Elogio della disciplina

Bernhard Bueb, nato nel 1939, è stato per circa un trentennio il preside di un collegio privato in Germania, la Scuola Salem; un collegio élitario, in prossimità del Lago di Costanza, nel quale – come ovunque in Occidente – dagli anni 1960 in poi è stato tentato l’esperimento di rendere l’educazione sempre più democratica, confidando nel fatto che i ragazzi, se lasciati liberi di scegliere e di prendersi le proprie responsabilità, avrebbero trovato “naturalmente” la via per l’auto-disciplina, per lo studio, per lo sviluppo di quelle qualità morali e sociali che ne fanno un adulto libero e responsabile.

Niente di più sbagliato, ci dice ora l’anziano professore – che è anche un teologo cattolico – nel volume Elogio della disciplina, nel quale ci spiega come i ragazzi abbiano diritto alla disciplina. La disciplina, quando è unita a vero amore e a una dedizione appassionata all’educazione dei giovani, libera i nostri figli dalla fatica di dover scegliere continuamente se lavarsi, se mettere in ordine la stanza, se studiare, se rispettare le regole. Semplici punizioni automatiche, specie se date per le trasgressioni di poca importanza, danno ai ragazzi un habitus, una consuetudine col proprio dovere, non li caricano di responsabilità prima che siano in grado di assumerne e, meraviglia, tendono nel tempo a trasformarsi in auto-disciplina. Ovvero in capacità di sottoporsi a uno sforzo per raggiungere degli obiettivi, in facoltà di fare scelte responsabili nei confronti della comunità e non individualistiche. Bueb fa l’esempio della disciplina, dell’impegno e anche della cieca obbedienza agli ordini dell’allenatore, richiesti dal far parte di una squadra sportiva. Eppure i ragazzi accettano tutte queste cose con entusiasmo, consapevoli della loro necessità in vista di un obiettivo. La disciplina amorevole non danneggia i ragazzi, lieduca, li fa crescere, nel senso più vero del termine.

Gli esempi concreti, quasi quotidiani, portati dal professor Bueb, sono numerosi e in tutti si intravvede una ricerca di equilibrio tra il versante libertario e quello autoritario dell’educazione, con la consapevolezza che «per chiarire quale sia la strada da percorrere prenderò a prestito da Thomas Mann l’esempio del marinaio che per raddrizzare la sua barca si sposta a destra quando questa si inclina a sinistra». Non c’è dubbio che la barca dell’educazione sia da tempo inclinata sul versante del massimo disimpegno, tra professori che lamentano sempre più la svogliatezza dei propri studenti e gli atti di quotidiano bullismo, di cattiva educazione, di uso sempre più diffuso di stupefacenti, e così via.

Bernhard Bueb ci ricorda, invece, che educare significa appunto esercitare un’autorità e una disciplina che, quando non sono lasciate in mano a individui sadici oppure ostili ai giovani che vengono loro affidati, sono il miglior servizio che possiamo rendere ai nostri ragazzi. Non solo. Sono l’occasione per gli adolescenti di “mettere in discussione” le regole, per definire la propria personalità anche nella capacità di confrontarsi con esse.

L’Autore ci spiega in modo semplice e appassionato come, se vogliamo dare ai giovani gli strumenti per affrontare il proprio futuro, se vogliamo farne degli individui morali, se ci aspettiamo che vivano la propria libertà come una tensione permanente e non come un vuoto pneumatico privo di valori e ideali, noi dobbiamo loro la disciplina. Ci mostra come un frainteso sentimento di amore, che sfocia in un atteggiamento rinunciatario o lassista, stia alla base di tanto sbandamento della nostra gioventù. Ci indica come un eccesso di psicologismo applicato all’educazione (soprattutto all’educazione dei ragazzi sani – ovviamente diverso è il caso della vera malattia mentale) ci abbia portati a non riuscire a dare ai nostri figli le sane, liberatorie, educative, necessarie regole. O di averle enunciate in teoria senza avere avuto la forza (ma anche il tempo, la dedizione, la costanza) di metterle in pratica. Siamo minati dal dubbio, dall’incertezza pedagogica, e i bambini ne risentono.

