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Benedetto e Totila

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Di tanti gesti, tanti miracoli, tanti insegnamenti contenuti nella Sancta Regula, vorrei oggi ricordare un episodio della vita di san Benedetto, che mi ha sempre commossa profondamente.

San Gregorio Magno, nei Dialoghi, racconta:

«Al tempo dei Goti, il loro re Totila, avendo sentito dire che il santo era dotato di spirito di profezia, si diresse al suo monastero. Si fermò a poca distanza e mandò ad avvisare che sarebbe tra poco arrivato. Gli fu risposto dai monaci che senz’altro poteva venire.

Insincero però com’era, volle far prova se l’uomo del Signore fosse veramente un profeta. Egli aveva con sé come scudiero un certo Riggo: gli fece infilare le sue calzature, lo fece rivestire di indumenti regali e gli comandò di andare dall’uomo di Dio, presentandosi come fosse il re in persona. Come seguito gli assegnò tre conti tra i più fedeli e devoti: Vul, Ruderico e Blidino, i quali, in presenza del servo di Dio, dovevano camminare ai suoi fianchi, simulando di seguire veramente il re Totila. A questi aggiunse anche altri segni onorifici ed altri scudieri, in modo che, sia per gli ossequi di costoro, sia per i vestiti di porpora, fosse giudicato veramente il re.

Appena Riggo entrò nel monastero, ornato di quei magnifici indumenti, e circondato dagli onori del seguito, l’uomo di Dio era seduto in un piano superiore. Vedendolo venire avanti, appena fu giunto a portata di voce, gridò forte verso di lui: “Deponi, figliolo, deponi quel che porti addosso: non è roba tua!”. Impaurito per aver presunto di ingannare un tal uomo, Riggo si precipitò immediatamente per terra e, come lui, tutti quelli che l’avevan seguito in questa gloriosa impresa.

Poco dopo si rialzarono in piedi, ma di avvicinarsi al santo nessuno più ebbe il coraggio. Ritornarono al loro re e ancora sbigottiti gli raccontarono come a prima vista, con impressionante rapidità, erano stati immediatamente scoperti.

Totila allora si avviò in persona verso l’uomo di Dio. Quando da lontano lo vide seduto, non ebbe l’ardire di avvicinarsi: si prosternò a terra. Il servo di Dio per due volte gli gridò: “Alzati!”, ma quello non osava rialzarsi davanti a lui. Benedetto allora, questo servo del Signore Gesù Cristo, spontaneamente si degnò avvicinarsi al re e lui stesso lo sollevò da terra. Dopo però lo rimproverò della sua cattiva condotta e in poche parole gli predisse quanto gli sarebbe accaduto. “Tu hai fatto molto male – gli disse – e molto- ne vai facendo ancora; sarebbe ora che una buona volta mettessi fine alle tue malvagità. Tu adesso entrerai in Roma, passerai il mare, regnerai nove anni, al decimo morirai”. Lo atterrirono profondamente queste parole, chiese al santo che pregasse per lui, poi partì. Da quel giorno diminuì di molto la sua crudeltà.

Non molto tempo dopo andò a Roma, poi ritornò verso la Sicilia; nel decimo anno del suo regno, per volontà del Dio onnipotente, perdette il regno e la vita».

La superbia del re goto non sottomessa dalla spada, ma dall’autorità morale di un monaco, il ginocchio delle popolazioni barbariche che si piega davanti alla regalità di Cristo, la mitezza che conquista la forza. Ecco un frammento di ciò che rappresenta san Benedetto, nel passato, presente e – spero – soprattutto nel futuro d’Europa.

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Deserto

Oscillo tra due estremi, tra due desideri assoluti: la ricerca del deserto, luogo spirituale dell’incontro con sé stessi e con Dio, luogo della solitudine, del silenzio, della contrazione dell’uomo al suo nucleo centrale, senza orpelli, senza parole, nessun gesto, nessun oggetto superfluo. Può presentarsi come bosco, come monastero, come cella solitaria… il deserto ha molte forme. Nel deserto l’uomo è infinitesimale, un granello di sabbia tra milioni di granelli di sabbia, la natura e Dio sono tutto.
All’opposto a volte sono gli uomini ad affascinarmi, i loro rapporti, i loro dolori. Guardare crescere i miei figli, incontrare altre persone, altre famiglie, soprattutto stabilire relazioni emotive con gli altri. Confrontarsi, confortarsi a vicenda.
Non è il mio forte, ma è quel che sono chiamata a fare. Che vorrei fare con il silenzio del deserto nelle orecchie, con il calore della vicinanza nel cuore. In tante piccolezze che mi irritano negli esseri umani, saper guardare le anime, che sono di Dio.

