La scuola italiana

Questo post aderisce alla Giornata di blogging sulla scuola italiana.

Mi piacerebbe, davvero, non sentirmi sempre controcorrente. E’ il primo pensiero che mi viene in mente leggendo gli altri post che aderiscono a questa iniziativa. Molti dicono cose belle e condivisibili, ma io sento un’estraneità di fondo e non me ne compiaccio, anzi, mi piacerebbe – come a chiunque – che le mie idee fossero popolari e condivise. Invece mi trovo ancora una volta in posizione minoritaria.

La scuola è una di quelle istituzioni destinate a cambiare nel corso del tempo, non solo e non tanto perché cambiano alcuni strumenti tecnici (dalla tavoletta di cera e lo stilo fino all’uso del computer in classe), ma soprattutto – e più in profondità – perché cambia il modo di intendere l’educazione, la trasmissione del sapere di generazione in generazione, il modo stesso di concepire il ruolo dell’individuo all’interno del meccanismo sociale.

Sono temi, questi, a cui ogni generazione deve pensare nuovamente senza dare nulla per scontato, pena il fallire in tutto o in parte il compito di trasmissione della conoscenza e – ancora più importante – della propria civiltà alle generazioni che seguono.

E’ importante inoltre prendere atto che ogni forma di educazione ha vari livelli di esplicitazione del proprio curriculum e che una hidden agenda è inevitabile. Con hidden agenda intendo quel complesso di procedure, di valori, di messaggi – soprattutto non verbali – che dicono allo studente cosa ci si aspetta da lui, come si deve comportare, come ci si aspetta che si relazioni agli adulti, ai compagni, alle materie di studio e alla scuola stessa.

Viviamo in un’epoca in cui l’educazione e la scuola sono messe al centro di un dibattito (talora furibondo e ideologico) che dura ormai da tempo e che, pare, per ora non ha fatto altro che diffondere allarmi. Espressioni come “emergenza educativa” o “riforma della scuola” sono diventate ormai di dominio pubblico, anche se dall’emergenza non si trova il modo di uscire e a una riforma segue inevitabilmente una nuova riforma. Un pensatore americano, John Taylor Gatto[1], ha persino ipotizzato che questi temi e i relativi allarmismi altro non siano che uno strumento della scuola stessa per prendere sempre più spazio alla società, per reclamare sempre nuovi fondi, sempre nuove riforme, sempre nuovi esperti e – in definitiva – perpetuare sé stessa e le proprie esigenze prima e contro le esigenze dell’infanzia e dell’accesso reale alla conoscenza. Se davvero così fosse, non credo che ciò sarebbe per caso. Un’istituzione che richiede così tante risorse (economiche, politiche, umane) non adotta per caso un orientamento piuttosto che un altro. La scuola deve essere funzionale a qualcosa e, se si scopre che non è funzionale all’istruzione dei giovani, al loro inserimento lavorativo, al loro riscatto sociale, alla loro promozione umana, ci si dovrebbe chiedere a cosa è funzionale tutto questo dispiegamento di forze. Aumentano gli specialisti, aumentano gli psicologi, i mediatori culturali, le associazioni, le assemblee e le riunioni organizzative, aumentano i test, nazionali e internazionali, aumenta la polemica tra scuola pubblica e scuola privata e, allo stesso tempo, l’occupazione di diplomati e laureati non è mai stata così difficile, l’incidenza del grado di scolarizzazione sulle aspettative di mobilità sociale non è mai stata così bassa, si ha la sensazione generale che l’istruzione di intere generazioni di giovani sia quasi completamente fallita, che le poche eccellenze siano spinte all’estero per mancanza di opportunità in patria e, infine, che un numero troppo grande di ragazzi sia lasciato in disparte.

