Quel che non va nella scuola – seconda parte

La prima parte è qui.

 

Questa seconda parte di riflessione sulla scuola attuale è molto più difficile e denuncio in apertura di non essere una professionista: sono solo una madre e una cittadina e mi rendo conto che il rischio è di essere saccenti, dire “è colpa di questo o di quello”, lasciare intendere che si è capito tutto, mentre invece bisogna osservare e comprendere.

Ho provato a ricordare l’atmosfera della scuola della mia infanzia (e ho riscontrato con piacere che era anche la scuola che altri ricordano), perché il primo cambiamento che si nota “a pelle”, prima di ogni ragionamento o valutazione, è che ora il clima è molto diverso: più pesante, complesso, faticoso per tutti.

In parte lo anticipava Sybille in risposta al mio post, gli insegnanti si trovano oggi in grande difficoltà, un po’ per le continue riforme, che hanno come effetto collaterale di rendere sempre tutto incerto e precario e di aumentare a dismisura le burocrazie, un po’ per il numero enorme di problemi che vengono fatti gravare sulle loro spalle. Sembra che gli insegnanti debbano intendersi di sicurezza, ecologia, alimentazione, psicologia, handicap, multiculturalità, nuove tecnologie… smarriti in mille obblighi, in mille pastoie burocratiche, in complessi adempimenti e nel terrore di ripercussioni, il rischio è che perdano di vista i bambini.  Sembra che la scuola debba rispondere a tutto: senza mezzi, saper inventare un’integrazione multiculturale che non riesce quasi a nessuno in altri strati della società; a volte senza competenze specifiche, saper far fronte a una generazione di bambini a cui gli adulti dedicano meno tempo, spesso abbandonati davanti alla televisione o alle mille attività extra-curricolari; senza fondi o studi specifici, inventarsi un’integrazione di ogni genere di handicap fisico e mentale.

In un certo senso, il loro lavoro è divenuto eroico: non voglio essere ingiusta, ma ovviamente non si può chiedere a un’intera categoria di essere eroica per contratto, quindi non c’è da stupirsi che i casi di frustrazione, insoddisfazione, disinteresse, persino assenteismo o cattiva fede siano molti più di quelli che vorremmo. Gli insegnanti vengono pagati poco, considerati socialmente poco e questo dà il termometro della considerazione di cui godono. Se potessi dare una ricetta, proverei a pagarli molto bene e a pretendere molto da loro: formazione, dedizione, risultati misurabili (anche in termini di soddisfazione degli studenti e delle famiglie, non solo in termini di buoni risultati ai test dei loro studenti). Non mi farei scrupolo a premiare, né a licenziare, ma queste sembrano parolacce nella scuola di oggi.

Le famiglie, da parte loro, sono diverse, variegate, irriducibili da sempre a un solo modello (lo ricordava m@w, sempre in risposta al post precedente), ma credo che sia sotto gli occhi di tutti che quello attuale sia un momento di particolare sofferenza, soprattutto per i bambini: gli adulti vivono vite sbranate dalla mancanza di tempo, da una sovraesposizione agli stimoli che corrisponde a una ridotta capacità a far fronte a tutto, da aspettative sociali esigenti, ma senza in cambio poter godere (se non in rari e fortunati casi) del vero sostegno di una comunità. Anch’io avevo una mamma lavoratrice, ma ho l’impressione che il tempo nella mia infanzia avesse un corso diverso, più rilassato, che le giornate fossero da bambini: lezione, gioco, amici, noia, famiglia. Oggi sembrano tutti destinati a correre, correre, correre, e nelle grandi città temo più che nei piccoli paesi. Bisogna avere il coraggio di non nascondersi dietro una cortina politicamente corretta: se un singolo bambino può soggettivamente essere sereno anche con una famiglia separata, con molti impegni personali, affidato a nonni e a baby sitter, temo che una società in cui un numero enorme di bambini vive vite simili non possa che essere in affanno. I bambini alle elementari vanno mediamente a letto non prima delle 10,30 (alcuni anche a mezzanotte, visti i programmi che dimostrano di conoscere nel dettaglio) e la sera nelle case impera la televisione. Al mattino si svegliano e accendono il video prima ancora di vestirsi. I videogiochi sono quasi continuamente a portata di mano. I cellulari sono diventati una “tradizione” della Prima Comunione (a nove anni circa) e resistere è spesso visto come segno di asocialità. Non c’è nulla, nelle vite dei bambini come spesso in quelle degli adulti, che abbia il tempo di sedimentare, di essere approfondito tramite le fatica, il tempo dedicato, l’interesse personale. E’ tutto superficiale, veloce, frammentario (nelle vite, come nelle teste delle persone).