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Mercoledì delle Ceneri

da L’anno liturgico, di dom Prosper Guéranger

 

L’appello del profeta

Ieri il mondo s’agitava nei piaceri, e gli stessi cristiani si abbandonavano ai leciti divertimenti; ma questa mattina ha squillato la sacra tromba di cui parla il profeta Gioele (v. Epistola della Messa) per annunciare l’apertura solenne del digiuno quaresimale, il tempo dell’espiazione, l’imminente avvicinarsi dei grandi anniversari della nostra salvezza. Destiamoci, cristiani, e prepariamoci a combattere le battaglie del Signore.

L’armatura spirituale.

Ricordiamoci, però, che nella lotta dello spirito contro la carne, dobbiamo essere armati: ecco perché la santa Chiesa ci raccoglie nei suoi templi per iniziarci alla milizia spirituale. San Paolo ce ne ha già fatto conoscere i dettagli della difesa con queste parole: “Siate dunque saldi, cingendo il vostro fianco con la verità, vestiti della corazza della giustizia, avendo i piedi calzati in preparazione al Vangelo di pace. Prendete soprattutto lo scudo della fede, l’elmo della saldezza e la spada dello spirito, cioè la Parola di Dio” (Ef 6,14-17). Il principe degli Apostoli aggiunge: “Avendo Cristo patito nella carne, armatevi anche voi dello stesso pensiero” (1Pt. 4,1).

Ricordandoci oggi la Chiesa questi apostolici insegnamenti, ne aggiunge un altro non meno eloquente, obbligandoci a risalire al giorno della prevaricazione, che rese necessario quelle lotte che stiamo per intraprendere e le espiazioni attraverso le quali dobbiamo passare.

I nemici da combattere.

Noi siamo assaliti da due sorta di nemici: le passioni dentro il nostro cuore, il demonio fuori; entrambi disordini che derivano dalla superbia. L’uomo si rifiutò d’obbedire a Dio; ciò nonostante egli lo risparmiò, ma alla dura condizione di subire la morte: “Uomo, disse, tu sei polvere, ed in polvere ritornerai” (Gen 3,19). Ah! perché dimenticammo quell’avvertimento? A Dio bastò solo premunirci contro noi stessi; compresi del nostro niente, non avremmo mai dovuto infrangere la sua legge. Se ora vogliamo perseverare nel bene, al quale ci ha ricondotti la sua grazia, dobbiamo umiliarci, accettare la sentenza e considerare la vita come un viaggio più o meno breve che termina alla tomba. Sotto questa luce tutto diventa nuovo, ogni cosa si schiarisce. Nell’immensa sua bontà, Dio, che si compiacque riversare tutto il suo amore su di noi, esseri condannati alla morte, ci appare ancor più ammirabile. Nelle brevissime ore della nostra esistenza, l’ingratitudine e l’insolenza con cui ci scagliammo contro di lui ci sembrano sempre più degne del nostro disprezzo, e più legittima e salutare la riparazione che ora ci è possibile e che egli si degna d’accettare.

L’imposizione delle ceneri.

A questo pensava la santa Chiesa, quando fu indotta ad anticipare di quattro giorni il digiuno quaresimale e ad aprire questo sacro tempo cospargendo di cenere la fronte colpevole dei suoi figli, e ripetendo a ciascuno di loro le parole con cui il Signore li condannava alla morte.

