sociale che aggiunge all’educazione dei ragazzi quei tasselli che la scuola inevitabilmente non può dare. Purtroppo invece quel contesto non c’è più. Le famiglie sono letteralmente sbranate, fragili, decomposte, isolate. Nella nostra società sono necessari due stipendi per vivere in una grande città, i genitori sono costretti ad affidare a estranei i propri figli praticamente fin dalla nascita, per molte famiglie superare la soglia dei due figli significa accedere alle statistiche sulla povertà.

Le famiglie si spaccano con sempre maggiore facilità, le madri sono assenti quasi quanto i padri. Potrebbe sembrare una conquista, il lavoro femminile, ma il suo rovescio di medaglia è l’abbandono dell’infanzia nelle mani dei “professionisti”.

Cinquant’anni fa un operaio poteva, con qualche sacrificio, mantenere una famiglia con tre, quattro figli, oggi servono due stipendi per mantenere un solo figlio. In pratica, due lavoratori al prezzo di uno. Per il mondo del lavoro molto meglio due lavoratori senza figli, magari qualificati e a basso costo, senza troppo legami famigliari, senza anziani da accudire. Semplici cellule da comporre e scomporre a piacimento, sradicate da ogni comunità, dal territorio, da legami forti, pronte a consumare e funzionare secondo gli interessi di gruppi di potere troppo forti, troppo anonimi, troppo subdoli, per poter essere contrastati.

Se viste in questa prospettiva, le politiche su aborto, divorzio, contraccezione ed eutanasia, assumono un significato sinistro. Nella stessa direzione va il continuo smantellamento dei programmi scolastici, in modo che nulla di preciso e definito venga davvero insegnato: la sensazione di appartenere a una forte tradizione culturale, di essere radicati, la capacità di comprensione profonda, di studio e pensiero critico, sono cose non troppo funzionali allo spezzatino sociale che siamo diventati.

Ci sono momenti storici in cui non è facile dare un giudizio lucido sull’epoca in cui si vive. Forse non lo è mai.  L’unica similitudine che mi viene in mente è quella con la fine dell’Impero Romano, lo dicevo già qui. Una civiltà è finita, quella che la sostituirà per ora non si distingue (ci sono sicuramente frammenti, dettagli, ma non è facile separare ciò che è significativo da quello che non lo è). Per continuare la similitudine, il compito necessario è quello che fu allora dei monasteri: conservare ciò che ha valore, avere una grande sete di senso, prendere il buono delle novità, preparare il futuro.

Da parte mia vorrei proporre, o ricordare, o appoggiare -fate voi – alcune cose molto semplici:

1 promuovere la famiglia come nucleo fondamentale della società e, per questo, anche principale agente dell’educazione dei giovani (quindi chiedere prima di tutto più famiglia, non più scuola);

2 considerare la scuola come uno degli strumenti a disposizione della famiglia, quindi al servizio del piano educativo di questa, non parte di un programma ministeriale di omologazione sociale;

3 favorire il reincanto dell’infanzia, educando al bello e al bene;

4 ritornare al reale (per dirla con il famoso titolo di Gustave Thibon), anche limitando l’uso della tecnologia come babysitter virtuale.

In questo quadro decade quasi del tutto la polemica scuola pubblica-scuola privata, in quanto si chiede allo Stato di sostenere le scelte educative della famiglia, qualunque esse siano. Difendere la scuola pubblica come “gesto politico” è per me incomprensibile, il vero gesto politico è sostenere le famiglie, non facendo gravare sulle loro tasche la scelta della scuola (quindi rendendo in ultima istanza non elitaria la scelta della scuola privata). In molti paesi del mondo la scuola privata è vista come una risorsa da sostenere, in quanto libera energie (delle famiglie, degli educatori motivati secondo un metodo, o in base a convinzioni religiose…) che altrimenti andrebbero perdute nel grande calderone della scuola pubblica, necessariamente più “neutra” in quanto a fondamenti. In Italia invece è sempre ben radicato il luogo comune secondo il quale il sostegno alla scuola privata sarebbe classista ed elitario. La verità è che la scuola privata costituisce invece per lo stato un risparmio enorme, si basa sulla buona volontà di molti, sull’impegno personale e la dedizione di tante persone che la scelgono e ci lavorano. Ci sono anche i diplomifici, certo, così come ci sono le scuole pubbliche disastrate: si tratta di stabilire degli standard (educativi, strutturali, di servizi) da raggiungere, non di penalizzare alcune scelte educative a favore di altre.

