Giovanni Lindo Ferretti

Un ritorno a casa che ad alcuni sarà indecifrabile, ma sa delle vite che certi di noi hanno vissuto, in cui mi riesco a riconoscere.

Riporto un articolo di Camillo Langone, apparso qualche anno fa su Il foglio, riproposto da un amico su Facebook. Spero di non ledere i diritti di copyright di nessuno. Nel caso, fatemi sapere.

Il punk del “Veni Creator”
Camillo Langone, Il Foglio, 2 settembre 2006

“Dopo un concerto a Latronico, in provincia di Potenza, una ragazza ha detto a Giovanni Lindo Ferretti che lui, per lei, viene subito dopo il comandante Marcos. Ferretti era stanco, sono più di vent’anni che scavalca montagne per cantare, ormai ha una certa età, è stato anche malato, insomma non ha trovato la forza per ribattere. La risposta alla ragazza di Latronico arriverà in ottobre, in forma scritta, con l’autobiografia che Mondadori sta per mandare in stampa: “Reduce”. Si sono mossi i grandi capi del libro italiano, Gian Arturo Ferrari e poi Antonio Riccardi, venuto di persona fin quassù a Cerreto Alpi, a mille metri di altitudine e mille curve da Reggio Emilia, per portare le prime bozze. Segno che ci sono grandi aspettative intorno all’esordio letterario di questo vecchio punk di montagna, nuovo campione del cattolicesimo tradizionale (ma con un amore per Israele che i tradizionalisti non hanno mai coltivato molto). Ferretti non si è convertito, al suo orecchio di conservatore la conversione suonerebbe come una stonatura. Semplicemente è ritornato a casa, sia in senso stretto che metaforico: è tornato ad abitare nella casa di pietra dove è stato partorito (uno degli ultimi bambini del paese a non nascere in un freddo ospedale ma nel calore degli affetti domestici) ed è tornato alla fede degli avi. La parabola del figliol prodigo si può usare fino a un certo punto, primo perché, per quel poco che lo conosco, Ferretti non ha sperperato in donnacce come il figlio di cui parla il Vangelo di Luca, secondo perché nella casa di montagna non lo attendeva nessun padre carnale. Ferretti è figlio postumo, suo padre, che di mestiere faceva il pastore transumante, è morto prima che lui nascesse. Oggi Giovanni Lindo (o Lindo Giovanni, a seconda dei registri) si ritrova a essere padre di una famiglia di vecchi, l’anziana madre più zii ottantenni, aiutato da una badante dell’Est. Uomo spiritualmente sempre più arcaico ma demograficamente moderno quindi senza figli: “E’ andata così,non me ne compiaccio ma nemmeno me ne rammarico”. Questa è l’Italia ma soprattutto è Cerreto Alpi, che nonostante il nome si trova nel cuore dell’Appennino. Un cuore vuoto: mille abitanti quando Ferretti è nato, settanta abitanti oggi, “o sessantanove, bisogna vedere se stanotte è morto qualcuno”. La mancanza di prole e di donna conferma l’aspetto monastico del personaggio: testa rasata, viso scavato, occhi febbrili.
“Hai avuto molte groupie?” gli chiedo con l’invidia che ho sempre nutrito per chi fa muovere le femmine da sopra un palco. Mi guarda come se non conoscesse il significato della parola. Se è un santo è un santo fumatore (una sigaretta dietro l’altra) e anche bevitore. Sono salito in montagna con una bottiglia di Lambrusco che non arriva alla fine del pranzo, dovevo portarne due, poi chiedo un nocino ma il nocino non c’è più. C’erano degli alberi di noce, nell’orto davanti casa, prima che venissero tagliati per farci passare una circonvallazione. Una circonvallazione per un paese di settanta abitanti, o sessantanove, a seconda di com’è andata la notte. La modernità giacobina, euroigienista e italoburocratica, è arrivata fino a questo paese sperduto e moribondo, per ucciderlo più in fretta: il sindaco ha emesso un’ordinanza che proibisce di tenere i cavalli in paese, così Ferretti, allevatore figlio di allevatori, ha dovuto trasferire i suoi animali dalla vecchia stalla di pietra a una nuova stalla fatta costruire appositamente. Se non avesse avuto soldi avrebbe dovuto vendere i cavalli (è dalle soppressioni ecclesiastiche del Settecento che i giacobini segnano la