Come segno d’umiliazione e penitenza, però, l’uso delle ceneri è molto anteriore a quella istituzione. Infatti lo troviamo praticato fin nell’Antico Testamento. Perfino Giobbe, che apparteneva alla gentilità, copriva di cenere la sua carne dilaniata dalla mano di Dio, per implorare così la sua misericordia (Gb 16,16). Più tardi il Salmista, nell’ardente contrizione del suo cuore, mescolava cenere nel pane che mangiava (Sal 101,10). Analoghi esempi abbondano nei Libri storici e nei Profeti dell’Antico Testamento. Si avvertiva anche allora il rapporto esistente fra la polvere d’una materia bruciata e l’uomo peccatore, il corpo del quale sarà disfatto in polvere sotto il fuoco della giustizia divina. Per salvare almeno l’anima, il peccatore ricorreva alla cenere, e nel riconoscere quella triste fraternità con essa si sentiva più al riparo dalla collera di colui che resiste ai superbi e perdona agli umili.

I pubblici penitenti.

L’uso liturgico delle Ceneri al Mercoledì di Quinquagesima non sembra che in origine sia stato imposto a tutti i fedeli, ma solo ai colpevoli di certi peccati soggetti alla pubblica penitenza della Chiesa. In questo giorno, prima della Messa, essi si presentavano in Chiesa dove stava raccolto tutto il popolo, i sacerdoti ricevevano la confessione dei loro peccati, quindi li vestivano di cilizi e spargevano sulle loro teste la cenere. Dopo questa cerimonia, il clero ed il popolo si prostravano a terra, mentre ad alta voce venivano recitati i sette salmi penitenziali. Successivamente aveva luogo la processione, durante la quale i penitenti camminavano a piedi scalzi. Di ritorno, erano solennemente cacciati fuori dalla Chiesa dal Vescovo, che diceva loro: “Vi scacciamo fuori dal recinto della Chiesa a causa dei vostri peccati e delitti, come fu scacciato fuori dal Paradiso il primo uomo Adamo a causa della sua trasgressione”. Poi il clero cantava diversi Responsori tratti dal Genesi, dov’erano ricordate le parole del Signore che condannava l’uomo ai sudori ed al lavoro sulla terra, ormai maledetta a causa sua. Quindi venivano chiuse le porte della Chiesa, affinché i penitenti non ne passassero più le soglie fino al Giovedì Santo, giorno nel quale ricevevano solennemente l’assoluzione.

Estensione del rito liturgico.

Dopo il XII secolo, la penitenza pubblica cominciò a cadere in disuso; ma l’uso d’imporre in questo giorno le ceneri a tutti i fedeli divenne sempre più generale e prese posto fra le cerimonie essenziali della Liturgia Romana. È difficile dire esattamente in quale epoca si produsse tale evoluzione. Sappiamo solo che nel Concilio di Benevento (1091) Urbano II ne fece un obbligo a tutti i fedeli. L’attuale cerimonia è descritta negli Ordines del XII secolo; le antifone, i responsori e le preghiere della benedizione delle Ceneri erano già in uso fra l’VIII e il X secolo.

Una volta i cristiani si avvicinavano a piedi nudi a ricevere l’ammonimento sul niente dell’uomo, e, ancora nel XII secolo, lo stesso Papa, per recarsi da S. Anastasia a S. Sabina, dov’è la Stazione, faceva tutto il percorso senza calzatura, come pure i Cardinali che l’accompagnavano. Poi la Chiesa mitigò questo rigore esteriore; ma continuò a dare valore ai sentimenti interni che deve produrre in noi un rito così espressivo.

Come abbiamo or ora detto, la Stazione odierna è a Roma, in S. Sabina, sul colle Aventino, aprendosi così sotto gli auspici di questa santa Martire la penitenza quaresimale.

La sacra funzione incomincia con la benedizione delle ceneri, ottenute dalle Palme benedette l’anno prima nella Domenica che precede la Pasqua. La nuova benedizione ch’esse ricevono in questa circostanza ha lo scopo di renderle più degne del mistero di contrizione e di umiltà che stanno a significare.

Per avere ulteriori dettagli sulle norme che regolano digiuno e penitenza, si veda qui.


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Il monastero del mondo

Sono mesi d’angoscia. Certamente non solo per me: la crisi economica, una mancanza di prospettive, persone che perdono il lavoro, imprese che chiudono, altre che avrebbero di che lavorare, se banche e creditori non le soffocassero. I genitori davanti alla scuola, gli amici, le persone incontrate per caso: vedo tutti spaesati. E ora?