In questo contesto già complesso, alla scuola si chiede sempre di più: di istruire, ma anche di educare, di insegnare ad attraversare la strada a bambini che nessuno avrà mail coraggio di fare uscire da soli, di parlare di educazione alimentare a bambini le cui madri hanno giusto il tempo di prendere qualcosa in gastronomia o di scaldare un piatto pronto, di parlare di ambienti naturali a bambini che non hanno mai visto una mucca. Bisogna insegnare l’informatica già da piccolissimi (come se usare una tastiera fosse una cosa tanto complessa), avere scuole materne con ore di attività motorie, ore di laboratorio di lettura, ore di attività logico-matematiche, perché nessuno riesce più ad avere il realismo di dire che ai bambini serve la voce umana che canti e racconti, servono il gioco libero e  gli spazi aperti, serve poter muovere le mani aiutando i grandi, cucinando, riordinando, facendo. Nella scuola materna di mia figlia è stato affrontato tempo fa un lungo discorso sull’educazione alimentare, alcuni genitori (tra cui io) avevano proposto di creare un piccolo orticello perché i bambini potessero (almeno in parte) vedere nascere e prendersi cura degli alimenti che consumano. L’idea è stata accolta con entusiasmo dalla direttrice, che ci ha spiegato però che l’orto dovrebbe essere recintato e i bambini non dovrebbero toccare né le piante né la terra, per questioni di sicurezza (pare che toccare la terra sia pericoloso!). E’ il trionfo del rovello mentale su ogni realismo.

Il quadro si complica ancora (sì, sembra non finire mai di complicarsi) perché a fronte di mille problemi, qualcuno ha lanciato la parola d’ordine di una scuola selettiva e meritocratica (che se fosse vero, non chiederei di meglio): finalmente gli insegnanti possono riscattarsi dall’irrilevanza sociale, dai mille piccoli e grandi ricatti che devono subire da parte delle famiglie, della sensazione che ciò che fanno non importi a nessuno, le istituzioni per prime, e hanno deciso di prendere in ostaggio bambini e famiglie attraverso i compiti. I compiti non sono più lo strumento per verificare di aver capito e di poter fare da soli, per ricordare e fissare i concetti, sono assurti a categoria di piaga biblica, come le cavallette o la moria di bestiame, per cui l’importante è che i bambini non possano alzare la testa, che siano continuamente ossessionati e occupati, che non trovino il tempo di leggere un libro per passione, né di osservare un fenomeno per curiosità. La stessa base di tutto il sapere scientifico occidentale (l’osservazione della realtà) è in pericolo in favore di un surrogato di scientismo fideista (bisogna sapere ciò che si trova sui libri, irrilevante è il comprendere). L’impressione è che nei programmi ci siano sempre più argomenti, sempre più dettagli, da conoscere con superficialità (magari tramite una ricerca su Wikipedia) e si sia tralasciato l’approfondimento, lo studio di testi classici (quella che un tempo era considerata letteratura per l’infanzia ora non può essere proposta in versione integrale prima dell’adolescenza, ad esempio, per mancanza di capacità di comprensione). Leggo spesso nel web l’idea che dopo l’avvento di internet l’istruzione dovrebbe cambiare volto, che ormai ogni informazione è accessibile a tutti, in una sorta di democrazia del sapere che renderebbe superfluo ormai lo studio secondo un curriculum definito. Permettetemi di essere in disaccordo: certamente è importante dare una diversa sottolineatura alla motivazione personale e all’interesse nel conoscere, ma non credo che si possa fare davvero  cultura senza passare dal rigore di riflettere e faticare sui testi, dalla possibilità magari di leggerli in lingua originale, dal saper davvero andare alle fonti (e non intendo Wikipedia). In assenza di questo genere di cultura, che rinunci ad essere tuttologa per poter conoscere a fondo alcune nozioni basilari, siamo tutti condannati a scegliere in base a sentito dire, alla mutevole opinione pubblica, ai manipolatori mediatici: una nuova forma di fideismo, insidiosa tanto più crede di essere aggiornata e informata.