In Italia la cultura – e la scuola come sua componente cruciale-  nel dopoguerra è stata oggetto di una colonizzazione gramsciana che l’ha resa un satellite della politica del PCI prima e dei suoi epigoni poi. Ma in tutto il mondo occidentale pare che la scuola stia vivendo un lungo periodo di crisi e l’educazione sembra essere diventato un tema centrale del dibattito politico-sociale. La cultura post-sessantottina, poi, ha contribuito ulteriormente alla diffusione di alcuni luoghi comuni (egualitarismo, scuola di massa, compresa l’università di massa, cultura del politicamente corretto, divisione del curriculum scolastico dalla pratica lavorativa, indifferenziazione di genere) che hanno reso la scuola un potente mezzo di trasmissione di una visione frammentaria e disgregata del mondo e della società .

La scuola, oggi, si trova di fronte alla richiesta contradditoria di maggiore selettività (la “meritrocazia” di cui si parla spesso) senza nessuna esclusione (egualitarismo). Quindi fioccano i test, si incoraggia la severità nei voti, si invoca maggior disciplina e si vorrebbe premiare il merito (degli studenti, ma anche degli insegnanti, delle singole scuole…) e allo stesso tempo non si può bocciare nessuno, o quasi, ogni anno i ragazzi delle scuole superiori tra maggio e giugno vedono i loro compagni, che non hanno studiato quasi nulla durante l’anno scolastico, “recuperare” improvvisamente in un buon numero di materie, così da avere un sei che permetterà loro di non essere bocciati (magari soltanto rimandati in qualche materia) per poi ripartire l’anno successivo dalle stesse lacune. Inoltre bocciare o non bocciare è quasi indifferente, se prima di tutto nella scuola non si è tentata una vera istruzione, il coinvolgimento del maggior numero possibile di giovani, la trasmissione dell’entusiasmo per la conoscenza (se non per la Conoscenza in generale, almeno per la conoscenza specifica di alcune materie e di alcune abilità).

Il problema, però, così posto, sembra irrisolvibile. Anzi, il populismo della scuola pubblica vorrebbe alimentare l’illusione che la scuola sia davvero per tutti e che il merito verrà premiato, ma la verità è che  la mancanza di qualità colpisce più gravemente proprio quelle classi sociali che hanno nella scuola e nell’istruzione il loro unico patrimonio e l’unico strumento di promozione sociale. I figli delle classi più privilegiate non solo possono godere, se dotati, delle maggiori opportunità offerte da scuole altamente qualificanti, corsi di lingue, ambiente culturalmente stimolante, ma, qualora non fossero dotati, rimangono comunque protetti dalla rete di rapporti e risorse famigliari, per cui possono limitare i danni di un’istruzione scadente. Sono proprio le classi economicamente e socialmente più deboli che pagano i costi maggiori di una scuola di basso livello.

Da tempo mi affascina la visione di documentari e interviste di repertorio della televisione italiana: negli anni 1960 e 1970 una  parte consistente della popolazione non parla che in dialetto, ma la parte che si esprime in italiano (si tratti di casalinghe, operai, passanti) sembra molto più colta del partecipante medio (e con grado di istruzione medio-alto)  a un talk show televisivo contemporaneo. Il livello dei libri di testo delle elementari di 40/50 anni fa è incredibilmente superiore, in alcuni casi, a quello degli analoghi testi delle scuole superiori attuali.

L’impressione è che ci sia stata una moltiplicazione di preoccupazioni (lezioni di ecologismo, educazione stradale, educazione sessuale, educazione alla cittadinanza, educazione alimentare…) a fronte di un sempre peggior livello di istruzione e di preparazione al mondo del lavoro (oltre all’evidenza che l’inquinamento cresce, i bambini non escono per strada da soli, gli adolescenti fanno sesso in maniera completamente irresponsabile, la fiducia nelle istituzioni è al minimo storico, l’obesità infantile dilaga…).

Non credo che se ne possa uscire semplicemente con una riscrittura di programmi e orari scolastici.

Se ne esce guardando la scuola con occhi completamente nuovi. In primo luogo, prendendo atto che il concetto di scuola per tutti, obbligatoria e gratuita è relativamente recente. Di fatto, un lascito della Rivoluzione francese. E, come tutto ciò che è stato diffuso e introdotto a seguito di tale Rivoluzione,  non nasce certo priva di pre-giudizi e fini politici.