Un governo non eletto. Non ho mai scritto una sola parola sul blog pro o contro Berlusconi, quando questo sembrava l’argomento obbligato. Ma ora devo dire semplicemente questo: un governo non eletto, guidato da un uomo non eletto. Ora, ognuno può farsi le sue idee sulla situazione politica italiana ed europea, ma che ogni mossa negli ultimi mesi sia stata fatta con la pistola puntata alle tempie, mi sembra fuor di dubbio.

Le famiglie sono allo sfascio, si rompono al primo urto, la scuola è allo sfascio, cade a pezzi non solo metaforicamente, molto spesso anche fisicamente. La popolazione invecchia senza ricambio, i figli sono un impegno (fisico, mentale, economico) che le famiglie si trovano a centellinare. La parola che viene in mente è: entropia. Tutto rallenta, si esaurisce, si raffredda e infine muore.

La cultura, la civiltà di cui facevamo parte, ha interrotto la sua catena di trasmissione: rimangono ancora tracce qua e là, ma sempre più sotto assedio, sempre più insignificanti e ignorate. Avevamo il pensiero razionale di origine greca, ma l’uso della ragione  per comprendere il mondo è sospeso: basta l’istinto, l’opinione, ognuno la vede come vuole, ognuno per sé, mondi impermeabili e indifferenti, per i quali non vale più nemmeno il vecchio adagio relativista “la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri”. Macché, ogni libertà finisce dove si esaurisce la forza di imporla.

Avevamo il diritto romano, ma abbiamo alienato le facoltà decisionali dai popoli ai burocrati, dalla legislazione che difende i valori condivisi e il bene comune siamo passati alla legislazione dei desideri individuali e dell’irrilevanza collettiva. Ogni desiderio è legge, e se non lo è ancora oggi, lo diventerà. Mentre noi coltiviamo quest’ultima crapula da fine impero (contraccezione, aborto, droga, omosessualità, eutanasia: guardateli bene in fila i nomi delle nostre nuove libertà) non ci accorgiamo che queste stesse “libertà” sono un veleno che ci sta uccidendo. La libertà virile del cittadino romano, di fare il proprio dovere, servire lo stato e la famiglia, la libertà di chi vive per cose grandi, invece, è sempre più ostacolata. Non impossibile, ci rimane sempre la via del martirio, ma certo non facilitata.

Avevamo la tradizione giudaico-cristiana: un uomo non è un atomo di materia governato dal caso, ma una persona, un’entità materiale/spirituale, dotata per sua natura di strutture e regole interne. Avevamo il diritto naturale, chessò, almeno il rispetto per la vita, la proprietà, la famiglia. Per chi ci credeva, gli obblighi verso Dio. Ora siamo grumi di materia aggregati dal caso e riaggregabili a piacimento (voglio essere uomo, voglio essere donna, non voglio essere madre, voglio essere padre senza che ci sia una madre, voglio…).

Avevamo infine alcuni secoli di cultura, una tradizione letteraria, artistica, scientifica… il meglio che si poteva produrre. A un certo punto questa tradizione non ci è sembrata più un tesoro prezioso da trasmettere prima di tutto alle generazioni future, poi a chiunque volesse avvicinarla, ci è sembrata ingombrante, un gesto di presunzione, una situazione di vantaggio che andava annullata: in pochi decenni abbiamo fatto tabula rasa. Ora, che non rimane quasi più nulla, siamo diventati i paladini del multiculturalismo: difendiamo tutte le culture che troviamo, basta che non sia la nostra. Vegliamo sui diritti di tutti: musulmani, animisti, indù, buddhisti… Basta cancellare ancora un presepe, togliere ancora un crocifisso, ci stiamo facendo più in là, pazienza!, ancora un pochino e non ci saremo più. Stiamo lavorando perché le prossime generazioni non sappiano leggere le nostre opere letterarie e filosofiche, perché non conoscano nulla della nostra religione, perché scambino il pensiero tecnico, di cui sono stati sempre capaci  -chi più e chi meno – tutti i popoli della terra, con quello scientifico il quale, se permettete, era possibile solo in un certo humus culturale. Ancora un attimo, e non ci saremo più.