In una cultura che pone tutte le informazioni sullo stesso piano, saper gerarchizzare competenze e fonti è fondamentale.

Vorrei terminare usando un’espressione di un autore a me molto caro, Gustave Thibon, che intitolava la sua opera principale “Ritorno al reale”. Ecco, mi sembra che la scuola (ma anche la famiglia, la società), abbia bisogno di un ritorno al reale: che si debba interrogare su quali sono i fondamenti della nostra cultura che vogliamo trasmettere (e i fondamenti per definizione dovrebbero essere pochi ed essenziali, non di tutto un po’), quali sono i processi di pensiero che si vogliono incoraggiare (osservazione, capacità di fare, approfondimento), quali sono le esigenze dei bambini che vanno tutelate (rispetto dei loro bisogni emotivi, dei loro tempi, dei loro interessi, delle loro modalità di apprendimento).

Infine, vorrei spendere una parola sull’impegno personale (se ne parla anche qui): si possono e devono auspicare l’impegno delle istituzioni e della società, ma non possiamo nasconderci che nei momenti difficili sono le singole persone a fare la differenza. Di più: molto spesso un cambiamento di cultura nelle istituzioni è la presa d’atto di un cambiamento nella società, il termine di un percorso. La partenza sono i singoli gesti personali, le decisioni che si sommano, i gesti gratuiti e generosi che cambiano un piccolo contesto alla volta. Siamo capaci, noi, di fare la differenza nel nostro ambiente?

 

 

12 commenti

Archiviato in educazione, scuola

12 risposte a “Quel che non va nella scuola – seconda parte

  1. Ciao, sono un’insegnante di scuola primaria.
    Ti ringrazio per ciò che hai scritto.
    Mi hai alleviato quelle sensazioni di solitudine che provo come docente e di frustrazione che sperimento di fronte al muro che c’è tra scuola e famiglia.
    Ma anche la scuola diventa famiglia quando si torna a casa! E’ il famoso cane che si morde la coda.
    Continuiamo a parlarne perché il dialogo è fondamentale per aspirare a un futuro migliore.

    • perfectioconversationis

      Ciao,

      scopro oggi il tuo blog. Fa piacere scoprire che la scuola dà segni di vita dall’interno!
      Hai ragione… continuiamo a parlarne.

  2. grazie del tuo post. non saprei dire cosa penso esattamente dell’argomento, né quindi riesco a commentare compiutamente.
    Quello che posso dire è che non mi piace come è la scuola adesso, né elementari né medie, per la mia esperienza. E non mi piace come vivono i nostri bambini, sempre occupati e pieni di impegni. Quel che posso nel mio piccolo cerco di “evitarlo”, no televisione, no giochi elettronici, no computer – msn, facebook – ho resistito fino a che ho potuto con telefonino, ma non mi sento soddisfatta. Non sono riuscita ad evitare la piscina perché devono saper nuotare, il calcio e la ginnastica perché si devono muovere, la musica perché è un peccato non coltivare alcune doti.
    E intanto i bambini crescono e mi sembra che non abbiano avuto una infanzia come dovrebbe essere.
    Ciao, grazie di condividere le tue interessanti riflessioni