Fa parte di un processo di limitazione della sovranità della famiglia sull’infanzia, a favore di politiche statali che creino uniformità forzata. La famiglia, con tutti i suoi limiti, è il luogo dove il bambino apprende ogni cosa all’interno di un reticolo di senso, di valori, di condizioni (di tempo, di luogo) specifiche. Apprende il linguaggio che ascolta, conosce i mestieri che osserva, conosce la sua strada, il suo campo, il suo vicino, il clima in cui vive, gli uccelli che nidificano nel bosco accanto a casa. La famiglia è il luogo in cui le generazioni si incontrano, in cui si scoprono il senso della vita, della malattia, della fatica, della festa, della morte. La scuola, al contrario, è il luogo della informazioni decontestualizzate, messe una accanto all’altra, senza relazione con la propria vita. Gli studenti sono misurati tramite compiti e test, attraverso un voto di comportamento, raramente in base a doti, particolarità, capacità creative, o umane che non siano standardizzate. Certo, per queste cose ci dovrebbe essere tutto un contesto famigliare e sociale che aggiunge all’educazione dei ragazzi quei tasselli che la scuola inevitabilmente non può dare. Purtroppo invece quel contesto non c’è più. Le famiglie sono letteralmente sbranate, fragili, decomposte, isolate. Nella nostra società sono necessari due stipendi per vivere in una grande città, i genitori sono costretti ad affidare a estranei i propri figli praticamente fin dalla nascita, per molte famiglie superare la soglia dei due figli significa accedere alle statistiche sulla povertà.

Le famiglie si spaccano con sempre maggiore facilità, le madri sono assenti quasi quanto i padri. Potrebbe sembrare una conquista, il lavoro femminile, ma il suo rovescio di medaglia è l’abbandono dell’infanzia nelle mani dei “professionisti”.

Cinquant’anni fa un operaio poteva, con qualche sacrificio, mantenere una famiglia con tre, quattro figli, oggi servono due stipendi per mantenere un solo figlio. In pratica, due lavoratori al prezzo di uno. Per il mondo del lavoro molto meglio due lavoratori senza figli, magari qualificati e a basso costo, senza troppo legami famigliari, senza anziani da accudire. Semplici cellule da comporre e scomporre a piacimento, sradicate da ogni comunità, dal territorio, da legami forti, pronte a consumare e funzionare secondo gli interessi di gruppi di potere troppo forti, troppo anonimi, troppo subdoli, per poter essere contrastati.

Se viste in questa prospettiva, le politiche su aborto, divorzio, contraccezione ed eutanasia, assumono un significato sinistro. Nella stessa direzione va il continuo smantellamento dei programmi scolastici, in modo che nulla di preciso e definito venga davvero insegnato: la sensazione di appartenere a una forte tradizione culturale, di essere radicati, la capacità di comprensione profonda, di studio e pensiero critico, sono cose non troppo funzionali allo spezzatino sociale che siamo diventati.

Ci sono momenti storici in cui non è facile dare un giudizio lucido sull’epoca in cui si vive. Forse non lo è mai.  L’unica similitudine che mi viene in mente è quella con la fine dell’Impero Romano, lo dicevo già qui. Una civiltà è finita, quella che la sostituirà per ora non si distingue (ci sono sicuramente frammenti, dettagli, ma non è facile separare ciò che è significativo da quello che non lo è). Per continuare la similitudine, il compito necessario è quello che fu allora dei monasteri: conservare ciò che ha valore, avere una grande sete di senso, prendere il buono delle novità, preparare il futuro.