carne dei poveri con la frusta di leggi astratte). Possiede vari esemplari con cui intende ricostituire una razza appenninica di piccoli cavalli bianchi, pressoché estinta quando, negli anni Sessanta, affascinati dallo stile di vita cittadino i montanari della zona scesero a valle dall’oggi al domani, vendendo le bestie al più vicino macello. Però niente provette: “Lascio scopare le mie cavalle liberamente, con gli stalloni che trovano nei pascoli, con la casualità e i pericoli della monta naturale. Gli stalloni sono violenti, mordono, calpestano, le cavalle tornano ammaccate. Ma tanto io non voglio migliorare la razza, come hanno fatto in Toscana dove il maremmano a forza di miglioramenti non sembra più maremmano, io voglio peggiorarla, voglio riportarla indietro, ai cavalli bianchi portati in Italia dai barbari”. (Fare attenzione alle vocali: dai barbari,
non dai berberi.)
Ferretti, spregiatore del superfluo, monta a pelo, senza sella, e dev’essere uno spettacolo vedere la sua sagoma ascetica aggirarsi per il paese in groppa a candido destriero. Adesso sta organizzando un pellegrinaggio mariano, verso un santuario toscano di là dal passo del Cerreto, da raggiungere a cavallo con alcuni compaesani devoti (altri devoti, però troppo vecchi per cavalcare, seguiranno in pullman). E’ la ripresa di un’antica tradizione che senza di lui sarebbe stata dimenticata per sempre. Sono notizie che dovrebbero stupire solo la ragazza di Latronico, chiunque altro abbia dedicato una minima attenzione ai testi di Ferretti conosce la linea di sangue che lo ha portato fin qui.
“Ferretti è sempre stato di destra” dice Cinzia Bomoll che lo ha citato nel suo romanzo di esordio. E io che non ne sapevo niente. Come al solito a sviarmi fu l’estetica. In anni remoti gestivo una discoteca a Reggio Emilia e mi si presentò davanti un punk dall’aspetto inquietante, una specie di vampiro spiritato, crestato, molto molto stropicciato, intenzionato a proporsi come dee-jay. I punk mi piacevano però li preferivo docciati e ben rasati come gli Stranglers, o gotici e glamour come Siouxsie & The Banshess, o morti e mitici come Sid Vicious, o reaganiani e goliardici come i Ramones. Invece il soggetto in questione, ovviamente lui, Giovanni mica tanto Lindo, sembrava appena uscito dal sacco a pelo pulcioso di una casa occupata. Pussa via. Fra l’altro il posto alla console spettava di diritto al mio socio, Giuseppe Gherardini, che solo oggi ho saputo essere suo lontano parente, entrambi nipoti di un don Gherardini siccome le famiglie numerose della montagna prebellica a ogni generazione fornivano qualche uomo alla Chiesa (ricordarsi che l’Emilia era rossa solo in pianura, la montagna era bianca).
Non sempre questa disponibilità veniva ricambiata: i salesiani di Reggio, degni rappresentanti del pretume emiliano il più respingente d’Italia, non misero le marchette alla mamma di Ferretti che lavorava presso di loro e che si ritrovò quasi senza pensione. Per questo motivo, al tempo, uno zio divenne anticlericale. Per lo stesso motivo, più tardi, Ferretti ebbe il coraggio (visto il pubblico da centro sociale che si ritrovava e che in parte si ritrova ancora) di simpatizzare per Berlusconi: “Fu quando alzò la pensione minima”. Come tanti mistici, Ferretti è anche un pratico (come tanti mistici cattolici, perché i mistici eretici, settari, orientalistici, si riconoscono dallo spiritualismo totalitario indifferente ai bisogni della carne).