    • perfectioconversationis

      Più passa il tempo, più anch’io tendo a ridurre.
      La mia grande (quasi 17 anni) ha il telefonino e usa facebook (limitatamente al dopo-cena e comunque in cucina o in salotto, cioè in luoghi di passaggio dove è impossibile estraniarsi del tutto).
      Per quanto riguarda i più piccoli nessuno ha (o avrà per prossimamente) il cellulare e concedo loro max un’ora di tv (o altri video) al giorno (se non hanno altro da fare, quali compiti, sport, visite di amici), nessuno usa facebook, né msn, né il computer (di tanto in tanto mi chiedono di mettere delle canzoni su youtube), Caterina quest’anno va a correre quando ne ha voglia con il papà e fa un’ora di pianoforte alla settimana. Giorgio è il più occupato, perché oltre il piano ha anche calcio (due allenamenti, più partita settimanale). Marco ha solo un’ora di nuoto.
      Benedetta, nulla. Il catechismo lo facciamo in casa, seguendo i nostri ritmi, come dicevo altrove.
      Il punto è che Caterina è massacrata dai compiti, sta odiando la scuola (e lei l’amava moltissimo); c’è qualcosa di perverso se una bambina di 10 anni non ha tempo di leggere i libri che ama perché la scuola non glielo permette!
      Io poi sono comunque una trottola umana, perché anche pochi impegni, moltiplicati per 5 fanno sempre un gran numero di accompagnamenti, borsoni da fare, ecc…

  3. Catia

    Quanti argomenti hai toccato!
    Ieri da noi c’è stata la prima assemblea di classe.
    L’aria che si respira è sempre quella di una grande voglia di fare polemica (quest’anno i tagli voluti dal Governo hanno colpito proprio noi), di proporre soluzioni più o meno realizzabili e soprattutto la sensazione è quella che le famiglie tendano sempre più a delegare alla scuola anche aspetti che invece sono di competenza della famiglia (un papà ha chiesto: “Ma è proprio necessario dare da studiare durante la settimana? Perchè mia figlia con tre pomeriggi occupati è troppo stanca per mettersi sui libri alle sette di sera dopo che ha sgambettato per due ore in palestra?).
    E la partecipazione dei genitori alla vita della scuola al di là della preoccupazione del rendimento scolastico è praticamente inesistente.
    Io forse sarò come Alice nel paese delle meraviglie, ma nel mio mondo ideale i genitori dovrebbero “gareggiare” per diventare rappresentanti di classe, o impegnarsi in un Comitato Genitori, o in una Commissione mensa.
    C’è il disinteresse più totale.
    Il risultato? Io quest’anno farò la rappresentante di classe, farò parte del Comitato genitori e della Commissione mensa.
    Sarò una mosca bianca ma la scuola secondo me non è solo imparare a leggere, scrivere e far di conto. Nella scuola i bambini vivono molteplici esperienze (anche sapere cosa mangiano, esprimere il loro parere sul cibo o anche sapere che la scuola fa parte di un territorio più ampio, un quartiere, una zona e che è interessante conoscere questo territorio perchè accidenti….. ci vivono!) e non possiamo pretendere che la scuola provveda a tutto questo da sola (visti i bastoni tra le ruote che arrivano dall’alto).
    Lo so continuerò a cantare come Alice che cosa succede… nel mio mondo ideal.
    Un caro saluto

  4. Ieri ho fatto le dieci e mezzo per ripetere due pagine densissime di nozioni sullo stato italiano e suo ordinamento. Non voglio difendere mio figlio più di tanto, ma impossibile da ricordare per un bambino se non imparando a memoria.
    La cosa era da fare per ieri ma ha avuto una nota di “impreparato” per cui la doveva ristudiare per oggi.
    Abbiamo fatto le 22.30 perché prima non me la sono sentita di negargli di andare da un amico per un’oretta, una volta uscito da scuola alle 16.30. Alle 18.30 aveva lezione di solfeggio, poi cena.. che vita! la sua e la mia

  5. che dire? In questi due post hai già detto tutto. Posso aggiungere un’osservazione. Qualche anno fa ho ritrovato in cantina i miei vecchi quaderni di scuola. Ho letto un tema che avevo scritto e mi sono meravigliato. Io non ero una grossa cima però quel tema l’avevo composto in terza elementare e non ho trovato lo stesso linguaggio nei quaderni dei miei figli. Poteva corrispondere ad un tema di oggi della scuola media. Purtroppo, sembra che qualsiasi verifica venga svolta con tabelle e questionari, risposte secche o multiple ma senza mai dare spazio alla libera espressione.