Da parte mia vorrei proporre, o ricordare, o appoggiare -fate voi – alcune cose molto semplici:

1 promuovere la famiglia come nucleo fondamentale della società e, per questo, anche principale agente dell’educazione dei giovani (quindi chiedere prima di tutto più famiglia, non più scuola);

2 considerare la scuola come uno degli strumenti a disposizione della famiglia, quindi al servizio del piano educativo di questa, non parte di un programma ministeriale di omologazione sociale;

3 favorire il reincanto dell’infanzia, educando al bello e al bene;

4 ritornare al reale (per dirla con il famoso titolo di Gustave Thibon), anche limitando l’uso della tecnologia come babysitter virtuale.

In questo quadro decade quasi del tutto la polemica scuola pubblica-scuola privata, in quanto si chiede allo Stato di sostenere le scelte educative della famiglia, qualunque esse siano. Difendere la scuola pubblica come “gesto politico” è per me incomprensibile, il vero gesto politico è sostenere le famiglie, non facendo gravare sulle loro tasche la scelta della scuola (quindi rendendo in ultima istanza non elitaria la scelta della scuola privata). In molti paesi del mondo la scuola privata è vista come una risorsa da sostenere, in quanto libera energie (delle famiglie, degli educatori motivati secondo un metodo, o in base a convinzioni religiose…) che altrimenti andrebbero perdute nel grande calderone della scuola pubblica, necessariamente più “neutra” in quanto a fondamenti. In Italia invece è sempre ben radicato il luogo comune secondo il quale il sostegno alla scuola privata sarebbe classista ed elitario. La verità è che la scuola privata costituisce invece per lo stato un risparmio enorme, si basa sulla buona volontà di molti, sull’impegno personale e la dedizione di tante persone che la scelgono e ci lavorano. Ci sono anche i diplomifici, certo, così come ci sono le scuole pubbliche disastrate: si tratta di stabilire degli standard (educativi, strutturali, di servizi) da raggiungere, non di penalizzare alcune scelte educative a favore di altre.

Infine si tratta di scendere a patti con una semplice realtà:  che le necessità dei bambini non sempre si possono accomodare con quelle degli adulti e a volte è necessario fare scelte decisamente pro-infanzia, anche se questo vuol dire ripensare, ad esempio, l’organizzazione del lavoro femminile.

 


[1] John Taylor Gatto, Dumbing Us Down. The Hidden Curriculum of Compulsory Schooling, New Society Publishers, Gabriola Island (Canada) 2005 (edizione originale 1992).

Su questi temi ho già detto alcune cose qui, qui e qui.

10 commenti

Archiviato in scuola

10 risposte a “La scuola italiana

  1. Anche se parto da presupposti diversi dai tuoi e molte cose le vedo in un’ottica differente dalla tua, sono con te negli obiettivi.
    Credo che la scuola pubblica debba la sua attuale crisi anche alla sua doppia funzione culturale e sociali. Ovvero: oltre a fare cultura, deve anche sopperire alle eventuali carenze delle famiglie.
    E quindi, dal momento che in molte famiglie parlare di sesso è tabù, sarà il caso di informare questi giovani scriteriati delle conseguenze dei loro amplessi. Dal momento che alcune famiglie piuttosto che fare la raccolta differenziata vanno a buttare i sacchi di rudo nei campi, sarà il caso di spiegare almeno ai figli qualcosa di ecologia. E così via.
    Il problema è che la funzione sociale della scuola viene assolta se la scuola è autorevole, mentre in Italia si tende sempre di più a sminuire sia la scuola che gli insegnanti. In parte è colpa della politica (così, se si investe poco in una cosa di poco conto come la scuola, nessuno ha niente da dire), in parte anche di chi lavora nella scuola senza capacità e passione.
    Del resto, l’Italia è piena di impiegati statali che dallo sportello maltrattano le persone o le rimbalzano per incompetenza, e non danno certo una buona immagine dell’ente per cui lavorano. Ma nessuno si sogna di tagliare fondi all’anagrafe, per dire. Anzi, capaci di finanziare corsi di comunicazione pubblica e gestione dei conflitti. Nella scuola, le stesse persone vengono usate come pretesto per ridurre i fondi.

