Ipotesi sociologiche

Vi segnalo un interessante sondaggio online sulla pratica religiosa. Chi fosse interessato lo trova qui.

Io l’ho fatto!

2 commenti

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2 risposte a “Ipotesi sociologiche

  1. Catia

    L’ho fatto anche io, però c’è qualcosa che mi sfugge.
    A parte il fatto che nella Diocesi di Milano vige il rito ambrosiano per cui già il rito romano di per sè per noi è un’eccezione (conosciamo le differenze perchè quando andiamo in vacanza in provicnia di Piacenza celebriamo la Messa inrito romano).
    Per rito romano straordinario si intende la S. Messa celebrata in latino?
    L’omelia del celebrante sarebbe anch’essa in latino?
    Se fosse così penso che non cercherei di assistere ad una S. Messa con questo rito.
    Al di là delle varie preghiere e antifone, mi piacerebbe capirla un’omelia e il latino non è decisamente il mio forte.
    Cosa mi dici, Daniela?
    Sicuramente tu ne sai più di me.

    • perfectioconversationis

      Che domandona!
      Provo a sintetizzare al massimo: nella Chiesa cattolica convivono sin dai primi secoli alcuni riti (mozarabico, siro-malabarese, maronita, ambrosiano…): ciò è dovuto per lo più all’inculturazione della predicazione dei primi apostoli, i quali raggiunsero varie aree geografiche.
      Vengono usate varie lingue liturgiche e ci sono tradizioni specifiche, anche se il canone (la consacrazione) e alcune altre parti sono per lo più simili.
      Il rito romano, che è quello considerato comunque di riferimento per la Chiesa universale, fino alla riforma liturgica portata a compimento nel 1970, era in latino e il celebrante era rivolto verso oriente (si dice malamente che dava le spalle all’assemblea, in realtà sacerdote ed assemblea erano entrambi rivolti al Signore).
      La riforma del 1970 ha portato alla Messa a cui assistiamo oggi nelle nostre parrocchie (sono state cambiate delle preghiere, aggiunte alcune formule di consacrazione, cambiato il ciclo delle letture…). Questa Messa (il cui nome preciso è “Forma ordinaria del rito romano”, detta anche Messa di Paolo VI) ha una sua forma tipica in latino, ed è quella che ad esempio celebra comunemente il Papa. L’uso delle lingue volgari è concesso, ma non obbligatorio (anche se difatti è l’unico praticato).
      La Messa precedente il 1970 (il cui nome esatto è “Forma straordinaria del Rito Romano”, detta anche Messa di San Pio V) non prevede l’uso delle lingue volgari per l’ordinario (le preghiere, la consacrazione…), ma ovviamente l’omelia e le letture (del Vangelo, dell’Epistola…) sono pronunciate in lingua volgare o in alcuni casi le letture sono fatte in latino e ripetute in volgare. Sarebbe assurdo infatti impedire a chiunque di capire il senso delle letture e dell’omelia. Ha invece un senso mantenere le altri parti della Messa in latino, anche perché – come capitava ai nostri nonni – frequentandola si imparano a memoria e basta un po’ di catechismo (più che un corso di latino) per capirne il significato.
      Personalmente sono particolarmente legata alla Forma straordinaria del Rito Romano perché ha una ricchezza teologica che un po’ è stata appannata nelle pratiche più recenti. Inoltre è una Messa molto meno “creativa”, in cui il sacerdote non può neppure volendo improvvisare uno show diverso ogni volta, è una Messa che si sposa preferibilmente con il canto gregoriano (che amo particolarmente) e, infine, è la liturgia usata nel monastero francese di cui sono oblata.

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