    • perfectioconversationis

      Io noto la stessa cosa nei vecchi documentari degli anni ’60: intervistavano la gente per strada, i bambini a scuola, gli operai all’uscita delle fabbriche e sono sempre affascinata dalla proprietà del linguaggio orale che adesso non avrebbe neppure un laureato (oppure alcuni parlavano in dialetto, che a suo modo è comunque un modo “compiuto” di esprimersi).

  6. Ciao,
    ho due bambini alla scuola materna comunale, e una bambina alla scuola elementare pubblica, l’anno precedente invece le avevamo fatto frequentare una scuola gestita dalle suore Salesiane.
    Noi siamo forse una famiglia che da l’esempio di come abbiamo più a cuore il benessere dei figli , il rispetto per i loro tempi, l’ascolto ai loro piccoli ma anche grandi problemi, e proprio per questo abbiamo fatto un passo indietro e ci siamo decisi per la non perfetta e accogliente scuola pubblica.
    Abbiamo trovato lì il nostro spazio e la nostra bambina è ora felice.
    La scuola privata con le sue pretese di perfezione di studio , ma anche di famiglie molto perbene, non le aveva lasciato spazio, sopratutto l’aveva rifiutata in maniera molto superba, isolandola.
    Non aveva amichette , nè l’aiuto della maestra che l’ultimo giorno di scuola l’ha lasciata da sola sul portone della scuola a piangere senza aspettare il mio arrivo. Le mamme sono quelle che incontro tutte le domeniche alla messa , ma sono anche quelle che mi hanno biasimato perchè iscrivendo mia figlia alla scuola pubblica avrebbe dovuto condividere la sua giornata con gli extracomunitari.
    Non pretendo e non mi aspetto nulla dalla scuola , se non di ritrovare i miei figli sereni all’uscita.

    • perfectioconversationis

      Ciao Chiara,
      quello che scrivi è la dimostrazione di come non ci siano tipologie di scuole che vanno bene a priori, ma solo scuole (e a volte singole sezioni) che funzionano meglio nella pratica. Personalmente ritengo che il fattore umano faccia la differenza e te lo dico perché a me è successo l’esatto contrario di quel che racconti: dopo anni di esperienza nella scuola pubblica per le mie figlie maggiori, mi è capitato che il terzo figlio abbia iniziato la prima elementare in una classe estremamente problematica, soprattutto perché mal gestita delle insegnanti che erano in conflitto tra loro, i problemi erano talmente tanti che quando ho fatto presente che mio figlio dava segni di sofferenza non è importato a nessuno. In fondo era un bambino senza problemi disciplinari né didattici… il fatto che semplicemente avesse mal di pancia tutti i giorni e odiasse la scuola evidentemente non era abbastanza rilevante. Ora è in una scuola privata, dove ha ritrovato la serenità e l’amore per lo studio.
      Non solo, nella stessa scuola privata di mio figlio, ho sentito una vera accoglienza (la direttrice il primo giorno che dice a tutti i genitori e i compagni di classe: accogliete il bambino nuovo e i suoi genitori come membri della nostra famiglia… e i genitori e i bambini che davvero lo fanno!), mentre alla pubblica (sempre in quella sezione terribile) alla prima riunione di prima elementare eravamo in 6 genitori… non ti dico quelle seguenti!
      Anch’io mi aspetto di ritrovare i miei figli sereni all’uscita… e magari che venga trasmesso l’amore per lo studio (o eventualmente non distrutto quello che dovessero già avere in sé).

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