    • perfectioconversationis

      Il punto è se davvero lo Stato debba fare anche una parte che non gli compete, se nella scuola si debba insegnare tutto ciò che a tavolino è stato deciso da un ristretto gruppo di “specialisti”. Abbiamo organizzato una società in cui per le famiglie è quasi impossibile prendersi davvero cura dei figli, sono intente a fare altro e, perché possano fare quest’altro, i figli vanno affidati subito e massicciamente ai professionisti dell’educazione, che gli diranno cosa pensare, cosa credere, oltre a insegnare loro (poco e male) a scrivere e a far di conto.
      Dare sostegno alle famiglie, secondo me, significa correre dei rischi, accettare che le famiglie sono diverse e chiederanno cose diverse, ma anche che da loro possano nascere idee ed esperienze positive e utili per tutti: dare sostegno alle famiglie potrebbe significare, ad esempio, dare un buono scuola per ogni bambino, qualcosa che viene versato alla scuola al momento dell’iscrizione (non importa se si tratta di pubblica o privata, il bambino arriva con il suo buono da spendere). Improvvisamente i genitori si troverebbero tra le mani un potente mezzo per riflettere su cosa vogliono, su chi fornisce loro quel che vogliono, su come controllare che venga davvero dato ciò che hanno richiesto. Gli standard richiesti dallo stato dovrebbero essere uniformi e “minimi”, per il resto spazio libero ad ogni esperienza. Io credo che improvvisamente ci sarebbe il fiorire di un dibattito nuovo sulla scuola, basato su metodi, contenuti, valori condivisi, non solo le solite geremiadi sui tagli, sui precari, sulla scuola pubblica vs. privata…

  2. Pingback: La scuola italiana | Perfectio Conversationis

  3. Non entro nella questione dell’insegnamento dell’educazione sessuale, e credo che il buono scuola possa essere uno strumento davvero interessante per terminare l’eterna diatriba su “scuola pubblica e scuola privata” (e d’altronde mi sembra che nella laicissima Francia questo strumento o uno strumento molto simile sia in essere da decenni). Condivido la riflessione sulla scuola di massa: credo che la scuola pubblica sia stato un potente mezzo di costruzione del nostro Paese nel Dopoguerra, oggi la stiamo completamente svuotando di contenuti, così che la scuola di massa non serve più a nessuno, anzi è paradossalmente diventata una scuola che discrimina coloro che hanno famiglie meno abbienti, meno colte, meno vicine.

  4. lavinia

    ciao
    sempre belli i tuoi post.
    mi affascina soprattutto quel concetto di hidden agenda. in realtà il “non esplicitato” , la mancanza di enunciazione ed eventualmente di negoziazione di valori condivisi (ad esempio in un consiglio di classe di scuola pubblica, come quelli in cui mi trovo io), la scarsa consapevolezza e condivisione dei valori che ci animano come insegnanti ed educatori crea a livello educativo delle falle enormi.
    i nostri figli ed alunni non sentono solo ciò che presentiamo impeccabilmente nelle nostre splendide lezioni con lavagna multimediale. apprendono (o rifiutano) un idea di “uomo” che somministriamo in modo latente, con la disposizione dei banchi e degli spazi in aula, con l’orario che ideiamo per venire incontro alle esigenze (anche le più assurde) delle famiglie, con il nostro tono di voce, con il modo in cui ci rivolgiamo al bidello, con il modo in cui gestiamo il tempo, con l’autonomia che lasciamo loro nella gestione delle relazioni tra pari, con il modo in cui possono muovere i loro corpi nell’ambiente scolastico, con le nostre scelte in fatto di “vigilanza” all’intervallo, … e così via .. in una miriade di piccoli gesti “insignificanti” o “scontati” in cui invece passano forti e chiari dei messaggi . cosa si vuole da voi? chi dovete diventare? esecutori puntuali, servi spaventati, soldatini ubbidienti, manager di successo, competitori sfrenati, consumatori avviliti? mi piace l’insegnamento perchè nella cura di ogni piccolo gesto passa il desiderio di far sentire ad ogni alunno il suo valore, la sua dignità , la sua intelligenza, la sua forza.
    mi piace pensare che quando i ragazzi assaporano per una volta “il rumore del proprio cervello che funziona” quella sia una sensazione che non si dimentica e che lascia nostalgia …e se è successo una volta capiterà di nuovo…
    sono un’insegnante precaria. ho un dottorato, una specialità quadriennale alle spalle, molti anni di ricerca in università, due anni di studio per l’abilitazione, sono in attesa della quarta figlia, mi sento di avere molto da dare ai miei alunni…no so se insegnerò di nuovo a settembre. di certo sarà difficile che possa ricapitare nella stessa scuola, con i “miei” alunni. quanto spreco: dopo tanto lavoro, dopo aver costruito faticosamente una relazione ed una fiducia…hai ragione: alla fine si finisce sempre in noiose recriminazioni di precari…ma anche questo è “hidden agenda” : siamo intercambiabili, sostituibili, non indispensabili e pure lazzaroni… lo spezzatino sociale è servito.