In questa angoscia, sempre più tangibile, rimane una speranza, però: ripensare alle origini della civiltà che vediamo languire, ricordarne gli inizi, le persecuzioni, i martiri, i monaci.

Dom Gérard Calvet scriveva: “I monaci hanno fatto l’Europa, ma non l’hanno fatta di proposito…”.

“Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa”. (Benedetto XVI, Discorso pronunciato all’incontro con il mondo della cultura al Collège des Bernardins, tenutosi a Parigi venerdì 12 settembre 2008).

Ecco, ogni volta che mi sporgo di più verso il mondo, ogni istante in cui mi lascio trascinare dalle mille cose da fare, persone da contattare, messaggi da mandare, ora anche tramite le nuove tecnologie, i social network, ecc… mi viene in mente questo quaerere Deum. E torna la voglia di ritirarmi nel mio monastero privato, fatto di cose da fare, preghiere da dire, parole importanti da leggere e meditare, persone a cui parlare con calma. In questo momento, in cui faccio così fatica a credere negli uomini, so che posso fidarmi di Dio. Dal monastero del mondo, voglio curarmi di un’opera sola, giocare tutto su un solo piatto: quaerere Deum. Il resto, si sa, è dato in sovrabbondanza.

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S. Pasqua a Pra’ D’Mill

Christus surrexit! Vere surrexit!

Torno al blog con i miei tempi dilatati (ma siamo ancora nell’ottava di Pasqua, quindi possiamo fingere che il tempismo sia perfetto), per pubblicare un paio di foto scattate al monastero Dominus Tecum di Pra’ d’Mill, in provincia di Cuneo.

Si tratta di un monastero cistercense, fondazione di uno dei più antichi monasteri occidentali, quello di Lérins, in Francia.

E’ qui che abbiamo passato la giornata di Pasqua quest’anno, partecipando alla Messa comunitaria dei monaci, facendo un pic-nic nei prati adiacenti, nascondendo uova dipinte per la caccia al tesoro, giocando alla lippa con il nonno, trovando rami da lavorare per trasformarli in bastoni da montagna, mangiando uova di cioccolato e montando improbabili sorprese. Non c’era quasi nessuno, immagino che il luogo sia stato preso di mira il giorno seguente per il pic-nic di Pasquetta… noi abbiamo battuto tutti sul tempo e siamo stati benissimo.

In questi giorni Benedetta ha imparato ad andare bene in bici, tanto che stiamo meditando di toglierle le rotelle a breve.

Un paio di settimane fa siamo stati a palazzo Madama, qui a Torino, dove io ho apprezzato in particolare la collezione d’arte antica e medievale, mentre i bambini si sono esaltati nella ricostruzione dei primo Senato d’Italia.

Queste le principali novità, tranne una: Marco sa leggere. Ha piccoli problemi di disgrafia, certamente scrittura e lettura gli richiedono ancora un grande sforzo di concentrazione, certamente deve ancora imparare ad avere fiducia in sé stesso, a rimanere calmo, a non urlare… ma sa leggere! Questa mattina ha letto tre pagine di Cara Susi, caro Paul, una lettura lunghissima per lui, ma se l’è cavata bene e, cosa ancora più importante, ha capito quel che leggeva!

Forse chi ricorda le nostre preoccupazioni circa il fatto che potesse essere dislessico può capire cosa significa questa novità.

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Regali di Natale

Una delle cose che non sopporto del mese abbondante che precede il Natale è il costante martellamento a spendere, comprare, apparire. Niente di più stridente per la festa di un bambino povero, nato in una capanna, adagiato in una mangiatoia.

Un primo passo potrebbe essere di spegnere la televisione, la radio, evitare persino i giornali (almeno quelli patinati): una macchina da guerra per inghiottire il mondo nella banalità (e svuotarne il portafogli).

Come sempre, però, ognuno può fare le proprie scelte, dare valori diversi alle cose, riflettere più a fondo.