Infine si tratta di scendere a patti con una semplice realtà:  che le necessità dei bambini non sempre si possono accomodare con quelle degli adulti e a volte è necessario fare scelte decisamente pro-infanzia, anche se questo vuol dire ripensare, ad esempio, l’organizzazione del lavoro femminile.

 


[1] John Taylor Gatto, Dumbing Us Down. The Hidden Curriculum of Compulsory Schooling, New Society Publishers, Gabriola Island (Canada) 2005 (edizione originale 1992).

Su questi temi ho già detto alcune cose qui, qui e qui.

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Canone occidentale, canone personale

L’espressione “canone occidentale”, per quanto molto diffusa, è presa a prestito in particolar modo dal titolo di un volume di Harold Bloom, Il canone occidentale. I libri e le scuole delle età, Bompiani, Milano 1996. Si tratta di un testo importante, che riflette sull’essenza della cultura occidentale, ne identifica gli autori “canonici”, quelli fondativi, e ne divide i principali momenti di sviluppo in quattro fasi: l’età teocratica, l’età aristocratica, quella democratica e infine l’età caotica. Si tratta di un libro che esprime gusti e convinzioni molto personali, anche se avvallati dall’autorevolezza di un grande storico della letteratura, ma che ha il merito di chiedersi quali siano i testi fondamentali della nostra tradizione e di farlo sulla base di criteri quali l’estetica, l’originalità, l’universalità. Il testo ha suscitato anche aspre critiche e polemiche in quanto, oltre a identificare ventisei autori “fondativi” (non necessariamente e non sempre i “migliori”, ma quelli più ricchi di ricadute e influenze nel corso del tempo), l’autore è stato spinto, dall’editore negli Stati Uniti, a corredare il volume di un’appendice con una lunga lista dei testi principali per ogni età. La lista, in inglese (ma facilmente comprensibile), si trova qui. Ovviamente inclusioni ed esclusioni non potevano che far discutere.

Il “dream team” dei ventisei è così composto: Shakespeare, Dante, Chaucer, Cervantes, Molière, Montaigne, Milton, Samuel Johnson, Goethe, Wordsworth, Austen, Whitman, Dickinson, Dickens, George Eliot, Tolstoj, Ibsen, Freud, Proust, Joyce, Woolf, Kafka, Borges, Neruda, Pessoa, Beckett.

Come si vede, molto sbilanciato a favore dell’età moderna e del mondo anglosassone. Personalmente non condivido alcune delle scelte di Bloom (un esempio per tutti, manca Dostoevskij), e più ci si avvicina alla modernità e più i miei personali criteri divergono.

Mi incuriosisce invece l’esplorazione del canone in sé, specie in un momento in cui la scuola stessa sembra aver perso la tradizionale capacità di fornire un accesso culturale a tale canone (i ragazzi delle medie hanno statisticamente difficoltà a leggere volumi che un tempo venivano considerati per l’infanzia, quelli delle superiori nella stragrande maggioranza non solo non arrivano a poter accedere direttamente a grandi classici come l’Orlando Furioso o la Divina Commedia, ma faticano già con Thomas Mann, Tolstoj, persino Calvino e Tomasi di Lampedusa). L’impressione è che tale canone diventi tanto più prezioso, in quanto a rischio di estinzione, di mancanza di trasmissione e di strumenti culturali per accedervi.

In un certo senso, è il tema di un volume molto venduto negli ultimi mesi, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, di Paola Mastrocola, Guanda, Milano 2010.

Il parallelo storico che mi viene in mente è con la lunga fine dell’Impero Romano (d’Occidente).  Già un tempo la civiltà ha avuto bisogno di ritirarsi dal mondo, trovare i monasteri in cui rifugiarsi, ciò che davvero contava è stato selezionato, messo al riparo, custodito e trasmesso. E’ stata un’epoca in cui coloro che potevano permetterselo fuggivano dalle città (caotiche, pericolose e povere) per tornare alle campagne: coltivare la terra, allevare gli animali, vivere in armonia con i cicli cosmici dell’anno e delle stagioni, attendere al riparo per generazioni, come semi sotterrati, che passi l’inverno, che arrivi una primavera in cui poter di nuovo germogliare.