Il libro ci svela come l’educazione non sia mai, né possa essere, un fatto democratico: democraticamente nessun giovane si farebbe educare, poiché l’educazione è prima di tutto una scelta che parte dal mondo degli adulti e poi si “cala” sul bambino, il quale ne potrà cogliere i frutti solo via via che essa si viene completando. Pochissimi bambini, forse nessuno, potrebbero democraticamente acconsentire a non abbuffarsi di dolciumi, a non passare l’intera notte davanti a un televisore, a non strillare per soddisfare ogni possibile desiderio. Così come gli adolescenti difficilmente sentirebbero lo stimolo a mettere in ordine la propria stanza o ad abbandonare un videogioco in favore dello studio. Bueb parla anche di alcune note scuole libertarie, concludendo che per sua esperienza il loro eventuale successo dipende soprattutto dal carisma del fondatore, e che raramente sopravvivono al passaggio di gestione in mano di guide meno carismatiche. In un certo senso l’educazione libertaria funzionerebbe perché il ragazzo sarebbe portato a sottomettersi volontariamente all’adulto carismatico, seguendone spontaneamente indicazioni e regole. E’ interessante notare come Bueb distingua fermamente profitto e disciplina: ritiene scorretto penalizzare nei voti di rendimento scolastico i ragazzi con problemi disciplinari (come spesso viene fatto nelle nostre scuole), così come non ammette punizioni corporali o umilianti: piuttosto prevede dei semplici automatismi (camera in disordine – abolizione della libera uscita, danneggiamento del materiale scolastico – ore di servizio per la scuola, ecc…).

La discussione continua su tutto, falsamente democratica, serve solo per mantenere aperta una trattativa infinita, procrastinando il proprio dovere e, in ultima istanza, il proprio bene reale. Bueb lo spiega chiaramente quando ricorda la lunga stagione in cui, per dissuadere i giovani dall’uso delle droghe, nella sua scuola si facevano continui incontri di prevenzione con insegnanti, psicologi, assistenti sociali. Senza alcun risultato. Da quando è stato introdotto un test delle urine quotidiano a sorteggio, e chiarito il punto che gli studenti che si fossero rivelati positivi sarebbero stati espulsi, il problema si è praticamente ridotto a zero. Con grande giovamento di tutti: dei ragazzi, della didattica e anche della fiducia che gli insegnanti hanno nei confronti dei ragazzi stessi. Ora, a fronte di uno studente improvvisamente meno attento o svogliato, non nasce il dubbio che egli faccia uso di droghe. La diffidenza è inutile, quindi si passa più rapidamente alla ricerca del vero problema.

In ultima istanza la disciplina, in un contesto educativo di profondo interesse per i giovani, si rivela – incredibilmente – non come una cappa, che tende a uniformare gli individui negli stessi comportamenti, ma come uno strumento per sviluppare a fondo (con fatica e impegno) la vera personalità di ogni ragazzo. Perché l’educatore, sulle questioni importanti, dev’essere anche in grado di essere presente, di perdere tempo, di discutere a lungo. Non sull’igiene personale, ma sui percorsi educativi; non sull’ordine dei cassetti, ma sulle scelte morali.

Personalmente, avendo tentato negli ultimi mesi alcuni cambiamenti nel mio stile educativo (limitazione della televisione e dei videogiochi, per esempio, oppure riduzione del numero di giochi e attenzione alla loro qualità…), devo ammettere che anche le scelte che si fanno per preservare una certa libertà mentale dei bambini a volte vanno imposte nonostante le proteste e i pareri contrari degli stessi. Difficilmente l’educazione parte da qualcosa che non sia una proposta dell’adulto. Il problema vero è che l’educazione è prima di tutto un lavoro dell’adulto su sé stesso, quindi faticosa e a volte incerta. Ma di questo vorrei tornare a parlare in un altro momento.

Bueb ci ricorda come l’autorità nell’educazione sia in rapporto profondo con la vera libertà, con l’acquisizione di quelle doti, intellettuali, morali, sociali e culturali, che al momento giusto ci permetteranno di fare le scelte più libere, e di sapere liberamente perseguirle con disciplina. Viene automatico mettere in relazione queste considerazioni con la vita quotidiana, che dal mondo dei giovani e dalla scuola si trasferisce sulle pagine di cronaca di tutti i giornali. Avere a cuore il futuro dell’educazione significa riflettere su queste tematiche, senza ideologie, ma con vera sollecitudine verso il bene reale dei nostri figli. Come titola il sesto capitolo di questo libro breve, “il disordine è causa di dolore precoce”. Faremmo meglio a saperlo.

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