Una cosa che apprezzo moltissimo sono i regali fatti a mano, con dedizione, pensando al destinatario. Un’altra buona abitudine sarebbe quella di ridimensionare la dimensione dei regali, in valore economico e numero globale.

Ci sono persone che avrebbero tanto bisogno di un po’ di tempo: anziani soli, che non se ne fanno nulla dell’ennesimo frullatore, ma sono assetati di qualche ora spensierata, mamme super-indaffarate, che avrebbero più bisogno di un massaggio rilassante o di un pomeriggio diverso che di una nuova borsetta…

Un altro modo significativo di intendere il dono è quello di pensare ad associazioni che si occupano di malati, poveri, bambini… Quanti soldi vengono inutilmente spesi ogni anno in orribili gadget aziendali, mentre sarebbe incredibilmente più utile e generoso devolvere le stesse somme ad associazioni di beneficenza e solidarietà?

Per quel che riguarda la nostra famiglia, da un po’ di anni scegliamo i regali sul sito del nostro monastero del cuore www.barroux.org (tra l’altro completamente rinnovato da poche settimane).

Si possono trovare vari libri di spiritualità (in francese), libri per bambini e ragazzi, il buonissimo olio fatto dai monaci (anche in confezione regalo), pacchi dono con prodotti dolciari e alimentari (biscotti, marmellate, vino, olio…). Si può, da pochi giorni, trovare il secondo volume della raccolta di scritti spirituali di dom Gérard Calvet O.S.B., Benedictus. Un libro profondamente radicato nella spiritualità benedettina.

Oppure, un’altra novità importante, è il CD di canto gregoriano edito dalla Decca, inciso dalle monache di Notre-Dame dell’Annonciation, il titolo è In Paradisum (l’edizione inglese si intitola Voices: Chant from Avignon).

Anche in Italia, ovviamente, ci sono monasteri che hanno siti di vendita on line o negozi di vendita diretta al pubblico: se ci state ancora pensando, non posso che incoraggiarvi a fare un gesto che aiuta i monaci a vivere del proprio lavoro.

Spero che sia evidente che questo non è un post sponsorizzato, ma un gesto di amore per il monastero a cui sono legata.

 

 

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Uomini di Dio

Algeria, 1996. Sul monte Atlante c’è da decenni una comunità di monaci trappisti di origine francese, il priorato di Notre-Dame de l’Atlas, a Thiberine. Il paese è povero e gli abitanti, di religione islamica, hanno buoni rapporti con i monaci.

Nel monastero c’è l’unico ambulatorio medico della zona, sempre aperto, i monaci aiutano i locali che devono fare delle burocrazie, scrivere una lettera, partecipano alle semplici feste dei locali.

I monaci pregano secondo la propria religione, ma sentono i musulmani che li frequentano come fratelli, un sentimento ricambiato.

Ma in Algeria sta montando una marea fondamentalista, altri occidentali sono stati uccisi barbaramente, ogni giorno cresce il numero dei morti sgozzati, il governo è ambiguo. I monaci rifiutano ogni protezione e devono decidere se restare o partire. La comunità dapprima è divisa (alcuni vorrebbero salvarsi tornando in patria), dilaniata dal dubbio e dal timore, ma tutti sono d’accordo che il martirio non vada cercato.

Si viene a una drammatica votazione, in cui ciascun monaco sceglie di rimanere, per condividere la sorte della popolazione in balia dei fanatici – questa infatti non può fuggire -, per non sottrarsi alla propria vocazione, per non lasciare il villaggio senza aiuto e protezione, per continuare, se possibile senza clamore, la propria testimonianza.

La comunità è composta da nove persone. Sette di loro saranno prelevate di notte, tenute a lungo prigioniere e poi uccise per decapitazione. Si ritrovarono solo le teste, i corpi ancora oggi nessuno sa dove siano.

I loro nomi erano Christian de Chergé, Luc Dochier, Christophe Lebreton, Michel Fleury, Bruno Lemarchand, Célestin Ringeard, Paul Favre-Miville.

Questa, che è storia vera, è diventata un film davvero toccante, semplice e intenso, pieno di un senso religioso non banale: consiglio a chiunque abbia l’opportunità di vederlo.
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