Ognuno in quel momento ha scelto (forse molto poco consapevolmente), cosa portare con sé, cosa salvare.

Purtroppo il lavoro quotidiano, le scelte meditate, la riflessione e l’approfondimento non sembrano avere quartiere nel nostro “tempo breve” e proprio per ciò sono tanto più necessari. Sono le condizioni per non lasciare morire noi stessi, ciò che eravamo e che ci ha plasmati, a favore di ciò che è radicalmente altro. Sembra, anzi, che questo radicalmente “altro” ci abbia affascinati, riempiti di complessi di inferiorità, stregati con il fascino dell’esotico, del lontano, del nuovo. Non mi convince, tuttavia: quando diventa quotidiano, vicino e ripetuto, mostra tutti i propri limiti. Sì, io sono una di quelle persone che ancora tentano delle scelte di valore, che osano dire questo è meglio, questo è peggio.

Non è necessario temere i barbari: all’epoca delle invasioni dell’Impero Romano portarono il sangue fresco che ha dato nuova linfa a una vecchia (relativamente) cultura. Ma si trattò di un sangue che seppe convertirsi, cambiare strada, cambiare valori, creare una sintesi che ancora possiamo ammirare nel romanico, nelle cattedrali, nel gotico. Hanno visto la croce e hanno piegato il ginocchio.

E oggi? A cosa si prostrano i nostri barbari? O siamo noi che abbiamo scordato di additare la croce, di rimanere noi stessi?

Nei monasteri per il futuro, noi cosa portiamo?

Come avevo fatto per i classici per l’infanzia, ho provato a stilare un mio canone personale. Non contiene solo letteratura, ma anche filosofia, saggistica, letteratura religiosa. E soprattutto la Bibbia, il vero testo canonico, senza il quale la nostra civiltà non ha senso, prospettiva e futuro.

Anche in questo caso, mi piacerebbe suscitare correzioni, aggiunte e critiche, insomma una riflessione condivisa sul tema.

 

P.s: le date sono approssimative e si riferiscono per lo più alla data di nascita dell’autore.

P.p.s.: ho volutamente tenuto fuori la letteratura contemporanea, in quanto mi pare che solo un certo lasso di tempo possa permettere a un testo di diventare “canonico”, o comunque possa permettere a noi di coglierne la canonicità.