Tornando a quell’incontro surreale di fronte alla discoteca Number One di via Berta, a pochi metri dal santuario della Madonna della Ghiara, seppi in seguito che Ferretti si era messo a suonare con Massimo Zamboni, un altro che schivavo ma non perché troppo sporco, perché troppo ricco. Si diceva che possedesse interi palazzi nel centro di Reggio, adesso mi domando se era vero ma al tempo non ebbi dubbi e lo elessi comunista benestante di riferimento: non una contraddizione, chi se ne frega delle contraddizioni, ma un insulto per l’anticomunista slirato che ero. Così mi rifiutai sempre di ascoltarli, anche nel 1997 quando col nome di CSI (Consorzio Suonatori Indipendenti) arrivarono fra lo stupore generale al primo posto della classifica di vendita. Solo oggi, documentandomi, mi accorgo di essermi perso un gruppo italiano capace di piegare la chitarra elettrica e il rito del concerto rock a una poetica completamente autarchica, per nulla derivativa, caso più unico che raro in un ambiente musicale di copioni anglofili. Nel ’94, molto prima che sui blog cominciassero a chiamarlo Giovanni Lindo Ferrara per via della sua difesa dell’embrione, salmodiava nostalgico: “E’ stato un tempo il mondo giovane e forte,/ odorante di sangue fertile,/ famiglie donne incinte, sfregamenti,/ dimora della carne, riserva di calore,/ sapore e familiare odore/ è cavità di donna che crea il mondo,/ veglia sul tempo lo protegge…”
Cinzia Bomoll ha ragione, questo cultore dell’Origine, questo cantore della riproduzione naturale, immersa nel caso, nell’umido e nello sporco, appartiene alla destra divina da chissà quanto tempo. Già negli anni Ottanta, quando si atteggiava a filosovietico,ma citava assai a proposito il cardinale Biffi urlando di Emilia sazia e disperata in una delle sue canzoni più apocalittiche. Nel ’97 cantava “Matrilineare”, basti il titolo. Nel 2002, dopo aver rotto con Zamboni, ha fondato i PGR (Per Grazia Ricevuta) tagliandosi tutti i ponti alle spalle, anche se dalle parti dei centri sociali qualcuno ancora non vuole crederci e preferisce considerarlo un compagno che sbaglia. L’Italia dei concerti funziona così, se ti classifica di sinistra poi le ci vogliono vent’anni perché si accorga che invece stai cantando solo ed esclusivamente il Sangue, il Suolo, il Sacro.
Oggi Ferretti porta le vecchie canzoni in una tournée denominata “Ripasso ribassi saldi fino a esaurimento scorte” ma è chiaro che, allevatore figlio di allevatori, lo fa solo per finanziare il tetto della stalla nuova. Oltre ai cavalli ciò che gli interessa davvero sono il libro in uscita per Mondadori e uno spettacolo di preghiere pensato per le chiese (mette i brividi quando intona ieratico “Veni Creator Spiritus”). Ovviamente ama il latino, superata l’inevitabile fase conciliar-dossettiana dovuta a vicinanza ambientale e genetica (Ferretti e don Dossetti si assomigliano, magri ed emaciati entrambi, tutti e due sul crinale tra mondo e fuorimondo). Ovviamente, consequenzialmente, perché Ferretti non rompe, tramanda, e tutto si tiene in quello che ha fatto e in quello che farà. Il punk nacque come rivolta dell’uomo contro la tecnica, nella forma dello strillo, della schitarrata e dello sputo contro i sintetizzatori manovrati da presuntuosi musicisti-scienziati. Ferretti, col riempire la sua casa di candele, presepi, immagini della Madonna, bandiere israeliane, libri di George Weigel, foto di papa Benedetto XVI, non ha tradito e non si è convertito, ha invece proseguito”.

3 commenti

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3 risposte a “Giovanni Lindo Ferretti

  1. Ho visto due concerti suoi: uno quando era ancora CCCP e poi, anni dopo, con i CSI.
    Certe canzoni, cantate negli anni ’80, erano davvero profetiche “produci, consuma, crepa”. Ho letto di queso suo ritorno alle origini, al suo paese natio, a Dio (ma davvero se ne era allontanato? Non credo). Leggo anche che ha votato la Lega alle ultime elezioni… ahimè la sua conversione ha bisogno ancora di qualche limatura…😀
    Mi sorprende per la verità trovare questo post sul tuo blog, non lo conoscono in molti ormai. Che personalità complessa hai… (è un complimento, se non si capisce!)

  2. Mi hai fatto ricordare questa…

    Grazie!

  3. perfectioconversationis

    Anch’io ieri mi sono messa a cercare su youtube e ho trovato delle perle…
    Per quanto riguarda la complessità, ti ringrazio per il complimento: in realtà da una vita rifuggo la banalità, mentre da qualche tempo ritengo che la semplicità sia un obiettivo piuttosto impegnativo, a cui tendere.

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