Ciò che permane

“Non credete ai sovvertitori di regole che parlano in nome dell’amore. Là dove la regola è infranta, l’amore abortisce.”
Gustave Thibon (1903-2001)
Un mio post di qualche tempo fa ha suscitato dei commenti che mi paiono interessanti.
Io guardo alla storia della Chiesa e vedo dei tesori inestimabili: la razionalità di san Tommaso, l’ardore di san Bernardo, la gioia di san Francesco, lo slancio di sant’Ignazio… secoli in cui gli uomini erano un po’ buoni e un po’ malvagi, proprio come oggi, in cui la generosità e l’interesse egoistico si incrociavano, proprio come oggi, ma secoli in cui gli uomini sapevano chiamare “bene” il bene e “male” il male. Secoli in cui sapevano gioire di piccole cose e avere grandi slanci, forse un po’ più di noi. Vedo una storia che ha forgiato popoli, creato culture, fatto scaturire grande arte, grande musica, grande pensiero e anche grande scienza. Un’epoca in cui le istituzioni avevano almeno come ideale il promuovere buoni costumi e proteggere i semplici. Altri guardano le stesse epoche e ci vedono cose radicalmente opposte, lo so.
Dico questo, ma non sono una nostalgica, ciò che è andato è andato, non propongo nostalgie o revivals.
So solo per certo che la verità non cambia ad ogni stagione, che il bene non muta, ciò che conta permane.
E sempre più trovo un senso nella ricerca del permanente: l’uomo, la natura, la Grazia.
Vivo in un’epoca che odia ciò che non muta, vuole reinventare da capo l’uomo stesso, la sua biologia, si riveste da paladina della natura, ma lo fa maliziosamente contro Dio e l’uomo suo custode, che rifiuta di pronunciare frasi con valore di verità, o le lascia a qualche oracolo della scienza, nuova Pizia incontrollabile dai più, contro le mille evidenze che potrebbero esserle d’aiuto nella navigazione a vista.
Vivo in un’epoca che cerca con spirito falso, amando troppo questa ricerca raminga, senza voler riconoscere la meta del cammino. Non disdegno le anime che cercano duramente, anche con dolore e su false strade, pronte a trovare, ma quelle che fingono di non aver visto, per non cambiare un’abitudine, per non rinunciare a una comodità, per non piegare le ginocchia.

5 commenti

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5 risposte a “Ciò che permane

  1. Lucia

    Da qualche tempo ti leggo silenziosamente: spesso concordo con quello che dici, altre volte mi dai altri punti di vista da considerare.
    Penso talvolta che questa nostra epoca sia smarrita per l’abbondanza dei doni che ha ricevuto: sono troppi e non siamo capaci di discernere quali sono davvero importanti, e quali sono secondari. Allora ci illudiamo che tutto sia ugualmente importante (o che tutto sia relativo, che è l’altra faccia dello stesso pensiero) e così facendo di fatto ci comportiamo come se nulla fosse davvero importante.
    Nel mio cammino personale sto cercando di riscoprire la bellezza del vivere semplice, ma è molto più difficile di quanto avessi creduto.
    Grazie per gli spunti di riflessione che lasci su queste pagine.

    • perfectioconversationis

      Cara Lucia,
      Hai ragione: l’attenzione, le scelte consapevoli, il vivere ragionando, sono difficili. Sarebbe forse più semplice lasciarsi trascinare dalla corrente… O forse no: ogni scelta ha dei costi e alcuni ci sembrano più insostenibili di altri.

      • Lucia

        La cosa più difficile è imparare a essere consapevoli sempre, e non limitarsi a reagire “come capita” alle situazioni che si presentano di volta in volta. Il mio cammino su questa strada è ancora lungo🙂

  2. MrPotts

    La questione che sollevi è molto ampia e resa particolare dal tono accorato con cui la poni. C’è molto da discutere e si può fare, per ora mi limito a un’osservazione. Credo che quando parliamo del presente e della sua “crisi morale”, tra le altre, forse sia opportuno ricordare qual è il motore principale di questa epoca, nel bene e nel male, e cioè il sistema di produzione e consumo, che terrei distinto dal pensiero laico in senso lato. E’ senz’altro vero che questo sistema (che non ha ancora finito la sua corsa e chissà in quali plaghe ci porterà) ha trovato all’inizio un potente alleato in esso. Ma non necessariamente la via che si è “allontanata da Dio” rifiuta qualsiasi concetto di verità.

    • perfectioconversationis

      “Ma non necessariamente la via che si è “allontanata da Dio” rifiuta qualsiasi concetto di verità.”

      No, non necessariamente. Il concetto di verità trova per certi versi in Dio UN fondamento, ma non l’unico. La verità parte prima di tutto dal riconoscimento del reale come esterno all’uomo stesso, non frutto di giochi e soggettivismi, ma dato di fatto con cui relazionarsi, di cui prendere atto e da cui partire. Questo vale per l’uomo, per la natura… non solamente per Dio. Lo stesso magistero di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II sul ruolo della ragione come complementare alla fede è illuminante. In particolare, l’attuale Pontefice ha parlato dei rischi della de-ellenizzazione del cristianesimo, cioè del venir meno dell’elemento razionale della fede.
      Ora però, se vediamo la nostra epoca in generale, nelle sue linee dominanti, non credo che si possa negare che il concetto di verità sia stato ampiamente sostituito da quello de “la mia verità”, “la tua verità”. Difficilmente la verità viene descritta come elemento esterno da indagare e acquisire. Oscilliamo tra il fondamentalista, che pensa di avere già tutta la verità, e il relativista, che pensa che la verità sia sempre soggettiva e mutevole. A me piace l’atteggiamento di chi indaga ed è pronto ad accettare quel che c’è, non quel che vorrebbe trovare.
      Proprio per questo ho messo in apertura la foto di Gustave Thibon, che nel volume “Ritorno al reale”, dà una lezione al nostro tempo.

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