-750 Omero Iliade
-750 Omero Odissea
-525 Eschilo Orestea (Agamennone, Coefore, ma soprattutto Eumenidi)
-496 Sofocle Edipo re
-496 Sofocle Antigone
-484 Erodoto Storie
-480 Euripide Medea,
-460 Tucidide Storie delle guerre del Peloponneso
-450 Aristofane Tutte le opere
-428 Platone Apologia di Socrate
-384 Aristotele Metafisica
Bibbia
-106 Cicerone Catilinarie e altre orazioni
-101 Cesare La guerra gallica
-98 Lucrezio la natura delle cose
-70 Virgilio Eneide
-65 Orazio Odi
-64 Livio La storia romana
46 Plutarco Vite parallele
55 Tacito Annali
70 Svetonio Vite dei cesari
130 Ireneo di Lione Contro gli eretici
295 Sant’Atanasio Vita di Antonio
347 S. Girolamo Vulgata
347 S. Girolamo Lettere
354 Sant’Agostino Confessioni
354 Sant’Agostino La città di Dio
360 Cassiano Istituzioni cenobitiche
400 Vite e detti dei padri del deserto
475 Boezio Consolazione della filosofia
480 S. Benedetto Sancta Regula
540 S. Gregorio Magno Vita di S. Benedetto (nei Dialoghi)
672 Venerabile Beda Storia ecclesiastica del popolo inglese
720 Paolo Diacono Storia dei longobardi
750 Beowulf
1000 Navigatio sancti Brandani
1050 La chanson de Roland
1135 Chrétien de Troyes Perceval
1140 Cantar del mio Cid
1170 Wolfram von Eschenbach Parzival
1182 San Francesco Cantico delle creature
1225 S. Tommaso Somma teologica
1250 I nibelunghi
1254 Marco Polo Il Milione
1265 Dante Divina Commedia
1265 Dante Vita Nova
1280 De Lorris/De Meung Le roman de la rose
1304 Petrarca Canzoniere
1313 Boccaccio Decamerone
1343 Chaucer I racconti di Canterbury
1347 Santa Caterina da Siena Lettere
1380 Sir Gawain e il cavaliere verde
1380 Tommaso da Kempis Imitazione di Cristo
1405 Malory La morte di Artù
1469 Machiavelli Il principe
1491 S. Ignazio Esercizi spirituali
1511 Vasari Vite degli artisti
1532 Ariosto Orlando Furioso
1533 Montaigne Saggi
1544 Tasso Gerusalemme liberata
1547 Cervantes Don Chisciotte
1564 Shakespeare Tutte le opere (teatro e sonetti)
1572 John Donne Poesie
1596 Cartesio Discorso sul metodo
1608 Milton Paradiso perduto
1622 Moliere Il misantropo
1623 Pascal Pensieri
1639 Racine Fedra
1643 Newton Principia Matematica
1723 Smith La ricchezza delle nazioni
1749 Goethe Faust
1753 De Maistre Considerazioni sulla Francia
1757 William Blake Canti dell’innocenza e dell’esperienza
1770 Holderlin Tutte le liriche
1770 Wordsworth Poesie
1775 Jane Austen Orgoglio e pregiudizio
1775 Jane Austen Mansfield Park
1778 Foscolo Ultime lettere di Jacopo Ortis
1783 Stendhal Il rosso e il nero
1783 Stendhal La certosa di Parma
1785 Manzoni I promessi sposi
1790 Burke Riflessioni sulla rivoluzione in Francia
1792 Shelley Poesie
1795 Keats Odi
1797 Mary Shelley Frankestein
1798 Leopardi Poesie
1801 J. H. Newman Apologia pro vita sua
1805 Tocqueville La democrazia in America
1809 Poe Racconti
1809 Poe I delitti della rue Morgue
1816 Bronte Jane Eyre
1817 Thoreau Walden
1818 Solgenitsijn La casa di Matriona
1819 Melville Moby Dick
1819 Whitman Foglie d’erba
1821 Dostoevskij Delitto e castigo
1821 Dostoevskij I fratelli Karamazov
1821 Dostoevskij L’idiota
1828 Tolstoj Guerra e pace
1828 Tolstoj Anna Karenina
1830 Dickinson Poesie
1831 Nievo Confessioni di un italiano
1838 Brentano Fiabe
1840 Verga I Malavoglia
1854 Rimbaud Una stagione all’inferno
1857 Baudelaire I fiori del male
1857 Conrad Cuore di tenebra
1857 Conrad Vittoria
1861 De Roberto I vicerè
1861 Svevo La coscienza di Zeno
1865 Yeats
1867 Pirandello Il fu Mattia Pascal
1872 Russel Principia Matematica
1873 Peguy Poesie
1875 Mann La montagna incantata
1875 Rilke Elegie Duinesi
1882 Maritain Il contadino della Garonna
1885 Pound I canti
1888 Eliot Terra desolata
1888 Eliot Quattro quartetti
1890 Pasternak Dottor Zivago
1892 Tolkien Il signore degli anelli
1894 Roth Giobbe
1894 Roth La leggenda del santo bevitore
1894 Roth La cripta dei cappuccini
1895 Giono L’ussaro sul tetto
1896 Tomasi di Lampedusa Il gattopardo
1897 Forster Casa Howard
1903 Thibon Ritorno al reale
1908 Correa de Oliveira Rivoluzione e contro-rivoluzione
1908 Pavese La luna e i falò
1908 Vittorini Conversazione in Sicilia
1913 Gomez D’Avila In margine a un testo implicito
1919 Levi Se questo è un uomo
1920 D’Arzo Casa d’Altri
1921 Corti Il cavallo rosso
1929 Potok Danny l’eletto
1906 Buzzati Il deserto dei tartari
1923 Campo Sotto falso nome e La tigre assenza
1923 Calvino Le città invisibili

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