  5. Ho letto il post in due riprese. Finalmente un’analisi non di parte. Quando ho iniziato a leggere ho pensato”ecco ci risiamo i soliti post ritrisi e polemici e anche un tantino politici”. Invece è stato un’approfondimento obbiettivo.
    Buona giornata, Mara.

  6. Passo di qui per augurare a te Daniela e la tua preziosa famiglia Buona Pasqua.
    Mara.

  7. chiudilaporta

    Cara D.

    Vediamo se qui riesco a commentare… non riesco a loggarmi su Blogspot, vedo che non hai lo storico dei commenti, peccato perché mi sarebbe piaciuto proseguire il dibattito su un tuo vecchio post di CanoneOccidentale, ma avrai buone ragioni per non farlo.
    Sono CloseTheDoor, ti ho “incrociata” su GenitoriCrescono e mi sono piaciuti molto sia il tuo blog personal-familiare che CanoneOccidentale, che trovo un blog politico in senso lato. Lavoro come ricercatrice all’università e ho una figlia di un anno e mezzo, il mio sogno (proibito?) e di averne altri due. Mi piace molto il tuo modo di affrontare la vita anche nella dimensione spirituale, ti ‘sento’ come una donna molto forte e vorrei confrontarmi con te. Purtroppo per me ho anche un temperamento molto polemico, ho capito che è proprio il mio modo di entrare in relazione, sto cercando di correggermi e spero di non infastidire troppo se torno a trovarti😉
    A presto

    • perfectioconversationis

      Benvenuta, non mi infastidisci affatto, anzi!
      Ho letto anche il tuo commento su Canone Occidentale, mi scuso anzi per non aver risposto, ma sono in vacanza per qualche giorno con la famiglia e cerco di accendere il computer il meno possibile per dedicarmi più che posso a figli e marito.
      Ti ringrazio per l’interesse che dimostri per le mie riflessioni, diciamo che da tempo cerco di affrontare il tema dell’educazione allargando un po’ l’orizzonte rispetto ai temi più quotidiani della maternità.
      Sarà per temperamento, o forse per il fatto che i miei figli non hanno più l’età delle prime pappe, primi passi, prime parole… Sarà per la mia formazione personale, ma il mio tema principale sta diventando sempre di più la trasmissione del sapere, come compito individuale, famigliare e sociale: in questo senso sì, credo che ci sia anche una valenza “politica” in senso ampio.
      Per quanto riguarda l’approccio polemico: non mi spaventa, anzi mi stimola,quando avviene nel rispetto reciproco, ben venga dunque!
      Francamente non ho ancora deciso il destino dei miei due blog (se continuarli entrambi, uno solo o nessuno), ma sono ben felice di portare avanti ogni dialogo che nasca da queste mie attività.

  8. Pingback: Scuola, neo-lingua e trasmissione della civiltà | Canone Occidentale

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